ECUMENISMO

A passo di dialogo

Alla sua nona edizione, la giornata del dialogo cristianoislamico parla a tutte le Chiese, le comunità e i singoli: a piccoli passi, è possibile superare la barbarie dell’indifferenza e della sufficienza.
Brunetto Salvarani (Biblista, direttore Cem Mondialità)

“Sai? – mi diceva un’amica per telefono l’altro giorno – Questa vostra trovata della giornata dell’islam, con l’aria che tira, ha proprio il sapore di un miracolo all’italiana!”.

Nove anni: tempo (relativamente) breve per le esistenze, ma tempo lungo, anzi lunghissimo per le iniziative di dialogo, soprattutto in questa fase grigia, che brucia le buone volontà e fiacca anche i più coraggiosi, a causa degli scarsi esiti ottenuti. Tanto che Enzo Bianchi, priore di Bose, va ripetendo che stiamo precipitando a piccoli passi verso la barbarie. Non senza ragione! Ecco perché aver raggiunto, in un simile contesto, il traguardo dei nove anni, da parte della Giornata ecumenica del dialogo cristianoislamico (info: www.ildialogo.org), è tutt’altro che privo di significato!

Vale la pena di ricordare che questo appuntamento, avviato in sordina ma pian piano radicatosi in tutto il Paese, s’ispira al fatto che il 14 dicembre 2001, ultimo venerdì del mese di Ramadan del 1422 dall’Egira, Giovanni Paolo II chiese a tutti, donne e uomini di buona volontà, nel cuore della guerra in Afghanistan, di condividere il digiuno di Ramadan. Una pratica altrui, povera ma assai ricca d’implicazioni. E un messaggio di alto rilievo, inviato ad appena un trimestre da quel terribile 11 settembre 2001 che da tanti fu letto come l’avvio di uno scontro fra civiltà. Da allora quell’ultimo venerdì è divenuto, per molti cristiani di diverse confessioni e per parecchi musulmani in Italia, la ricorrenza simbolica in cui ritrovarsi, guardarsi in faccia e rilanciare così l’urgenza di ritrovarsi assieme. Nonostante tutto! 

Dal 2008, invece di svolgersi l’ultimo venerdì di Ramadan, la Giornata del dialogo è celebrata il 27 ottobre, a memoria di quello stesso giorno che nel 1986 vide riunirsi ad Assisi molti rappresentanti delle religioni mondiali a pregare per la pace. Da allora, per ragioni pratiche (la ricorrenza era mobile come il calendario islamico, e presto saremmo giunti all’appuntamento in piena estate) la data del 27 ottobre rimane fissa, permettendoci di segnare in anticipo la ricorrenza nelle nostre agende. 

Nel corso delle varie edizioni, con slogan appositamente ideati, i momenti di incontro si sono via via moltiplicati. Con numerosi protagonisti, dalle amministrazioni locali alle comunità parrocchiali, dalle Chiese evangeliche ai movimenti ecclesiali, ai luoghi di culto islamico. Segno prezioso. E indizio, una volta di più, che la differenza può farla solo l’iniziativa dal basso, capace di rompere gli schemi delle persone rinserrate nelle rispettive appartenenze e di mettere a contatto donne e uomini dei vari credo o senza credo che si ritrovano assieme per dire che non ne possono più di odio e di religioni strumentalizzate al servizio dei potenti di turno. Su tutto, una domanda: come rilanciare il tema del dialogo, mentre tale parola rischia il depotenziamento, o addirittura l’insignificanza, a causa del suo abuso e della sua banalizzazione? Interrogativo complesso, su cui continuare a soffermarsi sembra vitale, peraltro! In un panorama del genere, vorrei sottolinearlo ancora, appare in ogni caso quasi miracoloso che l’esperienza della Giornata ecumenica del dialogo cristianoislamico giunga a questo traguardo in così buona salute. Se essa ha saputo attraversare indenne questi anni bui, densi di slogan beceri e di contrapposizioni radicali, non è soltanto per l’impegno di quanti ne hanno colto la portata strategica, indubbia, ma perché, in realtà, al dialogo non esiste alternativa! Il problema, piuttosto, riguarda la sua praticabilità, in un panorama di penose strumentalizzazioni politico-mediatiche e di scarso ascolto reciproco. La globalizzazione in atto, del resto, contrariamente a quanto ci si poteva ingenuamente aspettare, invece che a un indebolimento delle identità (reali o immaginarie), sta conducendo piuttosto a un loro irrigidimento che non coglie sufficientemente le potenzialità positive pur presenti nell’inedito incontro di uomini e culture che si sta producendo, tendendo invece a enfatizzare diffidenze e timori che inducono alla chiusura e alla contrapposizione.

