Strategie di sistema

Popolazione romanì: dividi et impera.
Nazzareno Guarnieri (Presidente federazione romanì)

Rom, sinti, manouches, kalè (Calè) e romanichals sono i cinque gruppi romanés che compongono la popolazione romanì e ovunque essi siano e qualsiasi tipo di vita essi conducono, se pur diversa da quella che l’immaginario comune si aspetta per uno “zingaro” (termine utilizzato in senso discriminatorio e attribuito dai non rom), tutti loro hanno valori culturali che li accomuna.
Rom, sinti, manouches, kalè (Calè) e romanichals rappresentano una nazione anche se non vivono nel medesimo stato, essi sono legati dalla phralipé (fratellanza) che, come una grande rete, avvolge e collega tutte le comunità romanés.
La romanipé è il senso di appartenenza al popolo rom. Un popolo sparso in tutto il mondo con un anima ricca (bravalipé) e radici culturali solide da difendere e da far conoscere.
La lingua costituisce un elemento-chiave nell’identificazione di un popolo e ciò è particolarmente valido nel caso della popolazione romanì, dispersa in tutto il mondo è unita da una comune origine di cui la lingua è una testimonianza determinante.
La lingua romaní o romaní è una lingua strettamente imparentata con le lingue neo-indiane come l’hindi, punjabi, rajastani e deriva dal sànscrito.
Il romanès non è un dialetto delle lingue neo-indiane, è una lingua a sé stante viva e vitale e, come tutte le lingue, ha tante varianti dialettali, tramandata oralmente si è arricchita dei prestiti dei popoli con cui è venuta in contatto.
I linguisti hanno censito 18 dialetti della lingua romanì e oggi concordano che in tutti i dialetti romanès c’è una base di parole comuni di circa:
• 800 di origine indiana
• 70 di origine persiana
• 40 di origine armena
• 200 termini tratti dal greco.
Il problema di una lingua unitaria è stato all’ordine del giorno di diversi congressi (Parigi, Ginevra, Londra, Gottingen) che hanno permesso una ricerca di unità culturale tra le comunità romanès, ricerca basata sulla comune origine e su valori condivisi dalla popolazione romanì di tutto il mondo, ed è stata definita una lingua unitaria, il romanés standard, perché è impensabile oggi che un popolo unito possa mantenere divisioni linguistiche.
È necessario diffondere la conoscenza del romanés standard, lingua unitaria di rom, sinti, kalè (Calò), manousches, romanichels.
Persecuzioni
Tutti i popoli subiscono conflitti violenti le cui cause sono sempre di ordine economico e legate al possesso di territori, ma il violento conflitto, la persecuzione e le ingiustizie, subite della popolazione romani nel corso della sua millenaria storia, popolo che non ha mai posseduto o rivendicato territori, hanno una precisa motivazione: la costanza delle azioni per tentare di eliminare le diversità culturali romanì.
Le persecuzioni e le ingiustizie contro la popolazione romanì hanno una causa culturale e la risposta per contrastarle deve essere di ordine culturale.
Nel corso della sua storia millenaria la popolazione romanì è stata sottoposta a numerosi tentativi di assimilazione forzata, diversi nella forma, ma sempre con la stessa finalità: la “dipendenza”.
La cultura romanì fin dal 1500 era una “stranezza sospetta e malvista” per giustificare un processo di criminalizzazione e di persecuzione.
L’apice si raggiunge con il “dispotismo illuminato”, tentativo di distruggere la cultura romanì in cambio dei diritti di cittadinanza, e successivamente con il genocidio nazista, il porrajmos, persecuzione razziale dei rom ancora oggi ignorata.
Oggi tutta la popolazione romanì subisce sofferenze e umiliazioni, analoghe alle persecuzioni, più sistematiche rispetto al passato.
Per una parte delle comunità romanès, ai tentativi di assimilazione forzata del passato si è sostituita una segregazione razziale (campi nomadi) con politiche differenziate e assistenzialismo culturale che costringono le persone di questa parte della minoranza romanì ad accettare uno “scambio culturale” dettato sia da “un compromesso sociale” per la sopravvivenza, sia dalla presenza di filtri culturali che stanno trasformando un “soggetto culturale” in un “oggetto/fenomeno”, “una cavia di laboratorio” su cui scatenare una disastrosa e falsa “interpretazione” della cultura romanì.
La presenza e la visibilità di questa parte “segregata” della popolazione romanì, che subisce condizioni di vita difficili, è molto amplificata dai media e dalla politica, che non vogliono riconoscere e rendere visibile l’altra parte della popolazione romanì, la quale quando si permette di formulare rivendicazioni culturali deve fare i conti con l’arma della discriminazione razziale, sempre pronta all’uso per contrastare una evoluzione della cultura romanì.
Per esempio, un professionista rom o sinto che rivendica pubblicamente la propria identità culturale romanì è costretto a subire tutti i danni della discriminazione razziale. Potrei citare tanti esempi che hanno costretto persone della minoranza romanì a negare la propria appartenenza romanì, anche per continuare a lavorare con onestà.

