Un cambiamento possibile?

Dal Sud Italia, una lettura complessa del difficile periodo di transizione che l’Italia vive. Temi, priorità di impegni, nodi problematici irrisolti per poter guardare verso nuovi orizzonti.
Sergio Paronetto

Reggio Calabria. Il luogo della convocazione della Settimana sociale ci collega immediatamente al testo episcopale Per un paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno che si conclude con l’appello a osare il coraggio della speranza. Ne abbiamo bisogno perché stiamo attraversando una fase di rottura costituzionale, di sgretolamento dello stato di diritto e di offuscamento della Dottrina sociale della Chiesa. Nonostante tante belle iniziative, siamo coscienti di vivere una realtà carica di ingiustizia economica, disuguaglianze abissali nella distribuzione del reddito e della ricchezza, precarietà e disoccupazione, morti sul lavoro, degrado sociale, dissesto ambientale, evasione fiscale altissima, comitati d’affari, corruzione fattasi “sistema socio-politico” promosso da cricche, caste, cosche e logge di vario tipo (che toccano persino alcuni settori ecclesiastici), pressione di poteri occulti, violenze contro i più deboli (soprattutto contro le donne), criminalità mafiosa in tutto il Paese, ossessioni identitarie e spinte neorazziste, riarmo e militarizzazione, tentativi di censura o manipolazione informativa e mediatica.
Come abbiamo scritto durante la nostra assemblea nazionale dell’aprile 2010, “dovere civico degli operatori di pace è arrestare e prevenire una deriva etica e politica devastante, vigilare sull’erosione delle regole democratiche, sullo svuotamento delle istituzioni, sull’unità del nostro Paese, sull’aggressione alle coscienze civili, sui rischi di assuefazione al degrado, sul linguaggio aggressivo e volgare… Disarmo per noi è anche costruire città disarmate dalle violenze, dalle discriminazioni, dai pregiudizi, dalle paure, dalle solitudini. Solo così possiamo essere “sicuri e sereni” adottando “uno stile di vita semplice e sobrio, nutrito di mitezza e di fiducia”. Per le comunità cristiane, per i cattolici impegnati in politica, la Dottrina sociale della Chiesa è un oggetto strano, misterioso, l’ufo di un lontano pianeta. Tanto invocata quanto ignorata, tanto omaggiata quanto nei fatti abbandonata, deve riemergere per il futuro dell’Italia e della democrazia. Con essa i temi della pace, della giustizia e della solidarietà diventano concreta sfida quotidiana per il laicato cattolico e per la Chiesa tutta.

 

I CINQUE TEMI GENERATORI

“Il cambiamento è possibile”, scrivevano i vescovi nel documento Per un paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno (febbraio 2010) che è stato il vero testo base della 46° Settimana Sociale dei cattolici svoltasi a Reggio Calabria (14-17 ottobre 2010), accanto a quello ufficiale Cattolici nell’Italia di oggi. Un’agenda di speranza per il futuro del paese.
A Reggio Calabria erano presenti 1200 delegati di 184 diocesi e di 177 associazioni o movimenti. Tra essi circa 300 giovani. I delegati si sono trovati in assemblee generali per ascoltare le relazioni (Arrigo Miglio, Angelo Bagnasco, Luca Diotallevi, Lorenzo Ornaghi, Vittorio E. Parsi, Ettore Gotti Tedeschi, Giuseppe Savagnone), le esperienze (Salvatore Martinez,Vittorio Nozza, Marco Reggio, Paolo Bedoni, Francesco Belletti, Maria Luisa Di Pietro, Mario Marazziti, Vincenzo Sorce) e le iniziative del bene comune (prevalentemente calabresi e siciliane, vere e proprie forme di resistenza-liberazione dalle mafie). I partecipanti si sono poi diffusi in 5 assemblee tematiche: intraprendere nel lavoro e nell’impresa, con Michele Tiraboschi e Carlo Costalli; educare per crescere, con Augusto Sabatini e Paola Stroppiana; includere le nuove presenze, con Giancarlo Perego e Andrea Olivero; slegare la mobilità sociale, con Mauro Magatti e Franco Miano; completare la transizione istituzionale con Luca Antonini e Lucia Fronza Crepaz. Riassumo le conclusioni-prospettive delle cinque assemblee tematiche.
Tra le costanti della Settimana è possibile individuare schematicamente cinque temi generatori.

