PAROLA A RISCHIO

Contemplate la bellezza

Di fronte a una società fondata sull’insicurezza, la paura, lo spionaggio reciproco e generalizzato, ripensiamo a buone prassi alternative per uscire dal vicolo cieco della brutalità.
Don Angelo Casati

Fu un bussare. Così ogni mese, all’inizio di ogni mese. Un bussare alla mia porta per un articolo su questa rivista. E ora che sento bussare per l’ultima volta, mi viene spontaneo ripercorrere nel ricordo questo mio divagare nei territori delle nostre paure, pensieri segnati da parzialità, dalla mia parzialità. Fu come se ogni mese il mio secchio usurato e fessurato, tra cigolii di carrucola, avesse osato una discesa nel buio del pozzo, per poi risalire con un piccolo fiato d’acqua. Ma mi sosteneva, a speranza, la certezza che chi mi avesse letto, con il suo secchio avrebbe portato alla luce una misura più colma e si sarebbe fatta assemblea delle acque, delle nostre acque. Che non sono certo spinta impetuosa di fiume, ma chiacchiericcio di torrente.

A muovermi per l’ultima riflessione è un episodio di cronaca che, pur riguardando questa mia città, ha trovato spazio, per l’assurda violenza che lo connotava, su tutti i quotidiani nazionali: un taxista della nostra città, assalito da un branco con brutalità sconcertante, semplicemente per avere investito un cane. E noi, noi tutti a portare vergogna per un’appartenenza, l’appartenenza a una città che ha la spudoratezza di chiamarsi civile, città in odore di Expo! 

Ma a tanta brutalità quale rimedio? Abbiamo sentito le autorità di questa nostra città dichiarare che a rimedio si sarebbero installate, nel giro di poco tempo, telecamere su tutti i taxi in servizio nella città.

Per un attimo nel mio immaginario prendeva visione, l’immagine di una città grigia affollata di telecamere: una in ogni angolo, in ogni strada, a ogni incrocio. Una città di spiati, di sorvegliati, rimedio e scudo alle nostre paure e alle nostre insicurezze. La sicurezza della città demandata, dunque, a un oggetto esterno, infallibile nei suoi effetti. C’era da stropicciarsi gli occhi, quasi stralunati. E molti di noi a chiedersi come mai una simile geniale pensata non avesse fatto capolino prima d’allora nelle menti di qualcuno dei molti governanti della nostra città: moltiplichiamo le telecamere. 

Ma non era questa, a ben vedere, che una delle derive di un modo di pensare. O di non pensare? Non è forse vero che da mesi e mesi, forse anni, si va immaginando di dare sicurezza alle nostre città con pattugliamenti della polizia o con perlustrazioni di ronde di cosiddetti vigilantes? A qualcuno di noi, che ormai si sente razza strana, quando per disavventura capita di passare per strade cadenzate non da fiori o da alberi ma da sagome di camionette della polizia, si stringe il cuore. Non era l’immagine della città sognata. 

Lungi da noi pensare che una città non debba essere anche custodita, serenamente. Ma affidare il tutto a un occhio esterno può essere veramente segno di una città matura, di donne e uomini maturi, di figlie e figli maturi?

Cosa insegnerai a tuo figlio?

Quelli tra noi, che portano come me un carico non indifferente di anni sulle spalle, forse ricorderanno di aver visto nelle chiese di un tempo dominare dagli altari un grande triangolo rosso che raffigurava la Trinità e al centro un occhio, un grande occhio polifemico, attribuito a Dio: occhio che ti spiava, ti perseguitava con la sua implacabile fissità. Per grazia poi mi è accaduto di scorrere pagine e pagine della Scrittura sacra e di diventare sempre più consapevole che sulle pareti della storia non ci sono tracce di quello sguardo del terrore. Il volto di Dio che affiora dalla storia è il volto di un Dio di libertà, che dà ai suoi figli il sapore e il brivido della libertà. E, dunque, se su qualche brandello di muro del tuo passato o della tua memoria è rimasta traccia di un Dio che spia la libertà di noi umani, scrosta e ripulisci l’affresco, e appariranno tracce di un Dio geloso della tua libertà, un Dio che i suoi figli li vuole liberi, liberi da tutti i faraoni della terra.

Non ci affascina una terra dove l’ordine e l’armonia siano a comando di faraone, vengano cioè dettati dall’esterno.