Le politiche
abitative
Si tratta di un vero e proprio “sistema” creato ad arte per screditare la cultura romanì e farne il capro espiatorio per eccellenza, per non permettere una corretta conoscenza del mondo e della cultura romanì, per generare una confusione capace di “dividi et impera”.
Un “sistema” per costruire “dipendenza” e per contrastare “l’autonomia”.
Un “sistema” per annientare la cultura, l’unico strumento di rivendicazione e di evoluzione di una popolazione.
Un “sistema” per la crescita di pregiudizi e di stereotipi, quindi della discriminazione razziale.
Stereotipi e pregiudizi della popolazione romanì nascono e crescono dalle interpretazioni culturali, sono usate e diffuse dall’azione istituzionale, producono discriminazione e repressione istituzionale.
Hanno detto che la popolazione romanì è nomade, hanno costruito campi nomadi, moderni e costosi lager della segregazione razziale per i figli del vento e… del fuoco.
Hanno detto che era la risposta abitativa ai bisogni culturali della popolazione romanì. Tutto falso, e, a fronte della documentata falsità, si continua, senza cambiar metodo, a produrre politiche abitative del campo nomadi.
Hanno detto che la popolazione romanì non vuole integrarsi e hanno impedito lo scambio culturale e la partecipazione attiva delle professionalità romanì, hanno scelto politiche differenziate e di assistenzialismo culturale per impedire l’autonomia della popolazione romanì e malgrado il documentato fallimento di queste politiche con ossessiva determinazione si continua con le stesse politiche.
Hanno detto che è indispensabile la partecipazione attiva e propositiva a tutti i livelli della popolazione romanì, hanno scelto la partecipazione attiva “come un mezzo” personale e occasionale, cioè una vetrina per usare e strumentalizzare. Hanno tentato di ostacolare con ogni mezzo la partecipazione attiva “come un fine” per cambiamenti collettivi.
Una confusione creata ad arte per dividere le comunità romanés (dividi et impera) e che ha portato l’opinione pubblica a concepire la popolazione romanì lontana dalla società nel tempo e nel luogo, trattati dalla politica, senza distinzione di colore, e dai media come rifiuti umani, da relegare nell’estrema periferia delle città.
Confusione che ha osteggiato la partecipazione attiva delle professionalità rom, ha indebolito la phralipè (fratellanza), ha permesso lo sviluppo di una mentalità assistenziale, ha impedito l’autonomia della popolazione romanì, ha ostacolato un’evoluzione della cultura romanì.
L’assenza di scambio culturale blocca la dinamicità della cultura romanì e impedisce la sua normale evoluzione.
Lo scambio culturale è lo strumento per contrastare stereotipi, pregiudizi e discriminazione della popolazione romani.
Le finalità e le attività della federazione romanì sono indirizzate verso un radicale cambiamento di metodo rispetto al passato, costruire una partecipazione attiva di rom e sinti “come un fine” per cambiamenti collettivi, proporre e realizzare una politica per l’evoluzione della cultura romanì.

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