La percezione del degrado etico-politico
L’Italia è dominata oggi da una democrazia senza qualità, da una crisi irreversibile della rappresentanza politica. Lorenzo Ornaghi si è fatto portavoce degli studi di Pierre Rosanvallon e altri per evidenziare la degenerazione oligarchica di una incipiente controdemocrazia che sta distruggendo il senso della politica ormai priva di rappresentanza sociale, radicamento locale, dimensione etica e ancoramento antropologico. I cittadini spaesati sono diventati spettatori immobili, bloccati e dispersi. Aleggiava in molti interventi l’amara espressione agostiniana circa l’incapacità di costruire politicamente il giusto ordine della società e dello Stato: uno Stato che non fosse retto secondo giustizia si ridurrebbe a una grande banda di ladri (“De Civitate Dei”, IV).

Rifondare l’economia e la politica
In tale contesto è emersa prepotente la necessità di una rifondazione etica dell’economia, della società e della politica nell’ottica del bene comune per preparare nuova generazione di politici e di credenti in politica. L’aveva premesso il messaggio iniziale del Papa: “Per la Chiesa in Italia, che opportunamente ha assunto la sfida educativa come prioritaria nel presente decennio, si tratta di spendersi nella formazione di coscienze cristiane mature, cioè aliene dall’egoismo, dalla cupidigia dei beni e dalla bramosia di carriera e, invece, coerenti con la fede professata, conoscitrici delle dinamiche culturali e sociali di questo tempo e capaci di assumere responsabilità pubbliche con competenza professionale e spirito di servizio […] tutelando al contempo la vita umana dal concepimento alla sua fine naturale, difendendo la dignità della persona, salvaguardando l’ambiente e promuovendo la pace […].
Non è compito facile, ma nemmeno impossibile, se resta ferma la fiducia nella capacità dell’uomo, si allarga il concetto di ragione e del suo uso e ciascuno si assume le proprie responsabilità”.

Contro le mafie
è importante costruire una nuova cultura contro le mafie (“strutture di peccato”) e, soprattutto, le culture mafiose. Stimolante, al riguardo, l’intervento di Giuseppe Savagnone, direttore del Centro diocesano per la pastorale della cultura di Palermo, per il quale le denunce della Chiesa sulla mafia, la ‘ndrangheta, la camorra, sono da diversi anni molto nette ma insufficienti senza un preciso intervento educativo. In mancanza di questo rinnovamento culturale, nessuna innovazione giuridica può risultare decisiva, ha spiegato il relatore secondo il quale “proprio a questo livello culturale la comunità cristiana sa di dover fare sempre più coerentemente la propria parte, traendo precisamente dal Vangelo l’ispirazione per un impegno sempre più pienamente umano. Don Pino Puglisi, don Giuseppe Diana e Rosario Livatino hanno saputo coniugare evangelizzazione e promozione umana. Altrettanto significative sono state le battaglie civili condotte dai giovani. Resta, però, “lo scandalo di un territorio su cui i cattolici hanno un capillare e profondo radicamento e nel quale le Chiese debbono ancora recepire sino in fondo la lezione profetica di Giovanni Paolo II e l’esempio dei testimoni morti per la giustizia” con nuovi stili di vita personali e nuovi comportamenti sociali.

Unità nazionale
Il richiamo costante all’unità nazionale collegata sia alla questione meridionale come problema italiano sia alla costruzione di una nuova cittadinanza inclusiva. Il problema del Sud si risolverà solo con un impegno di tutto il Paese, nella consapevolezza che non c’è sviluppo per nessuno se non ce n’è per tutti. In tale ambito il federalismo è possibile se “bene inteso e correttamente applicato”, se “autenticamente solidale”, altrimenti è inevitabilmente destinato a spezzare l’unità del Paese con “la moltiplicazione di microstatalismi”. L’altro aspetto decisivo dell’identità nazionale è la nascita di una nuova cittadinanza. Giancarlo Perego ha ricordato che la mobilità delle persone sta cambiando l’Italia, che “l’integrazione è un processo inevitabile, necessario, irrinunciabile”, che è “sempre più urgente investire in progetti per l’integrazione” L’inclusione relazionale ribadita nella “Caritas in veritate” (54) è l’unico progetto possibile. Deve diventare impegno quotidiano di libertà non estraneo alla storia politica dell’Italia che può riaffermare l’universalismo dei diritti umani con relazioni di aiuto, accompagnamento e con l’incontro.

