IRAQ

L'inferno iracheno

La vita quotidiana, la gente, la caccia al petrolio e, soprattutto, i morti e la distruzione: a colloquio con mons. Warduni. Per non dimenticare.
Renato Sacco

L’incontro ha sempre un tono cordiale, nonostante tutte le tragedie e le sofferenze. Mons Warduni, vicario patriarcale caldeo di Baghdad è stato in Italia lo scorso gennaio. Lo avevo incontrato a Baghdad, in agosto (cfr. Mosaico di Pace ottobre 2010): c’erano più di 50 gradi – e il clima in quella città e in tutto il Paese continua a essere molto caldo, al di là delle stagioni. Attentati, uccisioni, stragi. La più grande è senza dubbio quella della chiesa Saiydat al Nayat (Nostra Signora del perpetuo soccorso, nda) a Baghdad la sera del 31 ottobre scorso, con oltre 50 morti e una sessantina di feriti gravi. “Chi non crede all’inferno, venga in Iraq e vedrà che l’inferno esiste!”, continua a ripetere mons Warduni. Lo ha detto anche durante un’audizione alla Commissione Affari Esteri e Comunitari della Camera, lo scorso 19 gennaio. “La situazione delle minoranze peggiora sempre di più. Ma la soluzione ai problemi non può che riguardare tutti gli iracheni”. Con mons. Warduni si ricordano i tanti amici incontrati in Iraq, si parla della quotidianità, dei ragazzi della scuola di chitarra, delle famiglie che hanno lasciato il Paese. Ci ricorda che in Commissione Affari Esteri ha espresso critiche ad alcuni Paesi europei che caldeggiano l’esodo degli iracheni offrendo loro accoglienza. “Queste proposte possono essere un incitamento alla fuga per coloro che ancora vivono in Iraq, e non sanno che alcune nazioni, che magari dicono di essere paladine dei diritti umani, stanno rimpatriando forzatamente gli iracheni che in esse hanno trovato rifugio per rimandarli ‘all’inferno’”. E continua: “non perché sono cristiano… ma per esempio in Arabia Saudita i cristiani non possono fare nulla, eppure nessuno osa avanzare critiche. Forse perché ci sono interessi da difendere?”. E ripete quello che già ci diceva prima della guerra: “Se all’Occidente interessa il nostro petrolio... che se lo prendano! Ma lasciateci in pace”.
Ed è interessante confrontarsi su quanto oggi succede in Iraq. L’elettricità c’è solo 3 ore al giorno. E siamo a quasi 8 anni dall’inizio della guerra. “Abbiamo bisogno delle cose fondamentali, della pace e della sicurezza. Chiediamo a tutti, al nostro Governo e a quelli occidentali, di lavorare non per i propri interessi ma per il bene degli iracheni. Ho ricordato anche alla Camera a Roma, le parole di Giovanni Paolo II contro la guerra ‘avventura senza ritorno’”. “Tutti parlano del disarmo, continua il vescovo di Baghdad, ma purtroppo le armi si fanno e si vendono: Non dovete più vendere armi. Dovete distruggere tutte le fabbriche che producono armi!”.
Il vescovo di Duhok, morto da pochi mesi, mi diceva che tutto il terreno intorno alla sua casa paterna, nel kurdistan iracheno, era ancora disseminato da mine, probabilmente italiane vendute a suo tempo a Saddam. Poi ci sono le pistole Beretta che tutti i soldati USA hanno in dotazione. Tempo fa in un covo di terroristi erano state trovate oltre 10.000 mila pistole italiane, con il numero di matricola cancellato, il che faceva pensare più che a un furto, a una fornitura vera e propria. “Dobbiamo affrontare i nostri problemi alle radici. La difesa dei cristiani minacciati, che rischiano l’estinzione, la difesa di tutte le minoranze. Dobbiamo cercare di risolvere globalmente i problemi degli iracheni. Questi sono i nostri diritti: la pace, la sicurezza. E anche i nostri beni, le nostre ricchezze vengano destinate agli iracheni. Non possiamo accettare che gli stranieri vengano a prendere le nostre risorse e a noi non lasciano niente... ci lascino almeno qualcosa, questa è carità!”. Queste parole vanno confrontate con quanto, in Italia e in Europa, si sta dicendo e deliberando in varie sedi istituzionali, a favore dei cristiani iracheni.
Da una parte è lecito chiedersi: perché solo ora? Perché negli anni passati gli appelli che giungevano dall’Iraq e che Pax Christi aveva rilanciato cadevano nel vuoto. Con don Fabio Corazzina ogni volta che tornavamo dall’Iraq ci rendevamo conto dell’indifferenza, di una sorta di veto o di tabù nei confronti dell’Iraq, anche quando si parlava di cristiani in pericolo, anche da parte di molte istituzioni e mezzi di informazione cattolici.
D’altronde anche le stesse parole di Giovanni Paolo II, di condanna della guerra non avevano avuto molta accoglienza in alcuni ambienti... politici ed ecclesiastici.
E così oggi ci ritroviamo ad ascoltare dai vescovi iracheni un grido di dolore e le stesse denunce di allora, magari riprese da qualche giornale: l’Iraq è stato invaso, ha subito una guerra ingiusta; le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti; il bilancio di questi anni è stato ‘truccato’; il bilancio economico e della ricostruzione è fallimentare. E la situazione dei cristiani è tragica. Viene da dire: se ci avessero ascoltato!
Ma è anche interessante sottolineare che non si vogliono ammettere responsabilità né prendere impegni su scelte che per l’Italia sono ancora aperte e praticabili. Ascoltando la registrazione dell’audizione di mons. Warduni in Commissione alla Camera, non c’è nessun intervento da parte dei Deputati che riprenda alcuni temi da lui toccati: la follia della guerra (eppure anche noi italiani abbiamo partecipato...), il commercio delle armi, il lavoro per la pace, la ricerca non solo dei propri interessi economici.
Niente di tutto questo. Anzi sappiamo che l’attuale governo vorrebbe portare sostanziali modifiche alla legge 185 che regola il commercio delle armi. Perché non accogliere l’appello dei cristiani iracheni a non produrre e a non vendere armi? Lo chiediamo anche noi al nostro governo. Per evitare di difendere con le parole e con gli appelli le minoranze cristiane perseguitate e poi però curare con molto zelo i propri interessi in terra irachena, compresa la vendita delle armi.
Lo chiediamo in particolare al nostro ministro degli Esteri che ha espresso rammarico per la decisione della UE dello scorso 31 gennaio, di non inserire una menzione esplicita sulle comunità cristiane nel documento sulle persecuzioni religiose.
Anche ammesso che quella citazione poteva essere importante, perché non lavorare allora nella direzione del blocco dei rapporti economici con l’Iraq, invece di pensare di aprire una nuova sede diplomatica italiana a Erbil, nel nord Iraq? Perché non impegnarsi in un severo controllo della vendita delle armi?
Perché non destinare i 15 miliardi di euro per i cacciabombardieri da guerra F35 a progetti di vera difesa dei cittadini e del territorio? Ce lo chiedono proprio loro, i cristiani iracheni, che diciamo, a parole, di ascoltare ma a cui non arriva sempre la nostra vera vicinanza umana e cristiana, né tantomeno accogliamo i loro appelli per la pace.

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