Ricordo che, un giorno di molti anni fa, durante un mio soggiorno in Valle di Poschiavo, salimmo un pomeriggio a San Romerio, un alpeggio a milleottocento metri, dove una piccola chiesa antica edificata nel dodicesimo secolo veglia, come sentinella e rifugio in cima a un dirupo di 800 metri a picco sul lago di Poschiavo. Uscimmo dall’ombra ed ecco i nostri occhi furono sorpresi dalla figura di un pastore: poco fuori da una baita stava assorto nel silenzio dei monti, gli occhi sembravano navigare indugiando ora al verde vivo dei prati ora alle macchie bianche del gregge. Tacemmo, quasi fosse da ascoltare, senza frapporre briciola di rumore, la bellezza di quell’armonia. Poi ci avvicinammo e ci venne spontaneo dirgli il nostro stupore per i suoi prati inviolati, senza ferita di carte o di bottiglie abbandonate. Ci venne spontaneo chiedergli se tutto ciò fosse frutto di qualche ordinanza comunale che comminasse punizione di multe a eventuali trasgressori. 

Ascoltare i sogni

Il pastore alzò lento il viso, i suoi occhi abitati dalla sapienza dei monti, ci disse che non esistevano ordinanze di sorta e aggiunse: “È così perché a noi sta a cuore la bellezza”. Non le telecamere, non le pattuglie di vigilanti, non il balenare di multe, ma la passione per la bellezza. Parola di pastore, sapienza dei monti. Affidàti dunque non a un oggetto esterno, ma a una passione di bene e di bellezza che ci arde dentro.

E non sarà questo il compito che dovrebbe occuparci se fossimo sapienti, quello su cui misurare la nostra saggezza e preveggenza, la nostra lucidità di visione per il futuro, la nostra passione per le donne e per gli uomini del nostro tempo, per la terra che siamo chiamati ad abitare? Non una terra grigia in cui uomini e donne camminano grigi e piegati a timore di sorveglianti, ma una terra di colori in cui camminare a testa alta, illuminati dal riverbero della parola di Dio che li conduce o, se non credenti, sospinti dal lume buono della coscienza che li abita. 

Che cosa mai insegnerai a un figlio, a un cucciolo d’uomo? Gli insegnerai a guardarsi dal colpire il compagno perché una telecamera prima o poi potrà sorprenderlo e riprenderlo a condanna? O gli insegnerai che è bellezza della vita onorare un volto, di chiunque sia e qualunque cosa accada, gli insegnerai ad accarezzare un malato, a inchinarsi al filo d’erba, a fasciare la canna incrinata, a ricomporre i frammenti, a lottare per una giustizia e una armonia che non siano di pochi ma di tutti? Lo educherai ad ascoltare le voci che lo abitano? A leggere le parole che stanno scritte sulle pareti dell’anima?

Mosè nella steppa così invitava il suo popolo: “Porrete nel cuore e nell’anima queste mie parole… ve le legherete alla mano come un segno, ve le terrete come un pendaglio tra gli occhi” (Dt 6,4.9). Non è forse vero, mi chiedo, che le parole, che diventano vita e non rimangono suono vuoto nell’aria, sono le parole che sono discese nel cuore, nell’anima e vi hanno preso dimora? È nell’anima che avvengono le vere gestazioni. Le parole, dunque, scritte sulle pareti della tua coscienza abbeverino i tuoi occhi, siano luce per le tue scelte; siano la sorgente segreta delle tue azioni.

A volte mi sorprendo a osservare triste la stagione che stiamo vivendo, non vedo pascoli verdi, inviolati, vedo giorni sporchi di insensatezza e di degrado. Fa scuola dall’alto. Mi prende disgusto, ma poi mi sorprendo, vecchio come sono, a sognare. A sognare che in donne e uomini erompano sussulti di resistenza. Poi mi chiedo da dove ripartire. Per nuove stagioni di bellezza. Ho trovato mesi fa, in una traduzione che mi ha colpito, una parola custodita nel rotolo di Isaia. “Ascoltatemi, ascoltatemi” è scritto. E, dunque, un invito ripetuto, pressante, urgente: “Ascoltatemi, ascoltatemi, mangiate la bellezza” (Is 52,2).

Mi fermai come sorpreso alla lettura. Mi sentivo nascere da dentro una domanda: di che cosa ci nutriamo? Mi interrogavo: “Stiamo mangiando bellezza? Stiamo mangiando bellezza o stiamo mangiando parole che sono scialo di squallore, di disgusto, di degrado, di egoismi, di intolleranza, di miopie dello spirito, di insensatezza del vivere?”. Le parole degradate ci fanno degradati, le parole della bellezza ci fanno donne e uomini della bellezza, della bellezza del vivere e della bellezza della terra.

“Mangiate la bellezza!”. Ultima parola, un fiato d’acqua, nel mio secchio usurato, fessurato, in risalita, per cigolio di carrucola, dal pozzo.

 

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