Da cima a fondo

La riforma della Gelmini e la ridefinizione delle università: quando una legge è capace di disincentivare cultura e ricerca.

Il disegno di legge sull’università firmato dalla ministra Gelmini è stato varato dal governo il 28 ottobre 2009, approvato in prima lettura del Senato a fine luglio e alla Camera il 3 novembre, per poi essere definitivamente varato dal Senato il 23 dicembre. La riforma universitaria tocca principalmente tre punti: il sistema di governance degli atenei, il diritto allo studio e lo stato giuridico dei ricercatori.
Per quanto riguarda la governance, l’attuale sistema bicamerale (senato accademico e consiglio di amministrazione) viene sbilanciato a favore del consiglio di amministrazione, che assume anche le competenze di indirizzo strategico, oltre a quelle di gestione economica. Il senato accademico viene quindi svuotato, ridotto alla formulazione di semplici pareri in materia di didattica, ricerca e servizi agli studenti, a vantaggio di un consiglio di amministrazione ridotto a soli 11 membri. All’interno di questo viene diminuita la rappresentanza studentesca e vengono introdotti obbligatoriamente almeno 3 membri esterni (sostanzialmente enti locali e imprese private). Viene istituito un limite di mandato per i rettori (che in realtà esiste già in gran parte degli atenei), ma allo stesso tempo i loro poteri vengono aumentati.
Le facoltà vengono formalmente abolite, conferendo tutte le competenze ai dipartimenti (a loro volta accorpati), ma rientrano dalla finestra come unioni di dipartimenti. Si incentiva lo spacchettamento degli atenei in federazioni di dipartimenti situati in città diverse, con l’evidente obiettivo di creare poli regionali tecnici, strettamente legati al mondo dell’impresa, su cui concentrare tutte le risorse, affamando invece tutti i poli della ricerca e della didattica non strettamente funzionali alla produzione industriale. In sintesi, si tratta di una torsione autoritaria e aziendalista della governance universitaria: le rappresentanze sono tagliate, il senato accademico è svuotato di poteri, il rettore diventa un monarca circondato da esterni in rappresentanza dei poteri forti locali.
È l’istituzionalizzazione della cricca, la spartizione di ciò che resta dell’università italiana tra la lobby baronale e le imprese. Non a caso, in un mare di contestazioni, solo la CRUI (conferenza dei rettori) e la Confindustria hanno sempre entusiasticamente sostenuto la riforma.

