GIUSTIZIA AMBIENTALE

Una grande discarica?

Una finestra sul mondo. Sull’ambiente, reso civiltà in agonia dalle umane avidità, e sulle possibilità di uscita dal tunnel dei disastri ecologici. Perché amare la terra è un aspetto essenziale della pace.
Claudio Giambelli (membro del direttivo CIPAX)

Questa è la prima volta che curo una rubrica sull’ambiente. La mia impressione, per quel che riguarda l’ambiente, è di vivere come sospeso in un incubo, dove non si vede uno sbocco di convivenza pacifica e di alleanza tra l’umanità e il Pianeta Terra.
“Quando l’ultima fiamma sarà spenta, l’ultimo fiume avvelenato, l’ultimo pesce catturato, allora capirete che non si può mangiare denaro”, diceva Toro Seduto poco più di un secolo fa, osservandosi intorno con saggezza e tristezza.
E il filosofo Emmanuel Mounier descriveva così la società (borghese) del 18° e 19º secolo: “Un uomo astratto, senza relazioni o legami con la natura, dio sovrano in seno a una libertà senza direzione e senza misura, che subito manifesta verso gli altri diffidenza, calcolo, rivendicazione; istituzioni ridotte ad assicurare la convivenza reciproca degli egoismi, o a trarne il massimo rendimento associandoli fra loro in funzione del profitto” (in: Il personalismo, 1950). Lo stesso Mounier parlava di una civiltà in agonia, votata al fallimento.
Cerchiamo di inquadrare gli elementi in gioco. Sullo sfondo, incombe la minaccia del cambiamento climatico, che è ormai ben visibile nelle varie anomalie che osserviamo quasi quotidianamente; però se ne parla come ormai un dato acquisito, ci si riduce a una formuletta consolatoria del tipo: “Le stagioni non sono più quelle di una volta”. Quello che manca è la consapevolezza diffusa che la causa del cambiamento climatico è l’aumento dei gas serra in atmosfera; semplicemente, di questa correlazione se ne parla poco, perché è una questione spinosa che riporterebbe l’attenzione sull’attuale modello di sviluppo di una crescita lineare indefinita. È la crisi economica che domina lo scenario – crisi che brucia sulla pelle dei più deboli, non certo delle classi dominanti e ricche di privilegi – e l’unica risposta che si persegue è una rinnovata spinta alla crescita del PIL; tutto come prima, nessun cambiamento, ovvero, come conseguenza, una crescita dei gas serra.

Risorse limitate
Manca anche una consapevolezza diffusa della limitatezza delle risorse naturali del pianeta, prevalendo l’illusione che tutte le materie prime e i territori che sfruttiamo siano disponibili in misura illimitata. Qualche anno fa, stava crescendo l’allarme sul raggiungimento del picco di produzione del petrolio, da cui dipendiamo non solo come fonte energetica, ma per tantissime cose, dai medicinali, ai fertilizzanti, alle plastiche. Adesso non se parla più, come per tante altre situazioni. E non ci si concentra sufficientemente sulla questione energetica, che, è vero, comporta enormi investimenti in energie rinnovabili, nell’ottica di un modello energivoro, ma che è fondamentale. Poco si dice sulla più grande fonte di energia rinnovabile che è il risparmio energetico (leggi nuovi stili di vita sobri) e l’efficienza energetica (leggi investimenti sulla ricerca applicata), che richiederebbero una riflessione su nuovi modelli di progresso (uso appositamente una parola diversa da “sviluppo”).

