PONTI E NON MURI

Le scatole cinesi

La parola alla scrittice Anna Momigliano che racconta la complessa società israeliana: la memoria collettiva, i gruppi sociali ed etnici, il pacifismo e il conflitto.
Intervista a cura di Giulia Ceccutti

Anna Momigliani è una giovane scrittrice e giornalista, autrice di “Karma Kosher. I giovani israeliani tra guerra, pace, politica e rock’n’ roll” (Ed. Marsilio, 2009). Ha vissuto e studiato in Israele da ragazza, dieci anni fa, e ha continuato a tornarci da giornalista. Conosce bene la realtà delle grandi città: Gerusalemme e, soprattutto, Tel Aviv. Quando racconta dell’Israele di oggi, non ci si stancherebbe mai di ascoltarla e di farle domande, perché il suo è uno sguardo affascinante ed estremamente preparato. Che parte da un’esperienza concreta.

Come descriveresti la società israeliana? 

Se il mondo ebraico italiano è frammentario e complesso, Israele è la stessa cosa elevata all’ennesima potenza. La società israeliana è un po’ come le scatole cinesi: ce n’è una più grande che ne contiene sempre una più piccola, e questo all’infinito. 

Esistono gruppi che, magari, formano un insieme etnico compatto, ma ci sono sempre dei sottogruppi, e la distinzione più grande, più evidente, è quella tra arabi ed ebrei. All’interno del mondo ebraico ci sono tantissimi sottogruppi: i laici e i religiosi, gli ashkenaziti e i sefarditi, poi ci sono gli etiopi, e dentro i sefarditi è una cosa se sei iracheno e un’altra se sei yemenita. Israele è un universo talmente complesso... E il discorso delle “scatole cinesi” vale anche per gli arabi, perché ci sono i palestinesi, i drusi, i beduini, e i beduini del nord che non sono quelli del sud, e i drusi del nord sono diversi da quelli del sud, e via di seguito.

C’è una memoria condivisa da tutti?

Non esiste una memoria dogmatica condivisa. Esistono temi in cui la memoria è istituzionalizzata, ma questo non vuol dire che questi dogmi istituzionali siano necessariamente condivisi da tutta la popolazione. In genere, quando si parla di memoria, s’intende prima di tutto la memoria della Shoà. Seguita, poi, dalla memoria di altri fatti storici particolarmente traumatici, per esempio l’assassinio di Rabin.

Un episodio che cito nel mio libro, un po’ leggero, che aiuta a rendersi conto di questa complessità, riguarda un giovane scrittore e regista, Etgar Keret, autore di storie brevi, che nel 1997 scrisse un racconto, “Rabin è morto”, che narrava di un ragazzino al quale hanno investito il gatto, chiamato Rabin in onore del primo ministro. E ovviamente questa è una storia che, oltre a raccontare una trama reale, ha anche un valore metaforico forte, perché rievoca il trauma collettivo dell’assassinio di Rabin. In Israele si è alzato un putiferio, perché questo racconto spiritoso fu letto come dissacrante.

Episodi simili esistono per la Shoà: come tutti i dogmi che si creano in Israele, dove c’è una memoria istituzionale, nasce in parallelo una rivendicazione dal basso al diritto di avere memorie personali, intimiste. Credo che in Israele le memorie personali, i vissuti reali, l’individuo, prevalgano sul dogma, sulla memoria codificata. 

Nel libro, “Karma Kosher”, racconti l’Israele degli ultimi quindici anni, e lo fai dal punto di vista dei giovani che erano adolescenti negli anni Novanta. Cosa è successo in quegli anni?

Credo che Israele non abbia mai avuto i suoi anni Settanta. Il Sessantotto non c’è mai stato perché in quegli anni Israele era una nazione povera e in guerra. In Israele gli anni Settanta, gli anni della ribellione, sono stati nella prima metà degli anni Novanta. E non è un caso, perché c’è stato il processo di pace di Oslo, che, al di là dell’effetto politico immediato, ha anche permesso di tirare un bel respiro di sollievo. Poi c’è stato anche il boom economico, con l’era delle tecnologie e del computer: Israele ha iniziato, quindi, a essere un Paese con un’economia più borghese. Insomma: di colpo crolla tutta una serie di paletti. Non siamo più con l’acqua alla gola economicamente, non siamo più in guerra e nuove ondate migratorie da Paesi diversi portano “menti fresche”. Negli anni Novanta comincia a nascere una controcultura. C’è un’esplosione di individualismo, prima assente, con i suoi lati positivi ma anche negativi, perché Israele è un Paese che inizia a soffrire di un divario sociale che prima non esisteva. Oggi il divario tra ricchi e poveri è molto più forte di dodici anni fa. E questo è un problema.

