EDITORIALE

Ripartire dalle città

La redazione

Dall’indifferenza alla partecipazione: se potessimo esprimere con un solo slogan un nostro sogno ricorrente, forse sceglieremmo questo. Tra l’esito elettorale nelle grandi città e la preparazione ai referendum, il vuoto politico italiano comincia a sfaldarsi. Rinasce la speranza che un cambiamento sia possibile. Un’interruzione – più che auspicata del resto – dal lungo sonno della democrazia, in cui l’Italia tristemente è calata negli ultimi tempi.
Nel torpore delle trasmissioni inutili del sabato sera, nel silenzio dell’informazione sui più importanti temi della vita pubblica, anche la riforma della giustizia è passata, così come il decreto omnibus. Nel dormiveglia in cui ci ritroviamo, quella bella Carta che ci contraddistingue per uguaglianza e democrazia – la Costituzione – è manomessa, spogliata e rivestita a uso e consumo dei potenti di turno. È sgretolato l’impianto democratico e, leggina dopo leggina, sono minacciati i suoi valori fondativi: il lavoro è sostituito dall’impietosa precarietà che è status permanente per molti; il welfare è affidato, sempre più, alle lobby del settore; la cultura presa di mira dagli artigli della riforma Gelmini; l’uguaglianza è divenuta nostalgico auspicio. E il disarmo, il ripudio della guerra? Armati sino ai denti, combattiamo l’ennesima guerra, oggi in Libia. Nel frattempo, con la spada di Damocle del debito pubblico sulla nostra testa, proviamo a trasformare l’Italia in territorio militare, con i folli investimenti sui cacciabombardieri F35 e con i tentativi di modificare la legge 185/90 sull’import-export di armi. Leggi e decreti dell’ultima ora, insomma, che a suon di fiducia sfaldano l’essenziale. Che sta rinascendo, però, proprio dal cuore delle città.
Un filo invisibile lega tra loro gli studenti nelle piazze, gli immigrati sulle gru, i tanti volontari a Lampedusa. Ci porta oggi nelle strade di Napoli come di Milano e di Novara.
Possiamo sperare che stia indietreggiando la politica delle spade e dell’intolleranza? Arriverà il giorno in cui lo “straniero” non sarà usato come minaccia?
“Mi lasciava sempre più scettico il pensiero che si dovesse dimenticare il nostro malessere nazionale irrobustendo il capo e non, invece, aiutando la crescita della coscienza democratica” – così scriveva don Tonino Bello, riferendosi a un re della Bibbia e non al Presidente del Consiglio attuale, come ci ricorda don Nandino Capovilla in una recente nota – “Per arginare i processi degenerativi in atto occorrono, sì, riforme concrete, ma non tali da prosciugare i poteri della base, garantiti dalla Costituzione, e concentrarli al vertice per delirio di potenza.  È sulle nervature periferiche che bisogna investire i capitali del nostro bisogno di cambiamento. È ai capillari estremi del corpo sociale che occorre assicurare un’abbondante irrorazione vascolare, perché i tessuti siano preservati dalla cancrena e si eviti di mandare in circolo emboli funesti”.
È lecito, è doveroso, sperare in un nuovo volto umano delle nostre città. In una “convivialità delle differenze” che diventa ricchezza e non tragedia. Dove non ci si oppone per principio alla costruzione di una moschea. No, non è un sogno irraggiungibile pensare all’acqua, al sole, all’aria come beni fondamentali per la vita di tutti. Pensare alla raccolta differenziata dei rifiuti. Guardare al bene comune – come ha ricordato mons. Crociata, segretario della CEI – come criterio generale, oltre ogni interesse di parte.
Si avverte il fremito e la voglia di partecipare e di ridare senso alla politica. E noi ce ne rallegriamo. La politica può ritornare ad avere il primato che le spetta, al servizio della collettività. Quando gli argini di un fiume si rompono, le acque invadono ogni territorio. Ora il sogno è diffuso. E dall’indifferenza ci avviciniamo a un nuovo/vecchio modo di far politica: partecipata e al servizio del bene comune.
Di tutti.

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