FINANZIARIA

Nuove economie

L’altra finanziaria di Sbilanciamoci!: anche quest’anno, la Campagna propone una contromanovra, con proposte chiare e sostenibili.
Giulio Marcon (Portavoce della Campagna Sbilanciamoci!)

È possibile pensare – in questi tempi di grave crisi economica e finanziaria – a provvedimenti sulla spesa pubblica ispirati a principi di equità sociale, solidarietà, sostenibilità ambientale e pace? È quello che ha provato a fare la Campagna Sbilanciamoci! nelle settimane scorse presentando una “contromanovra” alternativa a quella del governo Berlusconi, con proposte di misure specifiche e concrete che vanno nella direzione opposta a quella della politica economica e finanziaria seguita fino a oggi da Tremonti.

La manovra e le politiche del governo

In questi due anni le politiche seguite dal governo, di fronte alla crisi, sono state sostanzialmente attendiste (quasi fino all’immobilismo) e ispirate a una irresponsabile sottovalutazione della situazione economica e sociale di fronte alla quale il premier ha diffuso un inutile ottimismo non corroborato da alcun riscontro. In questi due anni il governo Berlusconi ha varato 10 provvedimenti “anti-crisi” per un importo complessivo intorno ai 70 miliardi (di cui quasi 25 con l’ultima manovra), senza nemmeno – per fortuna – dover stanziare, come è successo negli altri Paesi, ingenti fondi per il salvataggio di banche in crisi o fallite. Eppure, nonostante ciò, i provvedimenti per la difesa del lavoro, delle imprese e la lotta alla disoccupazione, il rilancio dell’economia, la ripresa produttiva sono stati pressoché nulli o simbolici. La politica di Tremonti e Berlusconi è stata quella dello “stare fermi”, dello spendere il meno possibile in attesa del passaggio della crisi e della speranza di agganciarsi alla ripresa mondiale, che non è ancora avvenuta. Molti dei provvedimenti sono state pure operazioni di marketing, inadeguati, sbagliati e socialmente iniqui. Così, prima lo scudo fiscale è stato un premio a speculatori e ricchi, mentre oggi il condono edilizio dell’ultima manovra rappresenta un ulteriore riconoscimento a chi ha violato la legge. Nel contempo il taglio di 15 miliardi di euro contenuto nel decreto legge di poche settimane fa a regioni, enti locali e sanità è un colpo fortissimo ai servizi sociali e pubblici (che o verranno tagliati oppure saranno sottoposti a un aumento di tariffe) che causerà un ulteriore impoverimento della maggioranza dei cittadini.

La manovra taglia la spesa pubblica e in particolare quella che intacca direttamente le prestazioni sociali e i redditi dei cittadini. Non taglia un’altra parte di spesa pubblica: quella militare, i finanziamenti per le inutili grandi opere, i sussidi alle scuole private. E come è successo per altri provvedimenti di Tremonti (si guardi al capitolo condoni e cartolarizzazioni del 2002-2003: si realizzarono non più del 70% delle entrate previste) anche in questo caso le entrate sono sovrastimate: prevedere in due anni 8 miliardi di entrate dalla lotta all’evasione fiscale è una professione di ottimismo più che una posta di bilancio da considerare certa. E infine – nella manovra del governo – non ci sono misure per il rilancio dell’economia.

Le proposte di Sbilanciamoci

In questo contesto Sbilanciamoci propone una “contromanovra” (il testo completo si trova su www.sbilanciamoci.org) che si incardina su quattro assi (per il riepilogo complessivo, cfr. Tabella allegata). Il primo è quello del taglio di una spesa pubblica che serve solo a corporazioni, multinazionali e gruppi di interesse privati: quindi taglio del 20% delle spese militari, per i sistemi informatici passaggio dal sistema delle licenze a quello dell’open source per tutta la pubblica amministrazione, cancellazione dei finanziamenti al ponte sullo stretto e abrogazione dei sussidi alle scuole private. Tutto questo porterebbe a un risparmio di oltre 8 miliardi di euro.

