CAMPAGNA SUDAN

Un debito non pagato

L’eredità lasciata dalle imprese petrolifere Lundin, Petronas e OMV in Sudan, nel rapporto a cura della Coalizione europea sul petrolio in Sudan.
Carla Bellani

Il rappporto “Un debito non pagato”, presentato a Stoccolma nel giugno 2010, intende essere la risposta a un gruppo di organizzazioni sudanesi che trovatesi a Juba nel 2006 per la conferenza “Petrolio e futuro del Sudan”, avevano chiesto a Ecos (Coalizione europea sul petrolio in Sudan) di salvaguardare l’accordo di pace del 2005 (che metteva fine a una più che ventennale guerra civile tra Nord e Sud) e di impegnarsi per ottenere le compensazioni alle vittime delle violenze subite a causa della guerra per il petrolio. 

La ricca documentazione fornita dal rapporto fa riferimento anche ai dossier di Medici senza frontiere, di Human Rights Watch, di Cristian Aid e Oxfam che per tanti anni hanno vigilato e informato dettagliatamente sulla situazione. Altri dati provengono direttamente dagli speciali  apporteur dell’Onu, dai comandi delle milizie attive sul territorio, dalle informative depositate presso alcune Corti di giustizia, e dalle riprese satellitari che mostrano l’evacuazione forzata dei civili nelle zone dei pozzi. 

Essendo Ecos una coalizione di organismi europei, concentra l’attenzione del suo rapporto sulle imprese petrolifere europee operanti in Sud Sudan dal 1997 al 2003. A quel tempo, (1997) per iniziativa della compagnia svedese Lundin Oil nasceva un Consorzio di imprese che comprendeva l’austriaca OMV, la malese Petronas e la sudanese Sudapet. Subito, ottenevano dal governo di Khartoum la concessione del Blocco 5A, (nell’Unity State) per l’esplorazione. L’area, allora, non era sotto il pieno controllo governativo ma godeva di una relativa tranquillità. Appena il Consorzio avviò la sua attività, il conflitto esplose con violenza: il governo voleva avere il controllo dei campi petroliferi ma incontrava l’opposizione delle fazioni della guerriglia del Sud. Con attacchi indiscrimati di civili, incendi di capanne e raccolti, con rapine di bestiame, bombardamenti aerei, stupri, schiavitù di bambini..., si faceva brutalmente piazza pulita dei residenti (240.000) per lasciare il posto agli impianti  petroliferi.

Quali responsabilità?

Poichè il Consorzio operava in loco, sapeva certamente delle evacuazioni forzate e delle violenze in atto, per altro sempre denunciate con precisione da vari organismi internazionali. Perchè allora non se ne è fatto carico? E le imprese che lavoravano sul posto, che informazioni mandavano ai rispettivi governi?  

È provato che le strade, i ponti, le piste di atterraggio costruite intorno ai campi petroliferi erano la via di transito di colonne militari, di armi e aerei che poi andavano a colpire civili inermi e ignari di tutto: erano tribù per lo più dedite alla sussistenza e che affrontavano la durezza dei periodi di siccità spostandosi coi pochi capi di bestiame in cerca di pascoli più generosi, per poi ritornare nella stagione delle piogge alla povertà estrema dei loro tukul

E, dunque, le imprese, oltre “osservare” la distruzione di interi villaggi, ne facilitavano l’operazione attraverso l’uso delle infrastrutture dell’area e, come se non bastasse, restavano inerti di fronte al divieto di far arrivare gli aiuti umanitari in soccorso degli sfollati, lasciati così in balia di se stessi. 

Questo, nonostante il forte appello da parte del World Food Programme (1998) a intervenire presto perchè la gente moriva di fame e a deporre immediatamente le armi.   

Sicuramente, il Consorzio aveva ben presente che la sua presenza nel Blocco 5A faceva da paravento agli interessi strategici delle parti in lotta: la guerriglia (Spla) aveva apertamente dichiarato che considerava gli impianti, degli obiettivi da attaccare, mentre il governo ribadiva che li avrebbe difesi strenuamente; di fatto, gli scontri avvenivano proprio vicino ai pozzi ed erano così intensi che più volte le imprese avevano dovuto sospendere i lavori ed evacuare il loro personale per ragioni di sicurezza.

Ma c’è un altro elemento che getta ulteriori ombre scure sull’operato del Consorzio. Al momento di sottoscrivere il contratto per il Blocco 5A col governo sudanese, sapeva che questi era stato condannato dall’Onu (1996) per la sistematica violazione dei diritti umani, e che ben due speciali rapporteur dell’Onu (Biro e Bauman) lo ritenevano colpevole di tante stragi. Era un fatto di dominio internazionale! Tuttavia, il Consorzio aveva ugualmente portato a termine il contratto col governo, ma non solo, attraverso la Sudapet lo riconosceva come suo partner e non esitava ad affidare la protezione strategica degli impianti proprio all’intelligence governativa. È il caso di dire: tutte decisioni prese in piena avvertenza e deliberato consenso! 

Possibile riconciliazione?

Secondo Ecos, un processo di riconciliazione richiede prima di tutto la ricostruzione della verità storica dei crimini commessi. Per questo chiede espressamente ai governi di Svezia, Austria, e Malesia:

- di indagare se, secondo il diritto internazionale, le loro compagnie petrolifere sono state complici dei crimini di guerra e contro l’umanità nel periodo tra il 1997 e il 2003.     

- di rendere conto del loro fallimento nel prevenire le violazioni dei diritti umani e i crimini internazionali in quell’area. 

Chiede inoltre a tutti gli investitori di togliere i finanziamenti dalle Compagnie petrolifere che non collaborano alle indagini. 

Alle imprese del Consorzio chiede di:

- mettere a disposizione tutti i documenti necessari e di collaborare alle indagini circa il loro specifico ruolo all’interno dei fatti in questione:

Il rapporto sostiene pure il dovere di riparare i danni recati alle vittime in base all’effettiva entità dei medesimi e chiede direttamente alle compagnie petrolifere e ai governi di contribuire a una giusta ripartizione del risarcimento che viene stimato intorno ai 300 milioni di US$. 

Nella stessa direzione si esprime l’accordo di pace del 2005(CPA). All’articolo 1.6. dice che le persone sfollate violentemente dai campi petroliferi hanno diritto a ricevere un indennizzo. 

Lo ribadisce la nuova Costituzione sudanese all’articolo 208, in cui afferma che i diritti violati in conseguenza dei contratti petroliferi devono essere fatti oggetto di compensazione.

Purtroppo, tutti questi articoli fino a ora sono rimasti lettera morta. 

Fino a quando lo saranno? 

Come strumento di pressione, Ecos propone a tutti gli azionisti di disinvestire dalle imprese che non attuano i risarcimenti secondo le condizioni stabilite dal CPA, dalla Costituzionee, e dalle linee delle Nazioni Unite e indica nei garanti del CPA (Stati Uniti, Inghilterra, Norvegia, Italia, Igad) i responsabili nel favorire tutte le condizioni necessarie perchè il risarcimento avvenga.

Ecos, espressione di organizzazioni europee, farà la sua sua parte perchè questo enorme debito morale e finanziario venga pagato interamente! 

 

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