PAROLA A RISCHIO

Una memoria sovversiva

Dall’amore creaturale e creativo all’amore sostituto indegno e sortilegio.
La misera consolazione dell’oggi.
Roberto Mancini (Professore ordinario di Filosofia Teoretica presso l’Università di Macerata)

Quando, in un raro momento di lucidità, si riesce a vedere la realtà per come di solito viene costruita, viene la nausea. Degli altri e di se stessi, della cultura corrente e anche delle cose che sembravano più credibili. Com’è, infatti, che di solito, vengono costruite per lo più l’esistenza individuale e la convivenza sociale? Predomina un sistema di ipocrisia che abbraccia tutto, dalla religione alla politica, dai comportamenti economici a quelli affettivi. Il sistema di ipocrisia ha una sua oggettività, complessa e ubiqua, non si risolve in qualche bugia, non deriva solo da una diffusa mancanza di sincerità.
È la falsificazione della vita, che si instaura quando la si è fondata sui numerosi sostituti dell’amore vero, la si alimenta di essi e a essi la si consegna. È una falsificazione oggettiva, silenziosa, impercettibile, automatica, collettiva, tanto che quanti vi sono immersi potrebbero replicare a chi li critica: “Perché, esiste forse un altro modo di vivere?”.
Disperando
Chi sa leggere la condizione umana e quella di tutti i viventi sa che la vita non viene dalla vita, ma dall’amore. Un amore che non è un qualsiasi attaccamento o affetto. Piuttosto, è un amore sconosciuto, puro. Un amore creativo, e non distruttivo; generoso, e non geloso o possessivo; paziente e misericordioso, non vendicativo o sacrificale; fedele, e non distratto o pronto a infliggere l’abbandono.
Quando filosofi e teologi hanno parlato di “trascendenza” hanno evocato, in maniera più o meno consapevole, l’idea di questo amore, spesso saturandola di astrazioni e fantasie. Ora accade, da sempre accade, che questo amore non sia né visto né creduto. Allora, con una malafede che ispira rabbia e insieme profonda compassione, gli uomini edificano il loro stare al mondo su dei sostituti o surrogati. Così ci si adatta a sopravvivere entro il sortilegio della sostituzione. Al potere, al denaro, all’autorità costituita, alla tecnologia o, nel migliore dei casi, alla cosiddetta ragione è affidata la guida del viaggio umano nel mondo. Oppure è affidata all’amore per come ci viene, disperando dell’amore vero. Allora prevale l’amore sbagliato, tragico, un amore narcisista, possessivo, mortificante.
Ma tutte queste presunte potenze, seguite senza o contro la luce e la qualità di vita dell’amore vero, sono vuote, sterili e distruttive. Da questo punto di vista l’essenza del male è riconoscibile come sostituzione: la sostituzione dell’amore vero con qualcos’altro. Per avere un’idea concreta dei disastri di questo sistema di usurpazione basta provare a leggere criticamente la triste storia del cristianesimo infedele, della cristianità idolatra di se stessa, una patologia da cui noi oggi non possiamo certo dirci guariti. Qui opera una tradizione perversa per cui si dice e si crede di porsi nel solco di Gesù di Nazareth e della sua comunità. Di quel Gesù che non solo rivelò che il Padre suo e di tutti è amore, ma soprattutto rivelò per come visse e morì il modo di amare del Padre stesso. Invitando chi voleva seguirlo a rinascere grazie a questo amore, imparando a fare di esso il proprio nuovo modo di esistere.
Sostituti
Ebbene, molti tra i sedicenti cristiani che cosa hanno fatto, nel corso dei secoli? Hanno sostituito il modo di amare del Padre di Gesù, rivelato dal Figlio, con altre potenze, fondando su di esse la fede, la vita, la Chiesa, l’ordine della convivenza. Quali sono queste potenze sostitutive e quali atteggiamenti inducono in chi concede loro la sua fede? La dottrina, che esige ortodossia. L’autorità ecclesiastica, che esige obbedienza. La sofferenza espiatoria sacrificale, che esige docilità masochista o crudeltà verso gli altri. I sacramenti concepiti come riti magici, che esigono devozione teatrale ma non conversione della vita. E soprattutto la parola che, mentre annuncia la vita nuova, di fatto si sostituisce a essa e perpetua la vecchia vita.
È la parola usata per evocare, narrare, approvare, citare, commentare, coprire il Vangelo, esigendo un ascolto che inibisce in persone e comunità la facoltà del cambiamento e le incastra entro uno scenario rituale e moralistico in cui il copione della vita inconvertita viene replicato ogni giorno.
La caratteristica più pericolosa di questo sistema di ipocrisia e di sostituzione sta nel fatto che esso non è una semplice ideologia, né una mera manipolazione televisiva della realtà. Con il tempo esso è divenuto una memoria collettiva profonda, un codice genetico culturale. Si pensa, si agisce, si organizza la vita senz’amore vero come se questo fosse naturale, ovvio, razionale, morale. Manca lo spazio per avere una distanza critica, per fare scelte vere e proprie, per pensare ed esistere altrimenti.
Il disamore come memoria collettiva, sempre ripetuta, della società e anche delle religioni: ecco il grande trionfo del male.
memoria
creaturale
In confronto a tutto questo Gesù di Nazareth continua a incarnare un’altra memoria, la memoria creaturale e filiale di chi proviene dall’amore sconosciuto, dall’amore puro e accoglie con tutto se stesso questa sua origine sapendo che in essa c’è la verità di ogni vita, ci sono il presente, il futuro, il bene, la felicità definitiva dei viventi. In questo senso deve risuonare oggi l’espressione del teologo Johann B. Metz, che evidenziava “la memoria sovversiva di Cristo”.
È una memoria sovversiva, dal versante che smaschera l’ipocrisia del falso ordine del mondo fondato sul disamore. Ma dal versante che rigenera una qualità divina di vita nell’esistenza di tutti essa è una memoria creativa e salvifica. Perché, a differenza dei sostituti perversi che di solito hanno buon gioco della credulità degli uomini, l’amore vero non si sostituisce alle persone, alle comunità, alla loro libertà, alle facoltà umane, come ad esempio la ragione e il linguaggio. Ma le vivifica e le illumina. Persone e comunità, infatti, che cosa sono senza un frammento di amore vero? E non impazzisce la libertà in mancanza di esso? E l’amore puro non è forse la nostra vera e più alta ragione, luce di ogni forma di razionalità? Quale altro linguaggio potrebbe consentire agli esseri umani di comunicare, di riconoscersi e di comprendersi, se le correnti dell’amore vero non costituissero l’energia vitale di ogni comunicare? Quando uno si rende conto dell’alternativa tra l’obbedienza al sistema di sostituzione e la libertà di diventare figlio o figlia di questo amore, senza temere e senza rimandare, senza fuggire e senza ingannare di nuovo se stesso, allora non è lontano dal Regno di Dio.

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