LETTERATURA

In morte di José Saramago

Il ricordo del premio Nobel portoghese. Riflessioni aperte e sguardi altri sulla libertà di parola e di pensiero nella Chiesa cattolica. Tutto al plurale.
Andrea Bigalli

Il destino di una scrittrice, di uno scrittore è di essere legato a un tempo, una stagione storica. Non semplicemente per il dato che ne è parte, ma per il fatto che si misurerà importanza e grandezza di ogni autore anche in relazione a come il suo tempo ha illustrato, interpretato e, per gli aspetti che sono possibili, modificato. Di alcuni grandi si è persa affezione, per le scelte che operarono, di altri non si può disconoscere il talento, ma rimasero di fatto confinati nella dimensione letteraria e lì invecchiano, relegati nei manuali scolastici. 

Quelle e quelli che ricordiamo e a cui siamo grati, sono coloro che seppero vivere i loro anni dicendoci cose essenziali, che ci hanno raccontato la storia in modo vivo, furono analisti attenti, capaci di azioni coraggiose, seppero vedere il piccolo e il grande male della loro stagione storica e agirono di conseguenza. Lottarono. Magari soccombendo, apparentemente o nei fatti senza invertire nessun processo negativo, ma di sicuro facendosi ricordare per la consapevolezza donata. Altri si sono asserviti ai poteri della contemporaneità, a ideologie aberranti, o cedettero per paura, convenienza, necessità. 

La storia della letteratura non si fa soltanto per opere, citazioni sui manuali, bibliografie, ma facendola confrontare con la storia vera e pulsante, quella delle donne e degli uomini, nelle loro vicende e nelle loro sconfitte, lutti, conquiste. Non si può fare a meno di uno sguardo sulle cose del mondo; c’è una necessarietà della poesia e dell’arte in chiave politica che è basilare. 

Durante una fase storica, quella che stiamo vivendo, in cui dileggiare gli intellettuali è cosa ordinaria, è bene ridire con chiarezza che di quelli autentici non si può fare a meno. Un segno rilevante della fase di crisi e di decadenza che sta attraversando il nostro Paese si esprime anche nella difficoltà con cui vediamo affermarsi scrittori e scrittrici di livello. La fase dei Pasolini, Flaviano, Morselli, Calvino, Zavattini, Fortini è giunta da diversi anni al termine. Se poi lo sguardo si estende all’ambito cattolico, si può affermare tranquillamente che da tempo l’ambiente ecclesiale non produce più intellettuali significativi, con l’esclusione di Mario Rigoni Stern e – in altro campo – di un regista come Ermanno Olmi. In attesa che i tanto vituperati (almeno in certi contesti) meticciamenti culturali producano nuovi autori, ci tocca constatare la morte degli ultimi giganti e le polemiche dei nani che si affollano intorno alle loro spoglie. 

Cittadino del mondo

Josè Saramago, al di là della non sempre significativa attestazione sancita dal premio Nobel per la letteratura, è stato un autore contemporaneo dalla statura enorme. Lusitano di nascita, europeo per versatilità di scuola espressiva, cittadino del mondo per le lotte politiche sostenute, arriva nel mondo della letteratura attraverso quelle che vengono talora considerate porte di servizio: gli studi tecnici, il giornalismo, l’attività editoriale. Il suo primo romanzo, Terra del peccato – peraltro in seguito ripudiato –, gli valse la censura e l’acuirsi del contrasto con il dittatore Salazar. L’attività poetica, quella nell’ambito editoriale, la direzione di un quotidiano: il ritorno alla prospettiva romanzesca si farà attendere fino al 1977, trent’anni. 

La svolta fu rappresentata dalla cosiddetta rivoluzione dei garofani, il sovvertimento del regime salazariano senza spargimento di sangue avvenuto nel 1975: Saramago si dedicò totalmente alla letteratura, come se, sconfitta la dittatura, si aprisse anche il tempo per altro, per vivere in pienezza e quindi ricominciare a narrare. Inizia così la stagione dei grandi romanzi, delle narrazioni sospese tra rievocazione storica e acuta interpretazione della contemporaneità, con intuizioni sul presente che toccano temi di diretta attualità (come per esempio ne L’uomo duplicato, dedicato agli aspetti individuali della futura clonazione degli esseri umani). Tutta l’opera del romanziere portoghese si allinea in questa prospettiva militante, che interpreta la letteratura nelle sue valenze politiche, di denuncia e di presa di posizione: una produzione letteraria talora inquietante, talvolta capace di invitare alla speranza, sempre faticosa e complessa come la sua prosa, come la stagione storica che ci è toccata in sorte. Diceva del proprio mestiere: “Sono soltanto una persona che si limita a sollevare una pietra e a guardare cosa c’è sotto. Non è colpa mia se di quando in quando escono dei mostri”.

Tra polemiche e contestazioni

Non uno scrittore facile, quindi, raramente cedeva a una scorrevolezza di scrittura che inducesse il lettore a rilassarsi, anche perché non consentiva di pensare lo scrivere come atto che non avesse conseguenze; e conseguenze importanti. 