Una grande sfida

Tornando alla nostra Giornata, il tema del 2009 è stato La gioia del raccontarsi la vita. Era stato scelto per indicare che abbiamo tutti bisogno di riscoprire il valore dell’incontro con gli altri, la capacità di raccontarci e di scoprire le comuni esperienze di vita e le particolarità culturali, religiose, sociali di ogni persona. È sempre più indispensabile, in tal senso, superare la logica dell’homo homini lupus, che vede un pericolo in ogni persona che non appartenga al proprio clan, e riscoprire che il prendersi cura vicendevolmente gli uni degli altri è un imperativo per i libri sacri di cristiani e musulmani. La speranza sottostante è che il dialogo, sia pure con fatica, prosegua: in fondo, si tratta di un processo giovane, nato in ambito cattolico con la conciliare Nostra Aetate, che proclama: “La Chiesa guarda con stima i musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini” (n.3). Per consolidarlo e renderlo fruttuoso, ritengo sia sempre più necessario individuare nuovi strumenti, formule e spazi d’incontro; ma sarà decisivo anche allargare la cerchia di coloro che lo vivono come un’esperienza forte per la propria vita spirituale e per la convivenza sociale. Insomma, un dialogo più partecipato e diretto, con più teologia e più spiritualità. In una società pluralista come quella italiana di oggi, che sta rischiando una deriva identitaria e/o apertamente razzista, un simile percorso di dialogo ha anche una valenza esplicitamente sociale, serve a costruire convivenza, solidarietà civile, senso di appartenenza. Come sostiene Raimon Panikkar, è innegabile che “senza dialogo, le religioni si aggrovigliano in se stesse oppure dormono agli ormeggi… o si aprono l’una all’altra, o degenerano”. Per questo, il dialogo autentico, lungi dal farci smarrire la nostra identità come molti temono, è l’unica via per evitare la degenerazione delle religioni. E fornisce ai credenti un’opportunità per esaminare assieme l’universale tendenza umana all’esclusivismo, allo sciovinismo, e alla violenza che possono infettare il comportamento e lo sguardo religiosi.

La grande sfida che ci attende è, in effetti, quella di evitare una lettura delle differenze esistenti, anche profonde, come uno scontro tra il bene e il male, di rifuggire l’identificazione tra un islam astratto e l’incarnazione del male, di rifiutare la demonizzazione dell’altro. Il rischio di farsi prendere dalla sfiducia, dalla stanchezza, dalle delusioni è molto alto! Forse, bonhoefferianamente, nella presente stagione siamo chiamati non tanto a edificare le grandi cattedrali, bensì a fare piccoli passi, seminando buone pratiche per le generazioni di domani… Oggi abbiamo bisogno di educarci a guardare alle nostre differenze non come a idoli da adorare ma come arricchimento reciproco verso una vita piena di amore, quell’amore che per cristiani e musulmani caratterizza l’essenza stessa di Dio. Se uno dei nomi di Dio della tradizione islamica è Al-Wadud, L’amorevole, leggiamo nella Bibbia che “da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri” (1Gv 13,35). Non dimentichiamolo, in vista della prossima giornata. Come direbbe la mia amica, del prossimo miracolo all’italiana

 

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