Obiettare in Turchia

Obiettori, disertori, tutti coloro che appoggiano i refusnik anche in altri Paesi o si oppongono al militarismo, sono uniti da un’unica terribile sorte.
Storie, nomi, racconti di pacifisti turchi.
Giorgio Riva (Coordinatore Rete Payday)

Il 17 giugno 2010 Halil Savda e tre altri attivisti sono stati condannati a sei mesi per la manifestazione del 6 gennaio 2010 in appoggio a Enver Aydemir, un altro obiettore di coscienza in Turchia. Al momento le condanne sono sospese. I militari e il governo usano il famigerato articolo 318 del Codice Penale (cfr. box) per perseguitare obiettori di coscienza, anti-militaristi e giornalisti che fanno campagne contro il potere dei militari. 

Per Halil Savda, curdo, questa è la seconda condanna in meno di un anno: incredibilmente, i militari e il governo turchi possono usare l’articolo 318 non solo contro quelli che si oppongono al militarismo all’interno dei confini turchi, ma anche se appoggiano refusnik in altri Paesi. Nel giugno 2009, Halil Savda è stato condannato a cinque mesi per aver manifestato (nel 2006) davanti al consolato israeliano a Istanbul, in appoggio a Itzik Shabbat e Amir Paster, due soldati israeliani che avevano obiettato al furibondo attacco sul Libano da parte dello Stato di Israele. 

Condanne precedenti

Da decenni il governo e i militari turchi – spesso la stessa cosa – incontrano una forte resistenza contro il loro furibondo attacco verso donne, bambini e uomini nella zona curda del Sudest. Il caso di Halil è emblematico dell’uso di leggi “antiterrorismo” brutali e razziste contro il popolo curdo nel suo insieme: nel 1993 venne arrestato e incarcerato per tre anni, per l’appoggio al Partîya Karkerén Kurdîstan (PKK) (Partito dei Lavoratori del Kurdistan). Quando uscì di prigione nel 1996, Halil venne chiamato alle armi per il servizio militare obbligatorio. Lui rifiutò. Da allora le condanne per l’appoggio/appartenenza al PKK (che alle fine Halil lasciò) e per il rifiuto del servizio militare si sono intrecciate. Questo lo ha condotto a lunghi periodi di prigionia (dapprima sette anni, dal 1997, per “appartenenza a un’organizzazione illegale”) e a una serie di processi per diserzione e insubordinazione, culminata nel 2007 in una sentenza di 21 mesi e 15 giorni in una prigione militare. Mentre era in prigione, Halil venne picchiato selvaggiamente da quattro guardie.

Halil e Mehmet Bal, un altro obiettore che venne imprigionato e torturato, sono, per quanto ne sappiamo, i primi casi in cui i militari turchi congedano un obiettore dall’esercito (nel 2008). I militari dovettero piegarsi davanti alla loro determinata resistenza e alla pressione internazionale – centinaia di persone firmarono una petizione internazionale per Halil. 

Halil Savda è un caso unico tra gli obiettori, perché si è rifiutato di prestare servizio sia nel PKK che nell’esercito turco. 

Il primo in prigione 

Dopo avere bruciato la cartolina nel 1995, Osman Murat Ülke (noto nel movimento come Ossi) è stato il primo obiettore in Turchia a essere imprigionato. Venne ripetutamente arrestato, condannato e messo in prigione per un totale di più di due anni, fino al 9 marzo 1999, quando venne rilasciato e ricevette l’ordine di presentarsi al reparto. Lui invece andò a casa. Venne dichiarato disertore e da allora è costretto a fare vita semi-clandestina.

Nel gennaio 2006 Ossi vinse la sua causa contro lo Stato turco nella Corte Europea per i Diritti Umani, che accusò la Turchia di condannarlo a una “morte civile”, senza passaporto, senza accesso a un impiego e perfino senza la possibilità di aprire un conto in banca. 