Narrazioni di forti sentimenti – Saramago ha saputo scrivere di amore come pochi altri contemporanei – naturalmente traducibili in sentire politico, raramente neutrale. Inevitabile, anche per l’identità politica comunista, il conflitto con i poteri del mondo, ivi inclusi quello in cui si coniuga sovente l’agire della Chiesa cattolica, con cui il rapporto fu sempre controverso. Le critiche negative a Memoriale del convento e al testo teatrale La seconda vita di Francesco di Assisi sono state premessa alla fase di aperto contrasto quando pubblicò Il Vangelo secondo Gesù Cristo, che gli valse un’accusa pubblica di blasfemia, che in un Paese cattolico come il Portogallo non può essere dato che rimane senza conseguenza. Saramago, in conseguenza alle polemiche, espatriò. La polemica non si è placata con la morte dello scrittore, il giugno scorso: un articolo durissimo de “L’Osservatore Romano”, anticipato dal quotidiano “Avvenire” con uno fondo dello stesso tenore, riduce l’opera dello scrittore lusitano a una prospettiva ideologica, ne sottolinea gli aspetti antireligiosi e chiosa una mediocrità dell’autore, nella prospettiva di una polemica nei confronti della notorietà derivante dal premio Nobel già sollevata quando venne premiato Dario Fo. 

Molti cattolici hanno espresso la loro perplessità di fronte a un modo così poco rispettoso di fronte alla morte mostrato da queste testate. Il rispetto per colui che pure ti ha avversato è un elemento significativo anche per una cultura civile, figuriamoci per una dimensione che dovrebbe essere governata da criteri evangelici. 

Libertà di critica

Ma, oltre a questa riflessione, si presenta l’occasione per altre due considerazioni.

La prima è legata all’idea che la Chiesa continua a mal sopportare gli elementi critici, soprattutto quando, come nel caso di cui trattiamo, si muovono sul filo della contestazione all’agire storico, con il rimprovero alla facilità con cui certe gerarchie avallano i poteri politici conservatori, spesso in prima fila nella repressione delle libertà: fintanto che non si mette in discussione la libertà religiosa sembra che le altre libertà si pongano su di un livello meno significativo.

Ci sono giustificazioni a ciò, nello specifico che la Chiesa persegue e nell’idea che se si mettono in discussione le libertà essenziali anche le altre vengono condizionate. 

Ma l’esempio della repressione in America Latina nella triste stagione dei regimi militari, di facciata cattolicissima, ma feroci fino alle estreme conseguenze nei confronti delle dissidenze, mette in discussione questa linea. Come pure la convinzione che non sia la tutela dei diritti umani una delle priorità dell’agire ecclesiale.

Casi recenti (la mancata denuncia delle aggressioni omofobe, l’atteggiamento tutto sommato morbido di fronte alle espulsioni di rom come di immigrati aventi diritto all’asilo in diversi Paesi europei, l’annosa questione dei diritti della donna) mostrano la difficoltà usuale, ma crescente, a tradurre il tema dell’evangelizzazione anche sul piano della salvaguardia della dignità umana, del violentato come del violentatore, che nega la propria nel sopruso (e va quindi salvato dal proprio peccato, facendogli prendere coscienza del proprio crimine). 

Per Saramago rispunta il problema dell’identità marxista; va in secondo piano per i suoi detrattori la sua sincera opposizione alla tirannia: certo, la miopia nei confronti dei crimini del socialismo reale non è un tratto positivo dell’atteggiamento di un intellettuale europeo, ma la cosa che mi ha colpito di più è stata l’accusa rivoltagli di essere uno scrittore mediocre, come ha scritto il quotidiano della CEI Avvenire. Si può fare una disanima delle ragioni per cui qualcuno ti è stato avversario, ma Saramago è oggettivamente tutto fuorché uno scrittore mediocre. Si può contestare l’uso improprio e non documentato del dettato della Sacra Scrittura, che egli ha messo in atto in alcuni dei suoi romanzi (soprattutto il suo ultimo, Caino, e il citato romanzo sulla figura di Cristo): ma si deve accettare la sfida della dialettica che si può instaurare con chi ti contesta. 

Il Vangelo secondo Gesù

Questa si mostra come una delle ennesime circostanze in cui la Chiesa cattolica mostra la sua difficoltà a pensarsi e proporsi secondo la coscienza della propria autentica forza, che sta nella verità della Parola che la sostiene, non certo delle strutture storiche che la costituiscono o dei poteri che la corteggiano e spesso la strumentalizzano. 

Un confronto aperto rende ragione della convinzione che abbiamo riguardo ai nostri riferimenti, i principi che sostengono le nostre azioni, il nostro sentirci inadeguati nel fondarsi sul dettato altissimo del Vangelo ma quanto questa realtà ci giudichi, e anche ci sostenga e ci dia fondamento. 

Il Vangelo secondo Gesù Cristo sinceramente per me è stata una lettura faticosa e dolorosa, ma utile: è un’opera che distorce il dato biblico in una dimensione strumentale e quindi contestabile, e per questo la si può e la si deve criticare, ma rimane utile perché propone una visione di Gesù così come alcuni desidererebbero fosse annunciato. Saramago ha scritto di umili e violentati, di esseri umani schiacciati da sistemi iniqui e dalle logiche talora assurde dell’esistenza: in questo poteva essere – e lo è stato per chi, pur cattolico, ha amato i suoi libri – un compagno di strada diverso e non sempre concorde, ma capace di fare un pezzo di viaggio verso una verità più grande.

 

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Ponti
SETTEMBRE 2019

Ponti

Quando gli angeli si accorsero che gli sventurati uomini
non potevano superare i burroni e gli abissi
per svolgere le loro attività, al di sopra di quei punti
spiegarono le loro ali e la gente cominciò a passare su di esse.
Per questo la più grande buona azione è costruire un ponte.
Ivo Andrić
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