Inquinamento ambientale
Quando si passa all’elemento inquinamento ambientale, si nota una maggiore consapevolezza. In fondo, i grandi mezzi di comunicazione non possono tacere, anche se poi la notizia allarmante dura qualche giorno e poi scompare nel nulla. Ricordate i fanghi tossici dai depositi di residui di una fabbrica di alluminio in Ungheria? “Un intero ecosistema a rischio. L’inquinamento marcia veloce sulle acque del Danubio”. Adesso non se ne parla più.
Però la preoccupazione incomincia a farsi sentire nella popolazione, in maniera più evidente. La “pancia” della gente incomincia a “sentire” che c’è qualcosa che non quadra: guardandosi intorno tra conoscenti e parenti si nota a occhio l’aumento di malattie della respirazione, l’aumento di tumori e leucemie nei bambini… si incomincia a mettere in relazione tutto questo con l’inquinamento ambientale. E parlo appunto del comune sentire della gente, non di studi scientifici rigorosi. D’altra parte quando sentiamo dire da Veronesi, come è accaduto qualche giorno fa, che dovremo abituarci all’idea che in un prossimo futuro il 50% della popolazione sarà colpito da una qualche forma di tumore, vuol dire che questa inquietudine di pancia non è così astratta. E poi gli eventi di inquinamento ambientale non sono piccole cose circoscritte, come ingenuamente potevamo sperare fino a qualche anno fa. Qui parliamo di situazioni come il Processo Ethernit di Torino, dove le parti offese citate sono 2.889, un record, oppure dei rifiuti tossici nel letto del fiume Oliva, in Calabria, con più di 4000 persone a rischio, oppure del mega quartiere residenziale Santa Giulia Montecity, a Milano, usato per seppellire ogni tipo di rifiuto cancerogeno, oppure il caso Trieste, dove per decenni si sono scaricati rifiuti tossici nocivi sull’altopiano carsico: almeno 100 le discariche, oltre 300 le grotte inquinate.
È questo l’inquinamento ambientale della produzione industriale degli anni del dopoguerra, che ha esternalizzato i costi di produzione, usando materie prime a bassissimo prezzo, con lo sfruttamento dei Paesi poveri, che ha disperso nell’aria, acqua e terreno, tutti gli scarti tossici della produzione, causando incrementi di malattie e morti nella popolazione e soprattutto nel personale addetto alla produzione.

I rifiuti
Ma arriviamo, infine, al punto nevralgico quello che preoccupa maggiormente la popolazione, perché è vicino e visibile: la gestione dei rifiuti casalinghi. Nelle inchieste sociologiche, la questione ambientale è sempre a uno dei primi posti, associata alla questione dei rifiuti. E pensare che in proporzione, i rifiuti casalinghi costituiscono la punta dell’iceberg, circa il 20-30% dei rifiuti totali; il restante 70-80% sono i rifiuti industriali. Il problema appare quasi irrisolvibile in Italia, mentre, apparentemente, è risolto all’estero. Quello che è prevalso finora è il modello “distruttivista”. Già la parola “rifiuto” indica qualcosa di cui sbarazzarsi, perché fa un po’ schifo. E allora, la cosa più semplice è una discarica, ma, nel tempo, la quantità dei “rifiuti” è aumentata enormemente, in proporzione all’aumento del PIL. E, allora, ecco affacciarsi l’idea degli inceneritori, che per quanto inceneriscano il materiale, lasciano comunque un residuo tossico del 25%, da gettare in discariche speciali. E le discariche non bastano più perché sono strapiene, né gli inceneritori che non sono in numero sufficiente. Soprattutto, quello che appare evidente, guardando la ribellione della popolazione coinvolta – è cronaca di questi giorni – è la crescita di consapevolezza che vivere vicino a una discarica significa aumento di malattie della respirazione, aumento di tumori, aumento di malformazione ai feti, aumento di aborti. Quella che appare la soluzione pulita, la raccolta differenziata, soffre di incompetenze gestionali e organizzative, perché per un buon riciclo la differenziazione deve essere di buona qualità e poi, a valle, devono essere disponibili centri industriali adeguati per il compostaggio dell’organico e per il riciclaggio degli altri materiali.
Ma su questo argomento così caldo mi riprometto di ritornare usando la testimonianza di esperti.

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