CHIESA

Quali principi non negoziabili?

Ci si dice cristiani solo se lo si è nei fatti.
E se si difende la vita, la dignità, la libertà.
Se ci si oppone fermamente allo sviluppo attuale.
Luigi Bettazzi (Presidente del Centro Studi Economico-Sociali per la Pace – Pax Christi )

Sono stato ad Ancona, alla 43a marcia di Capodanno per la pace. La Marcia, ideata da Pax Christi, fin dall’inizio venne collegata alla Giornata Mondiale per la pace (la prima Giornata fu il 1o gennaio 1968 e la prima Marcia il 31 dicembre di quello stesso anno) e ne assunse il tema, soprattutto da quando fu sponsorizzata dalla CEI, nel 1983. Per questo il tema di quest’anno, su proposta di Benedetto XVI, era “La libertà religiosa, via alla pace”.
Motivi di salute non mi hanno permesso di partecipare alla giornata di preparazione di Loreto, ma ho potuto seguire la Marcia con le tre tappe e partecipare poi alla Messa in Cattedrale. Ho così ascoltato gli interventi fondamentali di mons. Giudici sulla libertà religiosa, di mons. Merisi sul collegamento della carità con la verità, e la tavola rotonda, con le voci così significative della fedele ebrea e dell’imam musulmano e con gli appelli mirati di mons. Bregantini (uscire dall’Afghanistan, politica non calcolata sui numeri, accordi sociali con la partecipazione di tutti) e la Messa con l’omelia dell’arcivescovo.

I CRISTIANI E LA POLITICA
Ovviamente il pensiero è andato alle tante comunità cristiane dell’Asia e dell’Africa, perseguitate proprio per la loro fede cristiana e la nostra solidarietà si manifestava importante anche sul piano politico, di fronte a nazioni che vorrebbero entrare sempre più nel mondo delle democrazie e intendono impegnarsi per la pace, mentre tollerano – quando non sobillano – questa oppressione che giunge all’assassinio. Ma non possiamo non pensare a come forme d’intolleranza si manifestino anche da parte dei cristiani nei confronti di membri di altre religioni. Se pensiamo, ad esempio, a certe vicende avvenute nei territori (e nelle carceri!) delle guerre, ma se pensiamo anche a episodi avvenuti – e che ancora avvengono – nella nostra Italia, credo dovremmo riconoscere che, in qualche misura, l’argomento tocca proprio anche noi cristiani italiani.
E questo mi porta ad allargare la riflessione sul compito dei cristiani all’interno della vita politica italiana. Se il dissolvimento della Democrazia Cristiana ha tolto lo strumento a cui i cattolici italiani in qualche modo delegavano i loro compiti e le loro responsabilità, oggi la presenza dei cattolici in tutte le formazioni politiche pone il problema della loro qualifica. Non a caso lo stesso papa Benedetto XVI più volte ha sollecitato i cattolici a essere parte viva di una nuova politica, così come più volte l’ha fatto la CEI attraverso i suoi più alti responsabili, richiamando allo stesso tempo alla salvaguardia dei “principi non negoziabili”. Normalmente si accenna, per questi principi, alla famiglia e alla difesa della vita, dall’inizio alla fine. Penso, peraltro, che questi siano casi specifici della solidarietà che il cristiano deve avere verso il prossimo, soprattutto verso quello più sofferente e in difficoltà. Fu proprio Giovanni Paolo II a dire che la solidarietà è il nome attuale della carità, che è appunto la qualifica del cristiano: se non si è cristiani senza la carità, non si è cristiani senza la solidarietà.

CATTOCOMUNISTI, CATTOFASCISTI, CATTOLEGHISTI
Se è vero che la vita è minacciata quand’è debole – soprattutto ai primi inizi e agli ultimi incerti momenti – se è vero che la famiglia viene esaltata a parole, ma poi, già trascurata nell’esempio dai politici (un tempo si diceva: “noblesse oblige”!, cioè chi è più in alto deve saper dare l’esempio), viene assolutamente dimenticata nella vita politica, scoraggiando così i giovani di fronte a impegni matrimoniali e poi parentali, è vero soprattutto che, mentre spendiamo somme enormi per la guerra (cfr. gli aerei di attacco), poi, nei confronti dei settori più provati – dai Paesi del mondo più poveri, verso cui non manteniamo gli impegni presi, a quanti all’interno del nostro Paese sono più in difficoltà (come gli immigrati, i tanti precari senza speranza, o i privi di lavoro fisso) – siamo ancora troppo chiusi ed egoisti. Ci diciamo cristiani e non lo siamo nei fatti.
Dà fastidio allora che, basandosi su collegamenti occasionali, quando uno si impegna nella solidarietà lo si denomini “cattocomunista” (facendo così anche un singolare omaggio ai comunisti – se ce ne sono ancora – quasicché fossero essi gli esponenti della carità cristiana!), dimenticando però quanti, ai miei tempi (ma solo allora?) fossero stati in pratica “cattofascisti”, dal momento che il fascismo ostentava di favorire l’istituzione ecclesiale, col rischio oggi di alimentare una forma di “cattoleghismo”, che sotto apparenza di fedeltà ecclesiale propinasse invece individualismo egoista, con respingimenti cinici e sfruttamento di immigrati.
Credo davvero che la solidarietà dovrebbe accomunare i cattolici nella politica come il primo principio davvero “non negoziabile”, in qualunque partito essi ritengano di poterla poi attuare, traducendola in termini laici in grado di dialogare e collaborare con tutti gli uomini di buona volontà. Anche perché solo così si può contrastare quella che è la vera alternativa a Dio secondo i Vangeli, che è “mammona”, cioè la ricerca della ricchezza (S. Paolo dice: la cupidigia è idolatria – Col 3, 4) a cui si unisce la brama del potere. Ed è proprio questo che corrompe la pubblica mentalità, soprattutto dei giovani, che trovano troppo spesso la Chiesa a predicare il “bene comune”, mostrandosi poi, se non connivente, almeno omertosa di fronte ai grandi paladini di mammona (per non entrare in ambiti più disgustosi). E dire che, nella situazione attuale del mondo, in cui la salvaguardia di un certo tipo di sviluppo sembra esigere feroci limitazioni dei diritti e delle libertà personali (vedi vicenda Fiat), più che mai, anche sul piano strettamente laico, si impone un nuovo modo di valutare e di organizzare la società: la globalizzazione o è solidale o diventa la selvaggia dittatura di mammona.
Forse si può anche puntualizzare come gli interessi del potere vengano garantiti con le armi che vengono date agli eserciti e ai “contractors”, che sono più numerosi degli eserciti e che fomentano guerre, terrorismo ecc... per cui questi poteri dominano e fanno la politica del mondo; ma solo l’impegno concreto e solidale nel rispetto delle diversità potrà aiutare davvero il cambiamento del mondo come diceva l’“agenda della pace” del Segretario delle Nazioni Unite Boutros Ghali nel 1992.
L’impegno per la libertà religiosa diventa così uno stimolo al riconoscimento della dignità umana di ogni nostro fratello, all’impegno per una effettiva, universale, autentica libertà.

Ultimo numero

Quando le armi colpiscono le donne
OTTOBRE 2019

Quando le armi colpiscono le donne

In questo numero, il dossier è dedicato
al rapporto tra le mafie e la nonviolenza:
quali possibili risposte nonviolente
al potere criminale mafioso?
Mosaico di paceMosaico di paceMosaico di pace

articoli correlati

    Realizzato da Off.ed comunicazione con PhPeace 2.6.27