Dignità per tutti

Uno dei nodi critici nella chiesa cattolica è l’accettazione dell’omosessualità come espressione possibile della propria sessualità. Pensieri e parole.
Jesus Espeja, op

Il dibattito che si è sviluppato negli ultimi tempi intorno all’omosessualità rileva la presenza di posizioni in cui la tolleranza e la comprensione brillano per assenza. La legalizzazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso in alcuni paesi, la nota vaticana circa l’ingresso al seminario e l’ordinazione di omosessuali hanno creato un clima di poca serenità per condurre un dibattito franco, rispettoso, maturo ed equilibrato per un tema così complesso. Le riflessioni che seguono sono come un “pensare a voce alta”, consapevoli della delicatezza del tema. Ciò che intendiamo sottolineare è che alla base di qualsiasi idea debba esserci, a nostro avviso, il rispetto per la dignità della persona, consapevoli che non parliamo di omosessualità in modo neutrale, ma parliamo di persone omosessuali.
Nonostante alcune volte ci siano comportamenti – timbro della voce, gesti e movimenti – tipici secondo la cultura dominante di “uomini effeminati” e “donne mascoline”, non si può concludere che siano questi atteggiamenti a definire una persona come omosessuale. Essere omosessuale non implica sentirsi a disagio nella propria pelle; solo i transessuali si sentono così e desiderano, quindi, cambiare sesso. Essere omosessuale non implica esserlo in tutti i casi, totalmente e con esclusività. Esiste un continuum che va dall’eterosessualità totale alla omosessualità totale con gradi intermedi. Non è raro trovare persone con tendenze omosessuali che conducono una vita eterosessuale. Inoltre, si possono verificare cambiamenti evolutivi nell’arco della vita: sono tappe di omosessualità e tappe di eterosessualità.
Riscontriamo diverse modalità per esprimere l’omosessualità: “in coppia chiusa”, vivono una relazione quasi matrimoniale; “in coppia aperta”, vivono un’insoddisfazione nella vita di coppia; “funzionale”, un gran numero di compagni sessuali e scarso disagio per essere omosessuale; “disfunzionale”, vivono con molto dolore il fatto di essere omosessuali e presentano diversi problemi sessuali; “asessuali”, con un’attività sessuale molto bassa e grosso disagio per l’omosessualità. Nell’omosessualità, come nell’eterosessualità, le relazioni presentano tre componenti: intimità, passione e impegno. Quando sono presenti tutti e tre si può parlare di “amore omosessuale”. È chiaro che possono anche rimanere sul piano dell’affetto, della tenerezza e del romanticismo.