La sfida educativa
La centralità della formazione e l’assunzione della sfida educativa sono strumento per la rinascita delle coscienze a partire dal bene comune. Troppe volte la nostra pastorale è affetta da una schizofrenia che, da un lato, neutralizza la valenza laica dei fedeli quando si trovano all’interno del tempio e assegna loro esclusivamente un ruolo di vice-preti, ignorando la loro dimensione professionale, familiare, politica; dall’altro, li abbandona, fuori delle mura del tempio, a una logica puramente secolaristica. Le denunce della Chiesa, restano al “piano nobile”. C’è un “piano terra”, quello della pastorale ordinaria, di cui bisogna maggiormente tener conto. Un merito del documento dei vescovi Per un paese solidale è di aver sottolineato che alla Chiesa sta a cuore non soltanto la vita nel momento del suo concepimento o in quello terminale, ma anche ciò che sta tra questi due momenti estremi. Anche la solidarietà è un valore non negoziabile, come lo è la sorte di tutti i deboli e gli esclusi. È a questo titolo che la Chiesa si occupa della questione meridionale.

 

I CINQUE IMPEGNI

Intraprendere nel lavoro e nell'impresa
Una chiara condanna dell’evasione fiscale, “un macigno che pesa sulla crescita e condiziona il cammino dello sviluppo dell’intera società”: questo uno dei pensieri centrali dell’intervento di Carlo Costalli, presidente del Movimento Cristiano Lavoratori. Circa l’evasione fiscale venuta la richiesta all’intera Chiesa di un intervento più incisivo. Un altro aspetto ha riguardato il lavoro e, soprattutto, la precarietà in cui si trovano soprattutto i giovani, il suo carattere spesso sommerso che deve essere controllato e ridotto. Si è, infine, posto l’accento sulla necessità che il lavoro non contraddica le logiche della famiglia, auspicando la riforma dell’intero sistema fiscale verso la famiglia e il lavoro.

Educare per crescere
“Persone solide, credibili, autorevoli, significative” per essere un riferimento concreto e incisivo sia per i ragazzi, sia per gli altri adulti. È l’identikit dell’educatore cattolico delineato nella sessione tematica da Paola Stroppiana, presidente del Comitato nazionale dell’Agesci. Oltre all’importanza del ruolo degli adulti, ampiamente condivisa dai partecipanti al gruppo, è stata auspicata la presenza di percorsi di sostegno alla genitorialità ed è stata ribadita l’importanza della funzione pubblica della scuola, sia statale che paritaria, il cui ruolo insostituibile nell’educazione dei giovani richiede di investire tutte le risorse disponibili. Creare occasioni di incontri tra le associazioni ecclesiali, rilanciare le scuole di formazione alla politica, dare più importanza ai media come luogo educativo informale, spazi educativi di cittadinanza attiva per i giovani: queste le altre proposte dei partecipanti…

Includere nuove presenze
Per Andrea Olivero, presidente nazionale delle Acli, è necessaria un’inclusione dal basso, che passi attraverso il protagonismo degli stessi immigrati, sia in associazioni proprie che nel contesto di organizzazioni locali e nazionali. L’informazione corretta, un linguaggio non discriminatorio, la diffusione delle esperienze positive costituiscono dati fondamentali per un ruolo attivo delle comunità ecclesiali. La paura dello straniero, il rifiuto e i pregiudizi non possono trovare casa nella comunità ecclesiale che è chiamata ad un di più di accoglienza, di rispetto e di condivisione. Il riconoscimento della dignità della vita del migrante è l’esplicita declinazione di un valore non negoziabile e premessa indispensabile per la costruzione di un bene comune. È necessario cambiare la legge sulla cittadinanza con particolare riferimento agli oltre 600 mila minori nati in Italia e figli di stranieri; occorre predisporre specifici percorsi per l’inclusione e l’esercizio della cittadinanza come diritto di voto almeno alle elezioni amministrative, servizio civile, coinvolgimento nelle associazioni ecclesiali e giovanili.