Il Consiglio d’Europa ha votato numerose risoluzioni condannando la Turchia per la sua persecuzione, esortando le autorità turche a varare una legge che impedisse la punizione ripetuta degli obiettori. La Turchia disse di sì, ma finora non ha fatto nulla. 

Anzi, ha fatto meno di nulla: il 14 giugno 2007 Ossi ricevette l’ordine, dall’ufficio del pubblico ministero militare, di costituirsi e andare in prigione per 17 mesi. Lui continuò a vivere da semi-clandestino, mentre il suo caso attirò l’attenzione internazionale. Una petizione internazionale al Parlamento Europeo e alle autorità turche perché interrompessero la persecuzione di tutti gli obiettori in Turchia raccolse più di 1.600 firme. 

La Campagna di Ossi arrivò a uno dei suoi punti culminanti in Gran Bretagna, nel 2007, in occasione della cerimonia di ringraziamento per la beatificazione di Franz Jägerstätter, l’obiettore austriaco, marito e padre, giustiziato dai nazisti nel 1943 per aver rifiutato di prestare servizio nell’esercito tedesco. Bruce Kent, vice-presidente di Pax Christi, parlò di lui dal pulpito della cattedrale di Westminster. In quel momento, nello stesso Paese, c’erano circa altri 60 obiettori in prigione o in attesa di giudizio. 

Al momento Ossi non è al sicuro dall’esercito, ma è ancora fuori di prigione. 

Curdo, gay, obiettore totale

Nel 2001, Mehmet Tarhan ha dichiarato la sua obiezione totale a tutte le guerre e a qualsiasi alternativa al servizio militare. Catturato nell’aprile del 2005, Mehmet venne mandato nella prigione militare di Sivas. Venne condannato a quattro anni per due accuse di “insubordinazione davanti al reparto” e perfino qualora l’avessero rilasciato avrebbe potuto essere riportato in caserma per ricominciare il ciclo di processo, condanna, prigionia e tortura. 

Mehmet rifiutò il congedo sulla base che le autorità turche considerano la sua omosessualità una malattia. Per certificare un uomo come gay, l’autorità militare non richiede solo una visita manuale da parte dei medici, ma anche una foto o un video di una penetrazione anale. L’uomo che penetra non è considerato gay dai militari. Le autorità militari minacciarono Mehmet di costringerlo fisicamente a una visita fisica – “stupro giudiziario”. Rifiutando l’esenzione come gay, Mehmet dichiarò “questa è un’espressione del marciume del sistema militarista in sé.

La lotta di Mehmet per lo status di obiettore venne appoggiata da numerose organizzazioni per i diritti umani, lesbiche, gay e altre organizzazioni in molti Paesi. Per il 9 dicembre 2005 venne lanciata una Giornata Internazionale di Lotta – attiviste/i di 22 città in 14 Paesi picchettarono ambasciate, consolati e istituzioni pubbliche turche, e 20 parlamentari europei scrissero al governo turco di liberarlo immediatamente. 

Nel marzo 2006, dopo 11 mesi di prigione, torture e scioperi della fame, Mehmet Tarhan venne rilasciato. Non è stato congedato dall’esercito e, come Ossi, deve vivere una vita semi-clandestina. Ma la sua campagna, con la partecipazione di molte comunità, è stata un punto di riferimento per quello che è stato fatto in altri casi. La rete internazionale che si è organizzata per Mehmet è riemersa in varie occasioni e in forme diverse, la più recente durante la campagna per la difesa di Joe Glenton (cfr. art. pp. 25-26). 

Gli obiettori sono la punta di un immenso iceberg anti-militarista: si stima che solo in Turchia tra 350.000 e 500.000 uomini rifiutino il militare in un modo o nell’altro. Non sono molti quelli che hanno il coraggio e la determinazione di uscire allo scoperto e di rischiare anni di processi, prigionia e molto probabilmente torture; quelli che lo fanno hanno un’enorme influenza sia in Turchia che a livello internazionale. 


 

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