Diversamente uguali
Quando si parla di omosessualità una domanda emerge subito: è congenita o acquisita? Più che parlare di cause della sessualità, si dovrà parlare di “fattori” che influenzano l’orientamento. Freud parlava dell’omosessualità come di qualcosa di acquisito; altri parlano di fattori cromosomici e ormonali; o della sessualizzazione del cervello verso il 4 e il 6 mese dello sviluppo embrionale.
Ciò che qui vogliamo approfondire è la posizione della chiesa, che ha considerato sempre l’omosessualità un “peccato”. Possiamo distinguere tre posizioni nella chiesa attuale: 1) la posizione ufficiale del magistero nei vari documenti postconciliari: distingue tra orientamento e attività omosessuale; la condizione omosessuale in se stessa non risulta squalificata, però lo sono gli atti omosessuali; nel catechismo si parla di atto non naturale, che manca della complementarietà affettiva-sessuale e dell’apertura alla trasmissione della vita; però, si insiste nell’atteggiamento di comprensione e di non discriminazione verso le persone omosessuali. Circa i diritti sociali delle coppie omosessuali, ne riconosce alcuni, ma si oppone apertamente all’equiparazione con il matrimonio eterosessuale, all’adozione di bambini o all’accesso a tecniche moderne di riproduzione, sempre per il bene del bambino.
2) Posizione sfumata. La maggioranza dei teologi accetta la distinzione tra condizione e attività omosessuale. Però, alcuni si domandano se si debba sempre squalificare eticamente qualsiasi comportamento o attività omosessuale. Altri sollevano la questione dal punto di vista soggettivo ma altri ancora anche a livello oggettivo: le relazioni omosessuali non sono certo un ideale, ma – poiché la persona non è responsabile del suo orientamento – quando non è possibile un cambiamento verso l’eterosessualità o una scelta celibataria, un’unione omosessuale permanente sembra la migliore soluzione etica, perché la persona possa vivere una vita pienamente e soddisfacentemente umana.
3) Posizione revisionista. Si richiede una revisione della dottrina cattolica sulla sessualità. La tesi è che si sta commettendo un’ingiustizia verso gli omosessuali. L’errore è stato aver accettato come legge di natura e conseguentemente di Dio, l’eterosessualità come unica forma lecita di sessualità nella relazione intima interpersonale; si trattava di un modello culturale sacralizzato. Così, alla condotta omosessuale sarebbero applicabili le stesse regole etiche di quella eterosessuale.
L’omosessualità può essere equiparata all’eterosessualità? La prima domanda che dobbiamo porci è se la prima è semplicemente un’alternativa alla seconda sul piano dei valori, cioè se in essa si può esprimere correttamente la tensione della sessualità umana. Dobbiamo stabilire se le due condotte sono due forme equiparabili per vivere la sessualità. Nella tradizione cristiana la risposta è stata negativa. Però gli argomenti del passato non tengono conto dello stato attuale della questione in tutta la sua complessità. Forse si giungerebbe alla stessa conclusione, ma ora a partire da una argomentazione più interdisciplinare e meglio fondata.
Il fatto che non siano equiparabili non significa che l’omosessualità sia condannabile: l’omosessualità non è la strada migliore per incarnare la direzione della sessualità umana; è più una deficienza o una carenza che non può assurgere a ideale. Non per questo gli omosessuali sono responsabili e condannabili eticamente. Nascere in un modo, non è la stessa cosa che scegliere di esserlo. Inoltre, un orientamento non deve concretizzarsi necessariamente in un’attività. Ci sono omosessuali non attivi al pari di eterosessuali. Relazioni omosessuali più o meno stabili tra adulti non sempre sono di per se scorrette: sul piano soggettivo le persone omosessuali possono ritenere di fare il meglio di cui sono capaci dato il loro orientamento e sul piano oggettivo è necessario valorizzare queste relazioni, se non c’è altra strada per poter raggiungere un livello maggiore di umanizzazione.
Se l’omosessualità e l’eterosessualità non sono equiparabili, è lecito fare il possibile per superare il proprio orientamento omosessuale. Però questa opzione incontra varie difficoltà: molti di questi trattamenti hanno avuto pochissimi esiti e provocato tanta sofferenza. Molti terapeuti oggi hanno come obiettivo primario l’adattamento dell’omosessuale alla sua condizione e la liberazione di elementi nevrotici che si possono incontrare associati ad essa, desistendo sempre più dalla pretesa di cambiare l’orientamento sessuale. Si può solo cercare di evitare la disumanizzazione nel comportamento delle persone.
Possiamo, invece, parlare di alcune “terapie” per la società che discrimina gli omosessuali, come la consapevolezza che l’omosessuale è una persona umana; il pensiero critico circa radicati fenomeni e atteggiamenti culturali come il maschilismo. Per una cultura che pone l’accento solo sulla procreazione, l’omosessuale è una persona sterile. È necessario impegnarsi sul piano giuridico e legislativo. Anche se non si reputa opportuno concedere lo status di “matrimonio” e il diritto all’adozione, non devono esserci ostacoli al riconoscimento giuridico di altri aspetti: trattamento fiscale, pensione, diritti ereditari. Questo, e molto più, dovremmo chiedere alla chiesa.

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