Slegare la mobilità sociale
“Elaborare un modello di sviluppo in cui coniugare crescita e solidarietà” è uno dei suggerimenti emersi (ha riferito Franco Miano, presidente dell’Azione Cattolica). L’università è il luogo e tempo decisivo per favorire la mobilità sociale. Essa può dare un decisivo contributo alla crescita del Paese attraverso una diversa interazione con il territorio, con le varie agenzie formative e con il mondo del lavoro. La mobilità sociale non deve andare a scapito delle regole di una cultura democratica. Uno dei fatti che sbloccano lo sviluppo è sicuramente la criminalità organizzata in tutte le sue forme. I partecipanti hanno insistito su due verbi: “slegare e rilegare”. Far crescere la cultura della qualità e del merito, ad esempio, comporta rilegare la cultura della democrazia, della legalità, della giustizia, così come slegare il mercato vuol dire trovare forme per facilitare l’accesso al credito, favorire gli investimenti con modalità diverse di fiscalizzazione e investire sull’occupazione femminile.

Completare la transizione politica
“Completare la transizione politico-istituzionale con tutti, senza lasciare indietro i poveri, i giovani, i non qualificati”, ha detto Lucia Fronza Crepaz, del Movimento dei Focolari. In merito alla richiesta di una maggiore democrazia nei partiti, è stata richiamata la proposta di don Sturzo di cambiare l’art. 49 della Costituzione per fare dei partiti delle “associazioni di diritto pubblico”. Si è parlato della revisione della legge elettorale, del numero dei mandati, dell’ineleggibilità di chi ha problemi con la giustizia, di ‘gratuità’ nell’impegno politico. Circa il federalismo, si è messo in luce il rischio di passare da un centralismo statale a un nuovo centralismo regionale, anche se è condivisa la visione che il federalismo costituisca una possibilità di unione. Si è parlato anche di momenti formativi alla legalità per un impegno contro le mafie.
Un’assemblea di assemblee così ricca di proposte descritte sia nei temi generatori che negli impegni comuni ha presentato inevitabilmente elementi contrastanti. Non intendo fissarmi su alcune ombre come le relazioni lunghe e farraginose o il silenzio su tanti temi concreti come l’acqua, l’ambiente, i rifiuti, il disarmo. Evidenzio cinque questioni: la crisi economica, la vita internazionale, il moderno tribalismo, la povertà ecclesiale, lo stile profetico.

La crisi economica
a) Il tentativo da parte di alcuni (soprattutto di Gotti Tedeschi) di attribuire la crisi economica attuale al calo demografico assolvendo il mondo della finanza, è stato qua e là corretto o contrastato da una visione più ampia legata alla sostanza della “Caritas in veritate”. Il Papa era anche intervenuto nel maggio scorso affermando che “la politica deve avere il primato sulla finanza e l’etica deve orientare ogni attività a favore dell’impegno per il bene comune della famiglia dei popoli”. Giovanni Paolo II nel 1987, dopo aver affermato che la solidarietà è la «determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno perché tutti siano responsabili di tutti”, ha aggiunto che “tale determinazione è fondata sulla salda convinzione che le cause che frenano il pieno sviluppo siano la brama di profitto e quella sete di potere” (“Sollicitudo rei socialis”, 38). Del resto le cifre dalla Caritas sulla povertà in Italia, pubblicate alla vigilia della Settimana sociale, mostrano la gravità di modelli di sviluppo che impoveriscono e che si possono definire “atteggiamenti di peccato”. In tale ambito, l’enfasi sul volontariato cattolico, identificato con l’“economia del dono” (“Caritas in veritate”, cap. III), rischiava di minimizzare il carattere drammatico di molti problemi e la necessità di strategie politiche plurali oltre il “capitalismo compassionevole” o il “neoliberalismo populista”.

La vita internazionale
b) È risultato assente nell’analisi internazionale il dramma delle guerre, della violazione dei diritti umani, del disastro ambientale, dell’offesa permanente alla vita (realtà presenti in molti interventi sia del Papa che della Santa Sede all’ONU). La relazione di Vittorio E. Parsi, giustamente rivolta alla dimensione europea, era per così dire “fredda”, lontana dal punto di vista delle vittime di ogni violenza, dalla sostanza della Dottrina sociale, dal magistero di pace della Chiesa. La registrazione della “asimmetria dei poli”, della “moltiplicazione degli attori” e della “diversificazione delle arene” sembrava giustificare nuove “guerre giuste” o l’esercizio permanente dello strumento militare. Ho avvertito come liberatorio un grande applauso rivolto a chi, in partenza per un Paese africano, ha fatto un rapido cenno alla necessità di ridurre le spese militari e di bloccare la costruzione degli F35. Sembra lontano il momento di affermare il “no alle guerre” come “valore non negoziabile”.