Diritti negati
Per quanto riguarda il diritto allo studio, si affida al governo la delega per riformare l’attuale sistema comprendente “borse di studio, trasporti, assistenza sanitaria, ristorazione, accesso alla cultura, alloggi”. La riforma del titolo V della Costituzione affida il diritto allo studio alle regioni, mentre lo stato dovrebbe fissare i LEP (livelli essenziali delle prestazioni). La delega è ampia e generica, ma la prospettiva è chiara: si parla di un fondo per il merito e di un sistema di prestiti d’onore. Del resto, mentre la riforma Gelmini era ancora in discussione in parlamento, il governo si è preso in anticipo questa delega, abrogando di fatto il sistema di diritto allo studio oggi vigente. Nella finanziaria, infatti, Tremonti ha tagliato dell’89,54% (dai 246 milioni del 2009 ai 25,7 del 2011) il fondo per il diritto allo studio (cfr. grafico), indicando la via: niente più fondi alle regioni per pagare le borse di studio ai quasi 200 mila studenti oggi riconosciuti come idonei (secondo criteri di reddito e merito), che si dovranno rivolgere alle banche per pagarsi gli studi con i prestiti d’onore, producendo una generazione di precari, esattamente come negli USA.
Per quanto riguarda la ricerca, la principale novità è la messa a esaurimento del ruolo dei ricercatori a tempo indeterminato, destinati per legge alla ricerca, ma che, di fatto, coprono da anni, con il proprio lavoro gratuito, una quota importante della didattica degli atenei.
Chi vuole fare ricerca, dopo i canonici anni di precariato, che la riforma Gelmini non modifica di una virgola (dottorato, borsa post-doc, assegni di ricerca, ecc.), avrà altri 3 (prorogabili a 5) +3 anni di contratto precario, al termine dei quali, se non passerà il concorso da associato (per il quale non sono previste, a oggi, risorse), sarà espulso dal sistema.
Non si tratta, come sostiene la ministra Gelmini, del sistema anglosassone della tenure-track: un contratto tenure-track, infatti, è a tempo determinato, ma obbliga l’università a individuare fin dall’inizio le risorse necessarie al passaggio a tempo indeterminato, che avviene automaticamente alla fine del contratto, se il ricercatore ha conseguito determinati obiettivi scientifici. Il sistema introdotto dalla riforma, invece, prevede che gli atenei possano assumere ricercatori precari senza alcun obbligo di effettuare i concorsi per il loro passaggio ad associato. Di fatto, si scava un fossato incolmabile tra una casta intoccabile di professori ordinari e associati e un mare di precari destinati a essere spremuti e poi cacciati dall’università.
Questo ddl, inoltre, segue le leggi 133/2008 e 1/2009, che hanno tagliato drasticamente il FFO (fondo di finanziamento ordinario) degli atenei e bloccato il turn-over. Negli ultimi mesi gran parte degli atenei ha dovuto, per far fronte ai tagli, aumentare consistentemente le tasse pagate dagli studenti e non ha potuto, a causa del blocco del turn-over, assumere i giovani ricercatori di cui ci sarebbe bisogno.
Le università pubbliche, quindi, con tasse altissime e privati nei cda, finiranno per diventare indistinguibili da quelle private. A centinaia di migliaia di italiani verrà negato il diritto all’istruzione e, con lo smantellamento della ricerca, la possibilità di mettere il proprio talento al servizio del proprio Paese. Unica alternativa: l’emigrazione.

Le bugie della ministra
La ministra Gelmini, in questi mesi, si è divertita a raccontare agli italiani una serie di bugie sul contenuto della riforma.
La prima è la più frequente: la riforma riduce il potere dei baroni. È falso: i poteri dei rettori aumentano, e non è un caso che la CRUI (conferenza dei rettori) sia l’unica componente del mondo universitario italiano a sostenere la riforma. Se davvero, come dice la Gelmini, questa riforma abbatte il potere baronale e non svende l’università alle imprese, come mai i baroni e la Confindustria sono gli unici a spellarsi le mani per applaudirla?
Ha avuto molto successo nei media anche l’idea che la riforma limiti gli sprechi e la corruzione. È falso: la divisione tra ricercatori precari e professori a tempo indeterminato aumenta il potere di quest’ultimi dentro i dipartimenti, incentivando i meccanismi di sfruttamento e clientelismo tipici dell’accademia italiana. A 15 anni dall’introduzione dell’autonomia finanziaria degli atenei, si premiano esattamente quei baroni la cui gestione sconsiderata è, insieme ai tagli del governo, alla base del dissesto finanzario degli atenei.
La ministra, inoltre, continua a ripetere che a opporsi alla riforma sono solo pochi estremisti. È falso: si sono espresse contro questa riforma tutte le associazioni minimamente rappresentative di studenti, dottorandi, precari, ricercatori e personale tecnico-amministrativo, e la protesta di studenti e ricercatori ha assunto evidenti dimensioni di massa, coinvolgendo gran parte del mondo universitario, con la quale il governo ha sistematicamente rifiutato ogni dialogo. Gli unici interlocutori che la ministra ha consultato, e gli unici che ora la applaudono, sono i rettori della CRUI e le imprese di Confindustria.
L’ultima bugia è la meno divertente: secondo il ministro gli studenti ripetono vecchi slogan e non fanno proposte. È falso: studenti, dottorandi, precari e ricercatori stanno costruendo dal basso l’AltraRiforma, una proposta per cambiare l’attuale università medievale e corporativa in senso partecipato ed egualitario.

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