PAROLA A RISCHIO

Una svolta di responsabilità

L’Italia è oggi parola a rischio. Come difendersi,
come difenderla, dalla svendita cui è sottoposta.
Roberto Mancini (Professore ordinario di Filosofia Teoretica presso l’Università di Macerata)

Come si fa a sviluppare una riflessione che cerchi di innalzarsi sino alla bellezza delle grandi tradizioni sapienziali – che rimandano alla verità, al bene, alla relazione con Dio – se poi così facendo ci si sottrae alla responsabilità di leggere il nostro presente e al dovere di cambiare?
Come ascoltare, ad esempio, il testo del capitolo 25 del Vangelo di Matteo e poi riconoscersi nel potere dominante oggi in Italia?
Oggi c’è una parola a rischio che è urgente riprendere affinché possa essere abitata insieme con responsabilità. È la parola, anzi il nome “Italia”. Se si guarda con lucidità all’Italia contemporanea si vede un paese oppresso dall’incuria e dall’iniquità. La crisi va ben al di là delle questioni della scuola cattolica, della bioetica e della morale sessuale. È una crisi di civiltà, che investe i fondamenti della convivenza, la relazione tra uomini e donne, il rispetto dell’orfano e della vedova, del giovane e dell’anziano, del povero e dello straniero.
Non è più possibile che, per avere tutele economiche o leggi favorevoli, alcuni rappresentanti istituzionali della chiesa chiudano gli occhi sulle malefatte di un governo inaffidabile, screditato, pericoloso per la vita comune. Non è più possibile che molti, i quali si dicono cristiani, appoggino attivamente e addirittura militino nei partiti che danno vita a questa politica senza dignità e senza responsabilità. I cattolici devono scegliere: o si pongono come parte integrante di un blocco ideologico, sociale, economico e politico allergico alla democrazia, oppure accettano di cambiare in profondità, esponendo a conversione la loro mentalità e i loro comportamenti per poter dare un contributo essenziale alla rinascita dell’Italia.
Decenni di coltivazione scientifica del consumismo, del cinismo, della volgarità, della prepotenza e della menzogna hanno diffuso nel paese una mentalità semplicemente contraria sia al riconoscimento del bene comune che allo stesso messaggio evangelico. Dopo di che, evocare i “valori” e farsene paladini, senza curarsi della giustizia e senza cambiare vita, serve solo ad aggiungere ipocrisia al disastro. Né basta limitarsi ad affermare che, in una situazione come quella dell’Italia berlusconiana, servono più moralità e più legalità. Sarebbe come auspicare, mentre ci si trova in una casa che brucia, che servirebbe la prevenzione degli incendi. Chiunque abbia conservato un minimo di lucidità tutto questo può ancora vederlo.
Allora perché non si cambia? Perché non si ha il coraggio della confessione dei propri peccati di solidarietà con i potenti e non si vive il risveglio che porta a servire la giustizia? Perché non si comprende che la democrazia non va guardata con sospetto o con indifferenza, ma va aiutata a crescere e a inverarsi sempre più? Non appena riconosciamo che la democrazia stessa non è solo un sistema elettorale, poiché è anzitutto uno stile di vita e il frutto dell’impegno nella cura del bene comune, ci rendiamo conto anche del fatto che essa è la traduzione – indiretta, parziale, sempre in cammino – di quella che il Vangelo presenta come la fraternità e la sororità del Regno di Dio.
La contraddizione tra la fede cristiana e la complicità con il potere dominante è così evidente che, sebbene molti siano accecati dai loro pregiudizi, non si può pensare che nessuno, tra i credenti che sono così affezionati al berlusconismo, non se ne avveda. A me interessa capire perché non si riesce a vedere e anche perché, pur vedendo, si continua a sbagliare? Quale sortilegio grava sulle coscienze e sovente proprio su quelle che dicono di difendere il cristianesimo? La minaccia dell’infedeltà grava ogni giorno su ogni credente e sulla Chiesa stessa. La dinamica della perdita di contatto con il Vangelo è non solo dolorosa e rovinosa, è anche di difficile decifrazione. Come la mia critica non pretende affatto di essere mossa da uno che si crede giusto, così la mia analisi non pretende di essere adeguata. Nondimeno vorrei almeno segnalare tre fattori particolarmente pericolosi, sempre all’opera nel produrre un cattolicesimo infedele.
Il primo fattore è la paura. Finché avrò paura di seguire Gesù, di adottare nella mia situazione di vita a un modo di agire e di amare avvicinabile al suo, il mio cuore resterà indurito, la mente sviata e lo stile di esistenza rimarrà inconvertito. Parlo della paura di perdere qualcosa, della paura di soffrire e di non affermarsi, della paura della morte come pure della paura della vita, viste le sconfitte, le delusioni, le incomprensioni e la solitudine che essa può chiederci di affrontare.
Il secondo fattore, alimentato proprio dalla paura, è il desiderio di potere. Esso ci induce a confidare nella disponibilità di un potere verticale da usare per difenderci dagli altri, per controllare l’andamento delle cose e volgerle a nostro vantaggio. Quando si è dentro questa logica, ci vuole un attimo per giungere a credere che accumulare potere in qualsiasi modo a vantaggio della Chiesa e dei “valori” cristiani sia giusto e necessario.
Il terzo fattore, che riguarda le abitudini della comunità ecclesiale, è la riduzione del confronto con il Vangelo a filologia astratta e moralismo. Se il testo viene spezzettato, mal conosciuto, coperto di commenti estranei alla logica di Gesù (basta ricordare la pervicace usanza di tramandare una lettura sacrificale di questo messaggio che è chiaramente antisacrificale), come si può pensare che i cristiani seguano la via del Vangelo? Bisogna soprattutto superare l’abitudine a isolare il testo dalla vita e dalla storia. Per aprirsi davvero al Vangelo occorre ascoltarlo con cuore aperto e come comunità viva. Bisogna imparare a conoscerlo, a fidarsene, a entrare insieme nella via che esso schiude. La lettura del Vangelo va fatta insieme alla lettura della storia. Questo confronto è unitario e richiede l’analisi dei meccanismi dell’iniquità, la lettura del presente, la comprensione dell’andamento della storia di tutti. Se formalmente ascolto la Parola del Padre di Gesù, ma non ascolto la voce degli oppressi, il mio ascolto è falso e non porterà alcun frutto buono. Dinanzi all’urgenza di una svolta di responsabilità per l’Italia da parte dei cattolici, è tempo di abbandonare la paura, la fiducia nel potere sugli altri e l’ascolto fittizio, per realizzare invece il contrario esatto di questi tre falsi amici.

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