Esistono certezze collettive?

La religione ebraica è la religione del dubbio: non ci sono certezze, non esiste un’autorità centrale. Se dovessi parlare dell’Israele che io conosco meglio, prevalentemente collocata a Tel Aviv, relativamente laica e relativamente di sinistra, direi che per paradosso la certezza è l’esercito. Possiamo dire, però, che è una certezza per tutti gli israeliani? No, perché i coloni non lo vogliono, gli arabi non vogliono. No, non esiste una certezza condivisa.

Hai detto che gli anni Novanta sono stati il Sessantotto di Israele. In quegli anni c’è stata l’esplosione dei movimenti pacifisti. Dopo, che cosa è successo?

Tutto il lato pacifista di questa ribellione, pacifista e governativo – perché questi sono movimenti che non si sono sviluppati contro il governo, ma hanno vissuto il loro “momento d’oro” perché erano dalla parte del governo – è ora in crisi profondissima. Poi, distinguere tra causa ed effetto in questo caso non è facilissimo. Oggi Peace now è l’ombra di se stesso, l’ombra di quel che era fino a dodici anni fa. Dor Shalom, che era un movimento un po’ più di piazza, più moderato (non pacifista militante), conta pochissimi iscritti.

È rimasto l’elemento di contestazione. Per la prima volta negli anni Novanta, Israele ha avuto una sua controcultura dissacrante. Tutto un universo di scrittori, registi, autori di teatro, molto seguiti dal pubblico, contestano la visione codificata, un po’ aulica, mitizzata, di Israele. E anche la “triade” di scrittori – Amos Oz, Abraham Yehoshua e David Grossmann –, per quanto noti, rappresenta una visione un po’ mitizzata di Israele. Non a caso li chiamano la “generazione della guerra d’indipendenza”, perché quella guerra se la ricordano. La controcultura invece è Etgar Keret che scrive “ho chiamato il mio gatto Rabin” e scandalizza mezzo Israele: il concetto che possa esistere una controcultura israeliana si è sviluppato verso la metà degli anni Novanta, e continua a esserci, anche se non ha più connotati necessariamente politici.

Accanto alla debolezza dei movimenti pacifisti “storici”, oggi in Israele c’è, però, un universo composto da numerose realtà della società civile che lavorano per la pace: dalle donne che vanno ai check point ai rabbini per i diritti umani…

Io penso che ci sia, da un lato, una situazione di indebolimento generale del movimento pacifista. Anche perché si scontra col fatto che Rabin e Arafat ci hanno provato, e hanno fallito; poi sono accadute un sacco di cose, e la seconda Intifada è stata un’esperienza devastante per gli israeliani. Dall’altro lato, secondo me, ci sono anche meno energie, catalizzate più da altre cose. Al posto dei grandi movimenti “storici”, è molto più presente un’azione a livello locale, utile perché crea un’interazione tra le persone. Credo che molto prima di essere un problema politico, il conflitto israelo-palestinese è un conflitto umano. È vero, c’è l’occupazione militare, ci sono gli insediamenti, ci sono le colonie che si espandono: questi sono ostacoli e problemi politici oggettivi. Però qual è il presupposto? Ci sono due popoli, con poco spazio. Non possiamo pensare che la soluzione unica al conflitto israelo-palestinese sia trovare i confini: se crediamo che sia quello l’unico problema e l’unica soluzione, siamo degli ingenui. Perché sono due popoli che abitano così vicino l’uno all’altro, che si conoscono così poco: è ovvio, quindi, che sarà sempre una situazione in cui, se non c’è guerra, è comunque una polveriera.

Pertanto, molto prima di esserci un problema politico oggettivo, c’è un problema di mancanza di interazione umana. E questi progetti a livello locale, che partono da piccole cose pratiche, per poi creare interazione, sono secondo me importanti ed efficaci.

E i giovani ebrei israeliani, cosa pensano del vicino di casa?

Generalizzare è impossibile. Tra i giovani c’è una disinformazione totale. Dieci anni fa c’era più voglia di interagire, ora proprio non ci si pensa. C’è molta delusione, proprio a livello umano. Ci sono tante persone che magari dieci anni fa erano molto impegnate e adesso non è che siano diventate guerrafondaie; però, dato che è andata male, non è che gliene importi più di tanto. Non ci si crede più molto, c’è una fortissima rassegnazione.

 

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