ARTE

Sono nata devadasi

Storie di bambine e danzatrici, merce per ricchi, serve per povertà. Il premio “Tiziano Terzani 2010” a Elisabetta Zerial, autrice di racconti sulla condizione delle donne indiane.
Sonia Drioli

“Sono nata devadasi. Non per mia scelta. La mia casta è così bassa e io così povera. Un tempo sarei stata una danzatrice al servizio delle divinità installate nei templi. Oggi non più. Oltre alla danza mi viene insegnato come servire e assecondare l´uomo ricco che presto mi verrà a prendere e fará di me la sua schiava personale, per sempre. Da danzatrice sacra a mantenuta di qualche ricco o in qualche pubblico intrattenimento. Presto sentirò il rombo di un motore, sarà il mio padrone che mi verrà a reclamare e mia madre, devadasi come me, potrà sopravvivere con una manciata di monete. Per me è giusto. Non conosco che questo. Non c´è contrasto, non c´è conflitto. Ho undici anni”. Comincia così il racconto di Elisabetta Zerial, giovanissima vincitrice dell’edizione 2010 del premio “Tiziano Terzani” per le scuole.
Le devadasi indiane erano tradizionalmente, delle danzatrici. Ballavano all’interno dei templi indiani una danza detta “Orissi” dal nome dallo stato dell’Orissa, situato sulla costa orientale dell’India. Le danzatrici del tempio, non si sposavano mai perché il loro unico sposo era rappresentato dalla divinità. L’insegnamento era tramandato dalla madre adottiva alla figlia spirituale.
Dopo l’indipendenza dal dominio inglese, della tradizione è rimasta la parte peggiore. Non più donne provenienti da caste privilegiate, le devadasi di oggi sono quasi tutte di caste “inferiori”, in particolare della casta degli Intoccabili – i Madiga – la più povera di tutte.
Nel 19esimo secolo, con l’arrivo dei missionari cristiani, infatti, le giovani di casta più agiata si avvicinarono al cristianesimo, e nei templi indù finirono le giovani di casta inferiore, quelle più povere – racconta la giornalista inglese Sarah Harris, ex redattrice dell’Independent e autrice di un documentario sull’argomento. Per poter sopravvivere – visto che alle spalle non avevano famiglie agiate – queste ragazze che vivono da recluse hanno cominciato a prostituirsi nel tempio. In breve tempo la prostituzione delle devadasi è diventata una pratica diffusa e redditizia, che veniva e viene collegata a una sorta di precetto religioso, mascherando questo commercio di corpi di bambine da “dovere verso la divinità”. Nonostante sia stata dichiarata fuorilegge questa realtà è più che viva.
Elisabetta Zerial ha scritto dopo avere conosciuto e intervistato varie donne, bambine a cui è stata portata via l’infanzia e bambine che sono riuscite a riprendersela dopo un lungo cammino. Bambine di Paesi in cui essere nate donne è ancora una “cattiva idea”, ed essere bambine può esserlo ancora di più.
Tra queste donne, l’indiana Sanatani Rambola. Sanatani però vive in Italia. Cresciuta nella cultura indiana ha trovato la sua realizzazione in quella stessa danza che è stata all’origine del “culto” delle devadasi.

Dal Sud Sudan al Niger
Rose, donna del Sud Sudan, parla a viso aperto in un documentario realizzato da una ONG italiana che in quel territorio lavora da anni: “Siamo donne di un altro tempo. Non siamo mica come le nostre madri”. Noi, noi donne, vogliamo fare, sappiamo fare, non abbiamo paura di fare. Continua. Rose è analfabeta e disabile, ma nelle manifestazioni non puoi non vederla. È in prima fila. Parla con un sorriso ammiccante e timido allo stesso tempo. Parla in una terra – il Sud Sudan – in cui le donne vengono per tradizione cedute in matrimonio in cambio di mucche: nella sostanza si tratta di una vera e propria vendita. Eppure quelle stesse donne, che spesso si trovano sole in una zona che ha visto trent’anni di guerra civile con il nord di Khartoum, stanno portando avanti da sole il peso e la forza della loro terra.
Samira, in Marocco, è una donna che porta il velo e che non dà la mano a un uomo che non sia suo marito o suo padre. L’Islam più puro lo vieta, Samira lo rispetta. Ha tre figli e non avendo più padre né marito – emigrato in Spagna, manda lettere ogni due mesi e soldi ogni tre – non ha occasione di stringere mani né di ricevere abbracci che non siano quelli dei suoi bambini. Lavora, Samira. Per una ONG italiana. Fa l’animatrice di comunità, quindi ogni mattina sale sul suo motorino e si addentra nella campagna, dove segue dei gruppi di donne nei corsi di alfabetizzazione e organizza giornate artistiche e culturali, o di semplice gioco a scopo didattico. Nelle scuole perdute nella campagna marocchina, dove la luce è arrivata nel 2006 e dove città moderne come Casablanca – che dista nemmeno due ore in realtà – sembrano lontane quanto un’intera generazione. Nella casa fatta di una stanza, Samira tiene due cose da conto: un computer e, in cima a una libreria che sembra dovere cadere da un istante all’altro, un’enciclopedia. “Per i miei figli” dice.
In Niger, invece – uno dei Paesi più poveri del mondo, secondo la classifica annuale stilata dall’UNDP, il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo – Aïchatou dirige la radio “Alternative”, una delle più ascoltate nella città di Niamey. Alternative ha pochi finanziatori stranieri, probabilmente perché troppo indipendente.
Aïchatou, i capelli fermati dalla lacca e lo sguardo di tutti i colori della terra, sembra timida e pacata, quasi scortata dai suoi colleghi del vicino giornale che porta lo stesso nome della radio e che sono un gruppo di uomini. Ma se inizia a parlare, le unghie si affilano, il sangue inizia a scorrere nelle vene. Perché, in realtà, non è pacata affatto.

Genere ed empowerment
La parola “genere” oggi viene usata moltissimo. Spesso, purtroppo, è usata a sproposito. Viene confusa, principalmente, con il concetto di “genere femminile”, ovvero con un concetto che riguarda solamente le donne.
Questo svaluta quel che invece andrebbe valutato come oro: lo sforzo delle donne – in tutte le società, anche in quelle più sviluppate – per trovare uno spazio che sia quello che gli spetta, ovvero accanto all’uomo, non dietro, non a fianco, ma accanto e sullo stesso piano.
“Genere” non è una “questione di donne”: è esattamente l’opposto, essendo due i generi – maschile e femminile – da prendere in considerazione per stabilirne le pari opportunità e l’uguaglianza, che non vuol dire identificazione ma parità di opportunità e di dignità.
Allo stesso tempo, è sicuramente il “genere femminile”, nelle società, quello che più di frequente subisce discriminazioni e che necessita quindi di azioni di “empowerment” che gli permettano di arrivare a una situazione di uguaglianza con i colleghi uomini o con i mariti.
Il terzo Obiettivo del Millennio, che recita “promuovere la parità dei sessi e l’autonomia delle donne”, si riferisce proprio a questo. Non a un “affare di donne” ma a un “affare di società”, che camminando su un piano paritario, e coinvolgendo uomini e donne in tutti i processi, le permetta di muoversi davvero. Perché una metà non può esistere senza l’altra, perché la popolazione mondiale è composta per metà da donne, e perché quelle donne, anche se nate devadasi, non si rassegneranno mai a crescere in un luogo oscuro.

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