TEOLOGIA DELLA PACE

Una vera professione di fede

Come si può conciliare la prospettiva militare con la logica evangelica dell’amore e del perdono? Rilettura della tradizione cristiana, a partire da alcuni primi martiri.
Maurizio Burcini

La tradizione ci ha tramandato che il centurione romano, presente alla morte in croce di Gesù, ha proclamato la prima vera confessione di fede, in quanto ha creduto proprio nel momento del paradosso, dell’assurdo (del ‘credo quia absurdum’), divenendo così un simbolo della fede più pura e autentica.

Il centurione romano
Nonostante questa diffusa e univoca interpretazione, egli rappresenta una figura altamente emblematica, la cui univocità interpretativa, mai messa in discussione, ha provocato l’occultamento involontario di una verità più obiettiva.
Nell’interpretazione tradizionale, il centurione romano è il primo esempio di una conversione che parte proprio dalla sconfitta visibile della croce. Il centurione, senza ambiguità, riconosce in quell’uomo condannato come un criminale, trattato come un verme, torturato e ucciso nel modo più ignobile e degradante, la signoria di Dio, e proclama: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!” (Mc 15,39; nel brano parallelo di Mt 27,54 la confessione è più corale, poiché l’evangelista aggiunge nell’episodio altri soldati “…e quelli che con lui facevano la guardia…”).
Ecco, dunque, riconosciuto al soldato il ruolo di convertito, di novello cristiano, di uomo di fede. Il Vangelo non ci dice come, poi, si sia comportato il soldato, che cosa abbia fatto: ha cambiato vita? Ha lasciato l’esercito? Sono domande che, per l’ermeneutica tradizionale, non hanno importanza, non vengono neppure poste (anche perché non troverebbero risposta). Io credo, invece, che sia una questione rilevante, poiché quello che il centurione avrà fatto con la sua vita, dopo quell’esperienza, è essenziale per poterlo qualificare come fedele. Pensiamo a Pietro, la roccia, che un attimo dopo la sua famosa proclamazione di fede, molto simile a quella del centurione, nella forma e nel contenuto (“Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio”) viene definito “satana” da Gesù, perché di fatto le intenzioni profonde di Pietro erano contrarie a ciò che quella professione di fede implicava. Pietro è “Satana” perché in realtà vuole ostacolare la realizzazione del Regno di Dio; pensa ancora in modo umano, e vorrebbe difendere le proprie convinzioni di fede, rifiutando la croce.
Possiamo verosimilmente ipotizzare che il centurione, in seguito, non abbia cambiato la sua vita: è molto probabile che non cessò di partecipare attivamente a condanne di quel tipo, che non cessò di comandare uomini addestrati alla violenza e al dominio… È un’ipotesi credibile tanto quanto quella che vede il centurione trasformato a nuova vita, impegnato ad abbracciare il Cristo povero e crocifisso.
Se teniamo aperta la possibilità di questa duplice interpretazione, viene a incrinarsi la sicurezza che vedeva nel centurione del Golgota un modello di fede.
A quali conseguenze ha, invece, portato l’interpretazione classica del centurione romano modello di fede? E, soprattutto, quale è stato il frutto del silenzio sulle conseguenze etiche che tale professione di fede avrebbe dovuto implicare?

