Eravamo noi gli stranieri

Siamo noi, davanti allo specchio, gli immigrati che respingiamo: eravamo in tanti, malvisti ed emarginati, in diversi Stati esteri. E, come loro, pativamo la fame.
Giancarla Codrignani

Le “grida” della Lega fanno testo nell’informazione, anche quando ne vengono deplorati i contenuti razzisti. Non trovano adeguata evidenza, infatti, le ragioni che possono impedire la crescita del fastidio con cui gli stranieri vengono percepiti nel perdurare della crisi e nella paura crescente dei licenziamenti. 

Non si dice, per esempio, che al 30 giugno 2008 (secondo i dati Caritas/Migrantes e Fondazione Ethnoland), risultavano 165.114 imprese i cui titolari erano stranieri: si comprenderebbe facilmente che, dato il clima di sospetto che li circonda, sono contribuenti sicuri che non sfuggono al fisco. Neppure si dice che 120.000 case sono state acquistate da stranieri, non senza beneficio per il settore abitativo. All’inquietudine che si diffonde leggendo che nel 2050 su una popolazione italiana di 67,6 milioni gli stranieri saranno 12,4, non corrisponde la consapevolezza (che può ridurre al silenzio quanti approvano le norme che vietano l’assistenza sanitaria ai clandestini “pagata coi nostri soldi”) che, fra Irpef e addizionali, Imposte catastali, di registro, ipotecarie e sostitutive gli immigrati nel 2007 hanno versato all’erario 3.749.371.530 euro, mentre hanno ricevuto in contributi e welfare 836.000.000. Facendo le somme, ci guadagniamo.

L’informazione risponde e corrisponde alla pancia della gente, sempre più egoista. Si dirà che anche negli altri Paesi gli stranieri subiscono privazione di diritti, che la linea tendenziale dell’Unione Europea è volta all’irrigidimento dell’accoglienza e non pochi lamenteranno che qualcuno dovrebbe tener conto che l’Italia ha tremila chilometri di coste immerse nel Mediterraneo e deve “difendersi”. Ovvio che si debba tenere conto dei dati di realtà che impongono regole e politiche di previsione delle compatibilità; ma gli italiani dovrebbero fare i conti non con le tendenze xenofobe che covano sotto le nostre coscienze perfino cristiane di benestanti, ma con la propria storia. A conti fatti, in poco più di un secolo l’Italia ha messo in giro per il mondo ben 30 – diconsi trenta – milioni di compatrioti, che per sopravvivere sono dovuti emigrare (e lo Stato ne favoriva l’esodo: “partono i bastimenti…”), si sono fatti raggiungere dalla famiglia e hanno avuto i loro bambini negli Usa, in Argentina, in Francia, in Belgio... perfino in Tunisia. 

Il poeta veneto Berto Barbarani fa ancora memoria ai compatrioti che oggi non danno la refezione ai bimbi se i genitori non pagano, o che si inquietano per una bimba islamica da seppellire: quando non c’era più nulla (brusà le vigne de la malatia, ipotecado tuto quel che resta, morta la dona a partorir ‘na fiola..., i biastema ‘andemo via’... dopo aver dito mal de tuti i siori, carghi de fagoti, i se dà du struconi in tra de lori, e tontonando i ciapa la su strada) i va in Merica.

Si sa, i poeti sono sentimentali. Invece l’ispettorato per l’Immigrazione del Congresso degli Stati Uniti vedeva così noi italiani: “Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno e alluminio nelle periferie delle città dove vivono vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina, ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici, ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro Paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali. La nostra sicurezza deve essere la nostra prima preoccupazione”. 

Mancano solo i CPT: è quello che diciamo e facciamo noi, a pochi decenni di distanza, a carico degli stranieri che vengono da noi. E non ci accorgiamo che siamo noi, davanti allo specchio.

 

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