BENI PUBBLICI

La rivoluzione dell'acqua

Prepariamoci al referendum di giugno. Perchè è un’opportunità da non perdere per restituire all’acqua valore di bene comune.
Rosario Lembo (Presidente Comitato italiano contratto acqua-Onlus)

Dopo una campagna referendaria che ha portato alla raccolta in soli tre mesi di oltre 1 milione e 400 mila firme, gli italiani saranno alle urne per assumersi la responsabilità di decidere se l’acqua deve continuare a essere classificata una merce, come ha sancito il parlamento con un voto di fiducia, o un diritto umano universale, un bene comune.
Dei tre quesiti referendari sull’acqua, due hanno superato il vaglio della Corte costituzionale. Complessivamente sono quattro le schede su cui i cittadini saranno chiamati a esprimersi: due quesiti legati all’acqua, più il referendum contro il nucleare e quello sul legittimo impedimento.
Se sarà raggiunto il quorum (cioè se la metà più uno dei cittadini italiani aventi diritti al voto si recherà al voto) e se, per i 2 quesiti referendari sui servizi pubblici relativi all’acqua a cui si associa quello sul nucleare, prevarranno i SI, si aprirà una nuova stagione politica e culturale: la possibilità di sottrarre la gestione di questa importante risorsa alle logiche speculative del libero mercato. Si potrà, quindi, approvare una nuova legge che non classifichi più l’acqua come una merce.
Ma quali sono i rischi attualmente pendenti sulla gestione del servizio pubblico locale, in particolare sull’acqua? Quali gli obiettivi che i quesiti referendari si propongono di perseguire e gli scenari che si apriranno nel caso di successo dei due referendum?

Un lungo iter
La cultura intorno al bene “acqua”, affermatasi in Italia e in Europa negli ultimi 20 anni, tacitamente acquisita dalla classe politica di entrambi gli schieramenti, è stata quella di considerare l’acqua una merce, l’accesso all’acqua un bisogno individuale da garantire attraverso un servizio industriale da affidare al libero mercato e a imprese private.
È opportuno rilevare che anche il magistero della chiesa, nonostante abbia riconosciuto in alcuni documenti (Compendio della dottrina sociale della chiesa n.485; cfr. Caritas in Veritate n.27) che l’accesso all’acqua costituisce un “ diritto universale inalienabile”, non ha finora assunto una posizione di contrasto rispetto alla deriva verso la mercificazione e privatizzazione della gestione del servizio. La chiesa si è, finora, limitata a richiamare la responsabilità dell’uomo a livello individuale (stili di vita e di consumo) e collettivo, cioè ha richiamato l’importanza dell’acqua come bene comune del creato, dono di Dio, senza ricordare le conseguenze connesse con il suo mancato riconoscimento formale in quanto diritto e senza opporsi con fermezza alle logiche del mercato cui è sottoposto un bene che rappresenta la sacralità della vita umana.
Sulla base di questi presupposti, il novecento ha visto lo stato italiano farsi carico dell’accesso all’acqua potabile e ai servizi sanitari investendo risorse pubbliche per la realizzazione delle reti acquedottistiche e, nel contempo, gli enti locali impegnarsi per portare acqua di buona qualità nelle case dei cittadini italiani, garantendone l’accesso ai residenti sia nelle città che nelle zone rurali.
A partire dal 1990, con la legge sull’autonomia degli enti locali, sono state via via approvate una serie di leggi che hanno segnato la corsa verso la privatizzazione. Si è iniziato con il Testo Unico degli Enti Locali (D.Lgs 267/2000 ), a cui ha fatto seguito l’obbligo della trasformazione delle società municipalizzate in società di capitale imposte dall’art. 35 della legge finanziaria 2002 (Legge n. 448/2001), quindi le modalità di affidamento dei servizi tramite il mercato introdotte dal decreto ambientale (D.Lgs 152/2006), sino a giungere alla decadenza al 31 dicembre 2011delle gestioni dirette dei servizi pubblici locali da parte degli enti locali imposta ai comuni per legge, assieme all’obbligo della messa a gara della gestione e della cessione ai privati di una quota pari ad almeno il 40% dei capitali detenuti dagli enti locali (art. 23 del D.l. 135/09 - decreto Ronchi).
Per contrastare gli obblighi, imposti dal provvedimento Ronchi, approvato con la fiducia dal parlamento italiano nel 2009, ha preso il via la campagna referendaria del comitato referendario 2 SI per l’acqua pubblica che porterà il 12 giugno i cittadini italiani alle urne.

