FORMAZIONE

Il senso vero della libertà

Parole e gesti sono inestricabilmente intrecciati tra loro: nell’impegno educativo, anche verso noi stessi, dobbiamo avere davanti orizzonti e scelte di libertà.
Giovanni Giudici (Vescovo, presidente Pax Christi Italia)

“Educare alla vita buona del Vangelo”, il titolo della proposta pastorale della Conferenza Episcopale per il prossimo decennio, richiama la meta essenziale di ogni cammino educativo. Una vita buona è la speranza presente in ciascuno di noi, adulto; è il dono che spera di fare a un allievo o a un figlio chiunque sia responsabile dell’educazione di altri; è la meta formativa che ogni aggregazione intende favorire nei propri aderenti.
Proviamo a descrivere più precisamente che cosa mette in azione ogni prospettiva educativa. Il significato dell’educare può stare, per brevità, nell’immagine contenuta nella stessa parola: educare significa trarre fuori. È vero, infatti, che vi sono caratteristiche innate nella personalità di ciascuno; e poi gli stimoli esterni, le occasioni che la vita propone mettono in azione intelligenza e cuore, personalità e carattere per cui la persona impara a conoscersi, a mettersi alla prova, infine a maturare scelte di libertà.
Chi si affianca all’altro in atteggiamento educativo, sa di avere a che fare con potenzialità da sviluppare e con occasioni da mettere a frutto perché le sfide vissute da colui che si educa possano essere occasione di crescita e non di chiusura su se stesso. Chi educa e vive l’esperienza cristiana sa che la crescita della persona avviene nella dinamica propria descritta dalla sapienza umana; allo stesso tempo essa è segnata e resa specifica dalla fiduciosa obbedienza al Dio di Gesù. Vi è, dunque, un’attenzione da rivolgere a una sana comprensione di quali siano gli atteggiamenti determinanti per ogni educazione: il rispetto per la libertà, il rispetto per chi è educato, la rinuncia a ogni condizionamento.
Per il cristiano queste stesse caratteristiche vanno contrassegnate dalla fede.
Il senso della libertà per noi è dato dal “per che cosa” si è liberi; il rispetto per colui che è educato si affida alla certezza che una parola interiore risuona in ogni coscienza e noi la identifichiamo con lo Spirito; la scelta di non condizionare con ricatti affettivi o con limitazioni della conoscenza nasce dalla persuasione che Dio pone in ciascuno di noi un cuore attratto da Lui, nel quale maturano le scelte ultime e definitive.
In questa luce è giusto chiederci: i ragazzi e i giovani della generazione che cresce sono interpellati, nella comunità cristiana, da educatori che hanno la prospettiva di fiducia e di speranza che la fede ci offre.
Il dibattito sulla formazione, come è noto, è molto aperto oggi. Spesso si mette a tema la questione e poi nella quotidianità dei comportamenti, familiari e scolastici, non sempre si è conseguenti rispetto alla scelta generale compiuta. Il desiderio di vedere subito i risultati, la fatica delle attese e delle momentanee sconfitte, fanno spesso ricercare agli educatori cristiani soluzioni contraddittorie o addirittura rinunciatarie.
Del resto il tema educativo riguarda anche ciascuno di noi: siamo educabili noi stessi? Non è mai finita la strada che consente a un uomo o a una donna di stare nella creazione e nella società in maniera corretta e matura. Sempre da capo dobbiamo imparare a stare di fronte ad ogni altra persona e di fronte a Dio come interlocutori affidabili. Sappiamo bene che educare è impegno di sempre, e che il riflettere sul nostro modo di stare di fronte agli altri deve essere sempre oggetto d’attenzione e di sapiente valutazione critica. Siamo tutti nella condizione di un’educazione permanente!
L’educazione del cristiano ha il riferimento fondamentale e decisivo a Cristo. Siamo, infatti, persuasi che ciascun battezzato è unito personalmente a Lui. Il battesimo ci rende certi che ogni forza interiore alla coscienza è dono della Risurrezione, ogni capacità critica di conoscere noi stessi e di identificare le qualità che ci sono proprie fa riferimento a una chiamata di Dio, e le scelte da compiere sono comprese in dialogo con lo Spirito che è donato in abbondanza a ogni discepolo di Cristo.
Il primo gesto dell’educare cristiano sarà, dunque, la scelta di guardare a Gesù. Così anche ci invita a fare il testo della CEI che stiamo presentando. “Gesù è per noi non ‘un’ maestro ma ‘il’ Maestro”.
È da rinnovare la scelta di essere lettori assidui del Vangelo e occorre ricordare che solo attraverso la contemplazione, cioè la preghiera di dialogo con Dio a partire dalla Scrittura, possiamo essere educati dal Signore.

Prendersi cura
Come si presenta Gesù nel Vangelo? Egli si comporta da educatore perché dialoga con singole persone che incontra; egli costituisce attorno a sé un gruppo di discepoli ai quali rivolge le sue attenzioni, compiendo gesti che divengono esperienze sulle quali Egli stesso riflette in chiave educativa.
Il documento che stiamo leggendo, per quanto riguarda il dono di educatore del Signore, ci ricorda Gesù che vive da pastore in mezzo al suo popolo e allo stesso tempo esercita il dono di maestro: “Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose… E ordinò loro di farli sedere tutti, a gruppi, sull’erba verde. E sedettero, a gruppi di cento e di cinquanta. Prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero a loro” (Marco 6,34-39-41).
Qui vediamo anzitutto che non si possono separare mai, nella vita di Gesù, le scelte che egli fa in ordine all’insegnamento e quelle che vanno nella linea del prendersi cura delle persone. Dovunque egli passa, là dove trova fatica, dolore e sofferenza, si oppone al male; sia esso nella forma della sofferenza, della fragilità, della solitudine, della carenza di spirito di comunità. Il modo di agire di Gesù mostra con chiarezza che Egli attua il suo insegnamento attraverso parole e gesti.
Da ultimo notiamo che nel brano evangelico vi è il richiamo esplicito al gesto compiuto dal Signore nell’Ultima Cena. Gesù educatore completa la sua opera formativa mettendo a disposizione la sua vita intera, e sotto forma di cibo per la fame di chi lo ha cercato, lo segue e si fida di lui. Anche in questo gesto vi è un insegnamento fondamentale per ogni rapporto educativo; Gesù insegna all’educatore che occorre giocare tutto se stesso per la crescita matura, responsabile e libera di coloro che gli sono affidati.
E, da parte sua, il Signore è disponibile come cibo che conforta e offre prospettiva di perseveranza e di pazienza a chi opera nel cammino educativo.

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