L’egida dell’unità

Solo un grande progetto educativo può sconfiggere le mafie e far rinascere l’Italia.
Anche la solidarietà è un valore non negoziabile.
Giuseppe Savagnone (direttore del Centro diocesano per la pastorale della cultura di Palermo)

Il bene comune implica una logica tesa a superare i punti di vista parziali e unilaterali oggi dilaganti, e ad abbracciare in un’ottica più ampia, cattolica, appunto, cioè universale, gli aspetti anche più contrastanti della realtà nazionale. Savagnone ha citato il documento della CEI Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno dove al n. 1 sottolinea come “il bene comune, infatti, è molto più della somma del bene delle singole parti”, ma costituisce un punto di vista diverso e più alto, in cui si va oltre il gioco delle parti e si punta sulla realizzazione di quel tutto che è “la buona vita”, cioè la realizzazione integrale, della persona umana, per quanto essa dipende dalla collettività. Nella logica del bene comune, non solo gli individui, ma tutte le forze e le pretese parziali, come quella di un Nord e un Sud chiusi in se stessi e contrapposti, vengono ricondotte a un orizzonte più ampio, che però non rinnega la loro unilateralità se non per compiere il loro più vero dinamismo e dare risposta alle loro esigenze profonde.
È nella prospettiva “cattolica” del bene comune che si deve riproporre il valore dell’unità nazionale. Le denunzie della Chiesa sulla mafia, la ‘ndrangheta, la camorra, sono da diversi anni molto nette, a cominciare dalla famosa frase pronunciata da Giovanni Paolo II ad Agrigento, il 9 maggio 1993, fino alle recentissime parole di Benedetto XVI, che a Palermo ha definito la mafia “una strada di morte” e ne ha solennemente dichiarato l’incompatibilità col Vangelo e la vita cristiana. Ma le denunce non bastano, perché per sconfiggere la mafia c’è bisogno di un preciso intervento educativo: è su questo terreno che si gioca il ruolo decisivo della Chiesa nel Sud. In mancanza di questo rinnovamento culturale, nessuna innovazione giuridica può risultare decisiva. Decisivi sono gli esempi di don Pino Puglisi, don Giuseppe Diana e Rosario Livatino, ma anche le battaglie civili, condotte soprattutto dai giovani, per configgere la mafia. Resta, però, lo scandalo di un territorio su cui i cattolici hanno un capillare e profondo radicamento, più che al Nord, e nel quale le Chiese debbono ancora recepire sino in fondo la lezione profetica di Giovanni Paolo II e l’esempio dei testimoni morti per la giustizia. Non si tratta di invocare un assistenzialismo che sarebbe fatale, ma di suscitare, partendo dalle potenzialità già presenti, nuove mentalità e nuovi stili di comportamento da parte della stessa gente del Sud. Si tratta di imparare a dire le ragioni cristiane dell’impegno per l’evangelizzazione e la promozione umana.
Ovviamente, la presenza costruttiva della Chiesa nel Meridione non è affidata solo ai documenti ufficiali e alle figure eccezionali dei suoi martiri, ma allo stile di vita delle comunità ecclesiali. In questa prospettiva le Chiese del Sud sono chiamate a dare il loro essenziale contributo, con la loro pastorale ordinaria, prima ancora che con singole denunzie”, mettendo mano a un grande progetto educativo che affronti alla radice, partendo dalla formazione delle persone, i problemi culturali, attraverso una profonda trasformazione della pastorale, a partire da un nuovo protagonismo dei laici. Troppe volte la nostra pastorale è affetta da una schizofrenia che da un lato neutralizza la valenza laica dei fedeli quando si trovano all’interno del tempio e assegna loro esclusivamente un ruolo di vice-preti, ignorando la loro dimensione professionale, familiare, politica; dall’altro, li abbandona, fuori delle mura del tempio, a una logica puramente secolaristica, per cui essi alimentano la loro cultura non attingendo al Vangelo e alla dottrina sociale della Chiesa, ma ai grandi quotidiani laicisti e alla televisione. Le denunce della Chiesa, spesso, sono rimaste al piano nobile. C’è un piano terra, quello della pastorale ordinaria, di cui bisogna maggiormente tener conto.
Forse sorprende e spiazza – ha osservato Savagnone – il fatto che la Chiesa si occupi, oltre che dei problemi più strettamente connessi alla sfera etica, come sono quelli della biomedicina e della famiglia, in cui sarebbero ravvisabili in modo esclusivo i valori non negoziabili, anche di quelli relativi agli assetti sociali e politici. Un merito del documento dei vescovi su Chiesa e Mezzogiorno è di aver sottolineato che alla Chiesa sta a cuore non soltanto la vita nel momento del suo concepimento o in quello terminale, ma anche ciò che sta tra questi due momenti estremi. Anche la solidarietà è un valore non negoziabile, come lo è la sorte di tutti i deboli e gli esclusi. È a questo titolo che la Chiesa si occupa della questione meridionale.

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