I quesiti referendari
Il primo quesito referendario si propone di abrogare l’art. 23 del decreto Ronchi, cioè impone ai comuni la decadenza di tutte le concessioni in essere a livello di affidamenti diretti al 31.12.2011 del servizio idrico e degli altri servizi pubblici locali (rifiuti, trasporti locali) e introduce l’obbligo di affidamento tramite gara e la cessione delle quote azionarie detenute dagli enti locali nelle società controllate (almeno il 40%)
Il raggiungimento del quorum e della maggioranza dei SI al primo quesito, determinerebbe l’abrogazione dell’art. 23-bis, quindi la decadenza dell’obbligo del ricorso alla gara e la possibilità da parte dei comuni di potersi richiamare alla normativa comunitaria e alle modalità di affidamento previste dalla giurisprudenza europea, tra cui la gestione in house, cioè salvaguardare la gestione diretta per l’affidamento di tutti i servizi pubblici locali, e cioè acqua, rifiuti e trasporti pubblici locali.
Il secondo quesito referendario (abrogazione parziale dell’art. 154 del d.lgs 152/06 – decreto ambientale) è stato semplificato dal comitato promotore della campagna referendaria con lo slogan “niente profitto con l’acqua”. Il quesito si propone, infatti, di eliminare dalla tariffa sull’acqua l’adeguata remunerazione del capitale investito, che attualmente è pari al 7% garantita per legge a coloro che investono, cioè prestano i loro risparmi, a chi gestisce l’acqua. Eliminare dalla tariffa la quota relativa alla remunerazione del capitale che assicura al gestore profitti garantiti senza vincoli di reinvestimento, determinerà un’immediata riduzione di almeno il 7% della tariffa pagata da ogni cittadino. Impedendo di fare profitti sull’acqua, si elimina il “cavallo di Troia” che ha aperto la strada ai privati nella gestione dei servizi idrici in Italia.
Il successo a livello di raggiungimento del quorum di entrambi i quesiti referendari, determinerà importanti risultati che possono essere cosi sintetizzati.
A livello immediato, cioè subito dopo il successo referendario, gli enti locali potranno recuperare l’autonomia sui servizi pubblici locali e sull’acqua e, quindi, assumersi la responsabilità politica della gestione pubblica richiamandosi alla normativa comunitaria. Nel contempo, i sindaci cittadini vedranno ridotta la tariffa dell’acqua consumata di almeno il 7%.
Nel medio periodo, si assisterebbe a un grande risultato politico: quello di rimettere al centro dell’agenda politica il tema dell’acqua imponendo al parlamento l’approvazione di una nuova legge sull’acqua e sul servizio pubblico locale, per coprire il vuoto legislativo.
Sarebbe, quindi, rilanciato il dibattito politico sulla “natura del servizio idrico” – già proposto in Italia a partire dal 2000 dal “Manifesto del Contratto Mondiale sull’acqua” e successivamente accolto dai “Movimenti per l’acqua bene comune” con la legge sulla ripubblicizzazione dell’acqua depositata in parlamento nel 2007. Le forze politiche dovranno decidere se l’acqua è una merce o un diritto, se il servizio di erogazione, cioè la gestione, può essere classificato come un servizio a interesse generale o deve restare, invece, un servizio a interesse/rilevanza economica.
Se si condivide l’idea che l’acqua non sia una merce e che la gestione dei servizi idrici non possa mirare al profitto, si potrà cogliere il senso di quest’appello: che si debba votare SI ai referendum del 12 giugno e che, soprattutto, si possa diventare attivisti in difesa dell’acqua bene comune. Un impegno che può essere svolto con facilità, dotandosi del kit dell’attivista dell’acqua (scaricabile dal sito della campagna).
Siamo una minoranza profetica che deve sapersi far carico di una vera sfida di civiltà: affermare che l’acqua è un bene comune, un diritto di tutti. Confidiamo che questa sfida sia accolta dal maggior numero di persone.
Buon lavoro a tutti .

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