Il secondo è di una politica di entrate ispirate a principi di legalità e giustizia fiscale. La lotta all’evasione fiscale è sicuramente uno dei passi più importanti. Ma vi è poi il principio di far pagare di più a chi più ha. E quindi le nostre proposte sono: l’aumento dell’imposizione fiscale sull’aliquota più alta dei redditi, l’introduzione di una tassa patrimoniale del 3x1000 sui patrimoni eccedenti i 5 milioni di euro e l’aumento dell’imposizione fiscale dal 12,5 al 23% sulle rendite finanziarie. Sbilanciamoci ha proposto a riguardo una petizione (cfr. box allegato) che proponiamo a tutti di sottoscrivere. Vi è poi la questione del “dividendo digitale”. Il digitale terrestre ha liberato alcune frequenze che possono ora essere vendute (e non “regalate” come è stato fatto in passato con le tv private di Berlusconi): in Germania l’hanno fatto e l’incasso è stato di 4,5 miliardi di euro.

Il terzo punto riguarda la protezione sociale. La crisi sta producendo conseguenze gravissime che vanno arginate. Sbilanciamoci propone una serie di misure per la protezione del lavoro, dei redditi e delle condizioni materiali di vita: ampliamento delle forme di protezione sociale già previste per i lavoratori a tempo indeterminato a tutte le forme di lavoro flessibile e precario, introduzione della 14° per le pensioni più basse, reddito minimo di inserimento per i disoccupati e poi una serie di servizi fondamentali per le famiglie: asili nido, servizi domiciliari per la non autosufficienza, eccetera.

Il quarto punto riguarda il rilancio dell’economia. Qui Sbilanciamoci! ripropone un piano delle “piccole opere” (messa in sicurezza delle scuole, riassetto idrogeologico, manutenzione delle coste, eccetera) che produrrebbe nuove imprese e posti di lavoro. Un secondo aspetto è quello dell’innovazione e della ricerca, che oggi ha i finanziamenti tra i più bassi in Europa e poi -infine- gli investimenti per produzioni e consumi sostenibili nel campo delle energie (fotovoltaico e solare) e nella mobilità sostenibile (trasporto pubblico, eccetera): anche in questo caso ci sarebbero nuove imprese e nuovi posti di lavoro (oltre che un ambiente più pulito e meno multe da pagare per il mancato rispetto degli accordi di Kyoto).

Tutto questo – come si vede dalla tabella inserita in queste pagine – non solo è economicamente sostenibile, ma, addirittura, permetterebbe un accantonamento di 10 miliardi di euro che potrebbero essere utilizzati per la riduzione dell’indebitamento pubblico, rispondendo in questo modo alle politiche e alle richieste che ci vengono dall’Unione Europea. Una riduzione che in ogni caso è necessaria per non mettere in pericolo la nostra economia e per non continuare a destinare inutilmente tantissime risorse a pagare ingenti interessi a banche private e pubbliche di altri Paesi.

Un nuovo modello di sviluppo

È evidente che queste proposte hanno un senso compiuto se si inseriscono dentro il progetto di un nuovo modello di sviluppo ispirato alla giustizia sociale, alla sostenibilità ambientale, alla pace, ai diritti. Il modello di sviluppo neoliberista ci ha portato al fallimento e rischia di portarci al disastro ambientale e sociale – e a molte altre guerre – se continuiamo su questa strada. Dobbiamo riconvertire la nostra economia – le produzioni e i consumi – nella direzione della sostenibilità, del contenimento dell’uso delle risorse, dell’utilità sociale: questo è necessario per permettere uno sviluppo equilibrato di tutto il pianeta. Si tratta di una sfida complessa e lunga. Dare incentivi all’industria automobilistica non serve a niente: anzi produce molti danni. Così come non serve a niente, in nome della competitività, ridurre ulteriormente il costo del lavoro: impoverisce solo la società. Continuare a ridurre tutto al mercato (e ora ci si prova con l’acqua) non solo è profondamente e socialmente sbagliato, ma non porta ormai più da nessuna parte. 

Stiamo arrivando a un punto limite, di non ritorno: ormai da 30 anni l’economia reale è “al palo” e si è tenuta in piedi in questo periodo prima grazie alla new economy e poi alla crescita della ricchezza finanziaria. Ma si tratta di una dinamica economica virtuale, anche se ha prodotto un concreto e ingente spostamento di ricchezza dai redditi al capitale, dal lavoro ai profitti e un impoverimento enorme di una parte importante del nostro pianeta. Allora, puntare a produzioni e consumi sostenibili, valorizzare e demercificare i beni comuni e sociali, ridurre le diseguaglianze in nome della giustizia sociale: è questa la strada di un’economia sociale e di giustizia a cui anche l’uso sapiente della spesa pubblica e delle politiche economiche dei governi può dare un contributo per cambiare paradigma e invertire la rotta. Ovviamente molto dipende da noi.

 

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