DONNE

Io Maxima

La storia di una donna boliviana, Maxima Apaza, che ha il coraggio di riconoscere la violenza subita e di intraprendere un percorso di liberazione.
Per se stessa e per tutte le altre donne.
Patrizia Morgante

Vengo da una famiglia molto violenta, e anche i miei genitori, a loro volta, hanno una storia simile. Mio padre ha rotto la testa di mia madre in tre punti diversi e questo mi ha scioccato. Ho subito violenza e spesso mi bastonavano. I miei non mi permettevano di parlare aymara, la nostra lingua. Prima era proibito parlarla; siamo stati emarginati per questo e allontanati dalle scuole. Mia madre non sapeva leggere perché non glielo hanno permesso. Entrambi i miei genitori erano aymara, ma mio padre negava di saper parlare aymara. Ho sempre avuto due trecce lunghe. Un giorno a scuola mi sono state tagliate, mi hanno fatto una coda e messo una gonna, per occultare la mia identità di ragazza indigena. Stiamo parlando del 1978. Da allora è iniziato un processo personale di auto-emarginazione... ancora oggi mi accade di autoisolarmi, soprattutto all’università; quando ci si divide in gruppi, mi rendo conto che non sempre non riesco a inserirmi.
La mia storia di violenza è continuata con mio marito. Pensavo che lui avesse ogni diritto su di me; pertanto poteva maltrattarmi, picchiar-mi come e quando voleva. Mi sentivo al suo completo servizio.
Mia madre mi diceva che ero sposata e, quindi, dovevo ubbidirgli, dovevo sopportare. Era mio marito e il padre dei miei figli. Mi diceva che non potevo denigrarlo o denunciarlo. Nel 1981, iniziai a frequentare dei laboratori e dei corsi in gruppo con altre donne. Ci spiegavano i nostri diritti. Nel 1984 mi invitarono a una settimana di formazione intensiva: ci parlavano della realtà della nostra zona, della violenza alla quale eravamo abituate, ci educavano a una salute e a un’alimentazione più sana. Ci spingevano a organizzarci, a studiare per essere in grado di lottare per i nostri diritti e per le nostre necessità, a diversi livelli. L’associazione che mi ha aiutata con questi laboratori si chiama Contexto.
Nel 1984-85, “mi rivelai” in casa: volevo separarmi. Avevo imparato che se io, Maxima, permettevo la violenza, come aveva sempre fatto mia madre, anche i miei figli avrebbero ereditato lo stesso modo di fare. Era tempo di fermare tutto questo. Le donne di Contexto erano la mia famiglia. Ho appreso tramite loro la solidarietà. È stato un processo lungo e doloroso. Mio marito mi accusava di avere un altro uomo e mi maltrattava. È stata una lotta di un anno e mezzo. Finalmente mi separai e ho continuato a studiare.
La formazione a Contexto segue quattro pilastri: rafforzamento organizzativo, partecipazione e cittadinanza, educazione e formazione socio-politico-pastorale; ci fa scoprire la nostra posizione ideologica e politica. L’arrivo di Evo Morales ha cambiato molto la nostra realtà e le porte si sono aperte attraverso il piano di sviluppo che ha lanciato il presidente. Tutto il lavoro fatto a Contexto ci ha preparate a quello che stiamo vivendo in questo tempo di transizione.
Non so se il nostro sogno di una società giusta si realizzerà e se noi lo vedremo, ma speriamo che i nostri figli possano vivere una vita migliore della nostra. Noi popoli indigeni ora siamo parte di questa costruzione. Evo Morales è il nostro presidente, ma da solo non potrà costruire una società diversa. Ha bisogno di ogni boliviano e boliviana.
Il sistema capitalista che si è radicalizzato ci ha insegnato l’egoismo, l’ipocrisia e la menzogna; quando parlano di plusvalore, parlano del nostro lavoro. Noi popoli indigeni, aymara, quechua, guarani, siamo abituati a lavorare in comunità, per aiutarci reciprocamente. Nelle zone rurali si vive tutto questo ancora. I bianchi avrebbero voluto farci scomparire, ma grazie a questo Dio liberatore oggi abbiamo un presidente indigeno.

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