Il moderno tribalismo
c) Se tra i delegati appariva evidente il rifiuto dell’uso mafioso della religione (in quest’ambito c’è stata una chiarezza inedita), meno evidente è risultato l’allarme sull’uso politico della religione da parte di forze populiste che, come dicono spesso, vogliono conquistare l’anima popolare. In questo modo, snaturata in religione della paura, è la fede cristiana a rischiare di perdere l’anima. Siamo davanti a un problema non solo politico-costituzionale, ma anche teologico-ecclesiale. Non tutti hanno la lucidità di discernere nell’ideologia leghista, che ama richiamarsi ai “valori cattolici”, un attacco relativista o nichilista alla fede cristiana e alla dottrina sociale della Chiesa visto che il moderno tribalismo sta organizzando un nuovo anticristianesimo pronto a mobilitarsi anche contro le associazioni cattoliche, il Pontificio Consiglio dei Migranti o la pastorale della diocesi milanese. Probabilmente siamo davanti a una radicale eresia contrastabile con il rilancio della povertà ecclesiale.

La Chiesa dei poveri?
d) Scarsa è stata la percezione della crisi di credibilità ecclesiale a causa delle relazioni tra alcune realtà ecclesiastiche e settori del potere politico, economico, finanziario e immobiliare. Poco evidente è risultata la necessità di una rifondazione interna, di una conversione alla trasparenza (penso anche alla polemica tra il vecchio e il nuovo direttore dello IOR). Non è stata avvertita l’urgenza di porre segni di sobria spiritualità che hanno ispirato, ad esempio, Paolo VI e il Vaticano II in ordine all’apparato ecclesiastico o alla presenza, oggi, di corporazioni come i “gentiluomini di sua santità”. Resta sempre in ombra la necessità di sviluppare la tematica conciliare della Chiesa dei poveri e della povertà nella Chiesa, della sua libertà profetica, della sua credibilità evangelica.

Profezia e nonviolenza
e) Il documento Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno (2010) afferma che “svelare la verità di un disordine abilmente celato e saturo di complicità, far conoscere la sofferenza degli emarginati e degli indifesi, annunciando ai poveri, in nome di Dio e della sua giustizia, che un mutamento è possibile, è uno stile profetico che educa a sperare” (n. 19). Lo stile profetico quotidiano, attento a questioni concrete come l’acqua, i rifiuti, le ecomafie, le centrali nucleari, gli F-35 o la presenza in Afghanistan, i tagli allo stato sociale, i modelli di vita, è scarsamente praticato. Per essere operativo occorre assumere la nonviolenza come cittadinanza attiva, amore politico, programma educativo, etica dei volti, teologia della pace. Insomma, come valore popolare anche se il popolo cattolico in generale non conosce la dottrina sociale della Chiesa (compendiata in un agevole testo del 2004). È spesso impaurito o manipolato, remissivo o incattivito, ingenuo o complice di grandi mali, devozionista o settario… Qualcuno osservava che a Reggio sembrava di essere in un’altra Italia, forse in un’altra Chiesa.

Trasformazione possibile
Il lavoro è arduo. Riguarda il significato e il ruolo del laicato. Il futuro della democrazia e della Chiesa italiana. È importante, allora, approfondire la Settimana sociale in ogni diocesi, formare commissioni diocesane di Giustizia e pace, ripartire dal martirio di Puglisi, Diana e Livatino, da tante forme di resistenza-liberazione sociale, dalla Costituzione, dalla “Caritas in veritate” (2009), da una celebrazione operativa del 50° anniversario della “Mater et magistra” di Giovanni XXIII, dal messaggio per la Giornata Mondiale dei Migranti del 16 gennaio 2011 (Una sola famiglia umana). “La predicazione profetica di Gesù suscitava stupore perché annunciava un’esistenza degna, diversa, rinnovata, una moralità più giusta e praticabile, attivando energie altrimenti trascurate e sprecate, innescando l’attesa di una trasformazione possibile”(Per un Paese solidale, n. 19). Sulla strada del Vaticano II, possiamo diventare tessitori di un pensiero creativo, di una pratica di liberazione e di conversione al Vangelo, speranza del mondo.

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