PALESTINA

La nave dei pacifisti

Con la Freedom Flottilla il mondo silenzioso dei pacifisti rompe gli equilibri e disturba il manovratore.
Paola Caridi (Giornalista, scrittice, fondatrice di Lettera 22)

Anche soltanto a scorrere la rassegna stampa italiana delle ultime settimane, ci si accorge di quanto – nella lettura del sanguinoso assalto delle teste di cuoio israeliane alla Mavi Marmara – manchi un pezzo di mondo. Il mondo dei volontari, delle organizzazioni non governative, dei pacifisti. Quel mondo che spesso lavora in silenzio, calmiera i nostri sensi di colpa (occidentali), e sfama coloro che sono da sfamare. Mi raccomando, però, in silenzio. Senza disturbare il manovratore, diplomazie e cancellerie comprese. Guai se i pacifisti fanno politica, guai se i volontari delle Ong spingono perché un assurdo e inconcepibile status quo venga stravolto, violato, rotto. Sono stati persino etichettati, oggi, come “i kamikaze di casa nostra”… Il no comment, su questo tipo di etichette che poco hanno di giornalistico, è d’obbligo. Bisogna, invece, commentare la mancanza di fantasia e di coraggio nel leggere avvenimenti che non sono catalogabili né nella Realpolitik classica, né nella politica stile machiavelliano, né in quella politica diplomatica del “passetto alla volta” a cui manca – però – quello che le grandi scuole diplomatiche del passato hanno insegnato. La capacità di influire. Di contare. Di premere, sull’avversario o sull’amico. Con fermezza.

Il problema, nell’assedio di Gaza che dura almeno da cinque anni, non è che il movimento Free Gaza abbia cercato più volte di forzare il blocco navale israeliano. Il problema è che gli attori deputati a risolvere la questione dell’embargo attorno a Gaza hanno rinviato sine die la soluzione del problema. Perché a Gaza, in fondo, ci sono solo un milione e mezzo di anonimi, di persone senza pedigree, di poveri, di morti (o quasi) di fame. Niente a che vedere con l’alta politica, la politica che conta, i summit, gli investitori, il grande business. Morti di fame. Silenziosi, peraltro. E allora, attendiamo tempi migliori, vediamo se il buonsenso ce la fa a emergere da solo, senza premere troppo.

La Freedom Flotilla ha rotto, nel sangue delle vittime uccise in un assalto andato a finire male, lo status quo. Non quello dell’embargo a Gaza. Soprattutto quello della diplomazia e della politica del giorno per giorno. Ha rotto lo status quo come i pacifisti fanno. Con lo scandalo. Ed è questo scandalo a non essere compreso. Lasciate fare la politica a chi la sa fare, diranno i fini manovratori diplomatici. Questo è, però, il vulnus che i pacifisti hanno scoperto. Che non c’è, tragicamente, nessuna alta politica né nessuna fine manovra diplomatica. C’è un vuoto che nessuno ha avuto l’ardire di riempire.

Ora, la diplomazia internazionale ha una gatta da pelare ancor più difficile. In termini secchi, quelli che amano gli analisti di politica internazionale, la ricomposizione delle alleanze in un quadrante geopolitico importante. Gli Stati Uniti dovranno decidere quale alleato appoggiare, se la Turchia, puntello della NATO nel Vicino Oriente, o se l’amico storico israeliano. In entrambi i casi, questo sì che sarà un difficile caso per la diplomazia americana, già alle prese con la fase più delicata della storia dei rapporti con Tel Aviv. La Turchia non potrà più essere l’unico amico di Israele in Medio Oriente. E tutto il già rimescolato caos mediorientale subirà un altro pesante colpo di mestolo.

Contenti, i maghi dell’attendismo diplomatico-politico? I morti di fame di Gaza sono lì alla porta. Sempre in silenzio. Ma il loro silenzio non vuol dire che si possa ignorarli in eterno. I problemi, lasciati marcire sotto il sole della sabbia di Gaza, riemergono. Bisognava pensarci prima. Prima che un numero imprecisato di morti rompesse l’alba sul Mediterraneo orientale. Riportandoci a una realtà che i volontari, i pacifisti conoscono bene, perché molti di loro conoscono, per nome e cognome, gli anonimi di Gaza.

 

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