ULTIMA TESSERA

Il volto umano di Lampedusa

In dialogo con un esponente delle forze dell’ordine, impegnato a Lampedusa per quindici giorni, che per ovvie ragioni, preferisce rimanere anonimo.
Intervista a cura di Patrizia Morgante

Questo dialogo si svolge il 30 marzo, gli eventi possono superare e rendere obsolete alcune informazioni qui presenti. Mentre scriviamo già leggiamo che molti migranti stanno lasciano l’isola di Lampedusa, in modo più o meno rispettoso della dignità umana. Siamo stati sopraffatti dalle immagini in questi giorni: questa immersione può farci perdere la consapevolezza che parliamo di esseri umani, volti di uomini e donne concrete che fuggono da una situazione nella quale non stanno bene, seppur non siano in presenza di una guerra nel senso classico del termine. Una breve intervista per recuperare il senso umano di ciò a cui stiamo assistendo. Volti di uomini e donne concrete…

Ci puoi raccontare cosa hai visto?
La situazione è andata peggiorando, anche all’interno del periodo in cui sono stato li. Non è una situazione diversa da tante altre. Ma è difficile la gestione della situazione. Devo dire che da parte di tutti gli operatori (dalle forse dell’ordine ai sanitari) c’è un grosso impegno professionale per fare il massimo, anche in modo coordinato. Quello che manca è la politica, manca la programmazione a monte per gestire una situazione che riconosco essere complessa.

Ci puoi un po’ descrivere le persone che sono arrivate?
Credo questa sia la dimostrazione che il sud del mondo spinge perché è in povertà. Le persone arrivate sono in prevalenza maschi dai 20 ai 30 anni, pochissime donne, e purtroppo diversi minori non accompagnati. Molti in condizioni sanitarie difficili, provati dal viaggio, e anche interiormente. Molti non vogliono rimanere in Italia, la maggior parte hanno parenti in Francia che desiderano raggiungere. Mi raccontavano che non avrebbero avuto la possibilità di lasciare il proprio paese con un semplice visto. Non hanno molta consapevolezza di dove sono arrivati: sanno di stare in Italia ma non su un’isola di soli 21 mq dove muoversi è difficile. Alcuni mi chiedevano dove stava il treno per andare verso Parigi o Marsiglia. Addirittura un ragazzo di sedici anni mi ha chiesto se il giorno dopo sarebbe andato a scuola. Tutti coloro che ho visto io erano tunisini. Arrivano in barche da pesca strapiene di 10-15 metri. Traffici organizzati da scafisti che spariscono quando arrivano al limite dal quale vengono, poi, accompagnati dalla guardia costiera. Difficile intercettare chi manovra questi traffici. La barche vengono sottoposte a sequestro e depositate in un cimitero delle barche.
Loro dicevano appunto che preferivano lasciare una Tunisia che oggi non offre nulla, soprattutto in termini economici e di rispetto dei diritti umani.

Che idea ti sei fatto?
L’impressione che ho avuto è che tutti avessero ragione: i migranti perché non possono vivere in quelle condizioni e hanno diritto a una vita dignitosa, i cittadini perché la situazione è esplosiva. Su una popolazione di circa 5000 abitanti, compresi bambini e anziani, pensa cosa può voler dire avere altrettanti stranieri che vivono in uno spazio piccolo. Si vedevano solo stranieri camminare. I Lampedusani sono abituati ad accogliere immigrati, ma in situazioni differenti. In prevalenza sono sempre arrivati su queste cose persone dal corno d’Africa, somali, etiopi, eritrei che entravano nel centro di accoglienza.
È la politica che deve programmare e coordinare l’accoglienza e la distribuzione di chi arriva in tutta Italia.

Cosa succede quando raggiungono la costa?
Arrivano come abbiamo già detto scortati. Vengono fatti sbarcare sul molo e scatta il primo intervento; alcuni sono in condizioni molto precarie di salute, perché il viaggio è pesante, può durare dalle 8 alle 40 ore, dipende dalle condizioni meteo e dal mezzo che hanno. Spesso terminano acqua e viveri, ma il peggior nemico è il freddo, alcuni arrivano con rischio assideramento. Ho visto anche miei colleghi togliersi la giacca per darla ad alcuni di loro in situazioni gravi. Avvenendo più sbarchi al giorno, viene assegnato un numero e si procede alle domande di rito e al fotosegnalamento (foto e impronte digitali). Dopo viene dato loro un tesserino che da diritto al vitto. Quando c’ero io erano circa 2800 persone per una capienza del centro di circa 800. Nonostante tanta buona volontà da parte di tutti, la situazione era oggettivamente difficile. I momenti di maggiore tensione erano durante i pasti. Ho notato tanta umanità da parte di chi lavora li. Questo mi ha colpito. I turni sono massacranti, perché non si dorme mai. Tanta accoglienza anche da parte della popolazione, però ormai la situazione era diventata insostenibile: tanti dormivano e sostavano al porto o sulla piazza. Non indifferente il problema dei minori. Non si può trattare così una persona umana, c’è il rischio di far salire la tensione.
Ci sono stati episodi di furti o altro?
A me non sono arrivate informazioni in merito. Un mio collega aveva steso il bucato e gli sono spariti dei capi... Parliamo di bisogni reali.
I lampedusani sono persone semplici, quasi ingenue, protestano in questi giorni ma per cose concrete, si sentono abbandonati dalla politica e in qualche modo sotto ricatto, perché non possono certo bloccare i traghetti, loro vivono di pesca. Il paese è militarizzato, ma non è solo un problema di ordine pubblico, manca la gestione politica.
Fuggono da una realtà politica dove sono frequenti le violazione dei diritti umani, vengono qui per cercare altro. Temo che molti rimarranno delusi, c’è poco da offrire loro. Forse l’Europa dovrebbe occuparsene in modo più generale. Potrebbe diventare una questione di ordine per possibili rivolte o tensioni, perché oggi è una polveriera. Anche gli immigrati hanno bisogno di risposte, sono stati identificati già da giorni, devono sapere cosa fare. Molti non hanno neanche uno zaino per le loro cose, sono venuti così.
Perché questo ritardo della politica secondo te?
Non voglio fare un processo alle intenzioni, è certo che ci ha trovati impreparati questo “esodo”, però ritardare tanto l’intervento può far pensare che si ha interesse perché qualcosa accada. Parlavo con dei colleghi che quando la cittadinanza stava protestando, non veniva loro neanche in mente di intervenire con la forza, era chiaro che avevano ragione ma gli altri non avevano torto. Insomma una situazione difficile. La maggior parte degli immigrati sono tranquilli, mansueti.
Mi ha fatto piacere che l’addetto stampa di Frontex si sia complimentato con gli italiani per la nostra professionalità e umanità nell’accoglienza.

Come hai vissuto al livello personale questo lavoro?
È stata una bella esperienza, sentivo che stavo facendo qualcosa di utile. Ero consapevole però che mettevo solo una mano per coprire delle falle, ma...

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