MEDIORIENTE

Una comunione che riparte dall’Iraq

In ottobre il Sinodo delle Chiese orientali: aspettative, speranze, timori di un incontro in una delle zone più calde del mondo.
Renato Sacco

Si terrà a Roma dal 10 al 24 ottobre prossimo, un Sinodo speciale per il Medio Oriente, sul tema “La Chiesa cattolica in Medio Oriente: comunione e testimonianza”.  Un appuntamento che coinvolge un’area molto calda e, nello stesso tempo, molto cara a Mosaico, di Pace, che più volte in questi anni ha dedicato pagine e servizi ad alcuni Paesi del Medio Oriente, dalla Palestina, al Libano, dall’Iran all’Iraq.

E la proposta di un Sinodo per il M.O. era proprio stata fatta al Papa da un vescovo dell’Iraq, l’amico Louis Sako, vescovo di Kirkuk, nel gennaio 2009, proprio alla luce della situazione comune di questi Paesi che vivono “difficoltà e speranze”. 

Le difficoltà, parlando dell’Iraq, davvero non mancano. Ancora lo scorso luglio, attentati, bombe, morti e feriti a Baghdad, a Mosul e anche vicino all’abitazione dello stesso mons. Sako a Kirkuk. 

In un momento di vuoto di potere, con un Governo che non si forma per i grandi interessi e calcoli politici in gioco, in vista del ritiro annunciato delle truppe USA, regna il caos, che si aggiunge alla fatica quotidiana della mancanza di energia elettrica, della fatica di trovare benzina, ecc..

In questo contesto il Sinodo è sicuramente una grande opportunità, da non sciupare, “potrebbe essere una nuova Pentecoste”, afferma Louis Sako. “Questo sinodo è un tempo privilegiato e intenso: non bisogna perdere l’occasione propizia. Le Chiese orientali devono aprirsi allo Spirito rinnovatore e uscire dal passato, da una storia rigida, per vivere nell’oggi, in questo tempo, e preparare il futuro. La Chiesa ha una sua vocazione, chiamata, missione. La fedeltà alle radici non può voler dire chiusura, ma impegno a essere fedeli all’uomo d’oggi, che è cambiato. Ogni Chiesa locale deve assumersi la propria responsabilità e trovare poi il modo migliore di tradurre le direttive di questo Sinodo nella società attuale. Date le possibilità, una Chiesa da sola non è capace di fare fronte a questo, ma insieme e in comunione con la Chiesa universale, tutto è possibile”. Per sintetizzare alcune questioni si potrebbe giocare sulla parola “SI NO DO”.

Un Sinodo per dire dei SI

Si alla riforma liturgica, Si all’importanza basilare della Sacra Scrittura. Si alla riforma della struttura di alcune Chiese, diocesi. Si al dialogo con l’Islam. Si a un impegno comune per la Pace. Ma c’è da sperare che il Sinodo dica anche dei NO. No a una conclusione già prestabilita e scritta prima di cominciare. Come un po’ si voleva fare con il Vaticano II. NO alla divisione tra le Chiese. NO alla guerra, alla logica delle armi e a tutte le forme di violenza e di interessi economici. Un richiamo generico alla pace potrebbe non portare a nulla, se non è accompagnato da un impegno, da un dire, come afferma mons. Sako, “le cose pratiche e concrete, presentando in modo obiettivo e coraggioso la situazione”. Insieme ai SI e ai NO c’è anche qualche NODO che il Sinodo deve affrontare. Molti sono nodi intra-ecclesiali, come il rapporto tra le varie piccole Chiese presenti sul territorio, e il rapporto con Roma. Il nodo del rapporto tra religione e politica, sia all’interno delle Chiese cristiane che nell’Islam.

Certo in quell’area il nodo centrale è Gerusalemme, come più volte ha richiamato il Patriarca Sabbah. Ed è un nodo ancora abbastanza intricato, ma come sempre afferma in ogni intervista mons. Sako, “vogliamo credere alla speranza, nonostante la disillusione e le molte difficoltà”.

 

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