Logiche militari
La logica conseguenza di tale lettura del Vangelo è stata il ritenere che la professione di fede nel Cristo sia confacente anche al mondo militare. Detto in altro modo, fino a oggi si reputa che un militare possa essere cristiano, senza la necessità che cambi la propria vita, senza instillare l’obbligo morale ad abbandonare l’esercizio della sua legittima violenza.
È diventato normale, nelle nostre chiese, la presenza di alti ufficiali o soldati in uniforme e in atteggiamento di preghiera, che recitano la professione di fede e poi si comunicano all’eucaristia.
Per la Chiesa ha sempre avuto una grandissima importanza la confessione orale della fede (in certi bui periodi storici, rifiutare di proclamarla poteva significare la morte). Non importava che la confessione di fede fosse estorta per paura; del resto, persino nel Vangelo la confessione dei soldati è accostata ai segni del terremoto, dunque alla paura della morte più che alla scoperta di Dio. E poco importava che, a pronunciarla, fosse un monaco o un soldato.
Ritornando al centurione di fronte al crocifisso, quel verbo utilizzato al passato (“Costui ERA veramente il Figlio di Dio”) conferisce a quella confessione di fede un tono molto diverso da quanto si potrebbe immaginare ad una prima lettura. Faccio un esempio. Potrebbe mai, una professione di fede, essere così formulata: “Io credevo in Dio, Padre onnipotente… credevo in Gesù Cristo.. e nello Spirito Santo?”. Ovviamente no. La confessione di fede ha senso soltanto se vive nel presente: “Io credo che Gesù è il Signore... che è risorto e vive...”.
Non posso fare una confessione riferendomi al passato: ciò che è determinante è l’oggi, la coscienza e la maturità che ho in questo momento della vita. Letta dunque in questi termini, la professione di fede del centurione non può essere presa come modello. Si potrebbe anzi facilmente sostenere che quella non fu una confessione di fede cristiana, perché manca dell’elemento essenziale: la fede nella resurrezione. Il centurione non sapeva ancora niente della resurrezione; per questo dice era; come dire: “Se non l’avessimo ucciso... ma adesso è morto, purtroppo...”. Questo può significare che non siamo di fronte a una confessione di fede, ma si tratterebbe di un giudizio impulsivo, magari dettato dalla paura che il terremoto aveva provocato.
Insomma, il centurione romano resta una figura emblematica, ma in una forma differente da quella che la tradizione cristiana ci ha trasmesso. Pensiamo alla sua presenza in alcune croci (come quella di San Damiano) dove il centurione è dipinto come personaggio importante, positivo: colui che, per primo, davanti alla croce, confessa la sua fede nel Gesù Figlio di Dio.

Martiri per la pace
Come si possa conciliare, in modo autentico, vita militare e vita di fede, non è il centurione romano del Vangelo a potercelo insegnare; ciò è piuttosto da ricercare nei grandi testimoni di santità dei primi due secoli, prima dell’era costantiniana: ad es. nei soldati Massimiliano, Maurizio, e altri martiri. Per essi vi fu vera conversione, espressa non tanto a parole, bensì col rifiuto dell’esercizio della violenza militare. Essi hanno pagato con la morte la loro fede; e in quanto martiri restano per sempre testimoni della fede.
Chi può dirci che il centurione romano sia arrivato a questo? Vista l’assenza storica di quel martirio, è lecito dubitarne la fede. Come cristiano, devo affidarmi più al modello che rappresentano i santi Massimiliano e Maurizio e imparare la conversione alla pace di Cristo da loro e da tutti i fedeli che, storicamente, hanno saputo affrontare anche la morte pur di non macchiarsi del peccato di omicidio.
Il problema della pace, nella Chiesa, può essere ben rappresentato dalla ambiguità che caratterizza la figura del centurione, che trascina dietro di sé una tradizione altrettanto ambigua in cui milizie cristiane, guerre giuste, legittime difese armate hanno fatto da struttura portante all’annuncio della pace di Cristo.
Il pacifismo cristiano ovviamente rifiuta di considerare coerente con la tradizione la prospettiva militare, e vorrebbe che questo venisse compreso anche dagli altri fratelli nella fede. Ma, la storia ci insegna, non è mai stata facile la critica che intacca il potere politico-militare (il quale, pur di autolegittimarsi, è pronto a ricorrere anche a spietate repressioni). La denuncia della logica militare mi pare uno di quei casi in cui occorre avvalersi dell’indicazione di Gesù, di essere “prudenti come i serpenti e semplici come le colombe” (Mt 10,16). Ora, anziché denunciare quelle realtà di violenza come antievangeliche, in modo nudo e crudo – il che scatenerebbe reazioni difensive di ogni tipo –una buona strategia di pace richiede, secondo il mio punto di vista, alcuni passi. Occorre:
1) annunciare, innanzitutto, quelle verità che, per la loro intrinseca forza ed evidenza, si impongono necessariamente alle coscienze. Occorre insomma trovare un accordo, sul piano della verità, a un certo tipo di annuncio sulla pace, la Pace di Cristo, così come emerge dalle Scritture e dall’evento di Gesù Cristo.
Una volta ottenuto l’assenso ufficiale a questo tipo di annuncio, o se vogliamo, alla forma specifica di quest’ultimo, che viene così condiviso, si passerà alla seconda fase:
2) dimostrare l’incongruità, la falsità della tradizione precedente in ordine a quella verità.
Riguardo al punto 1 dovremo arrivare alla formulazione di una professione di fede nella pace inconfutabile evangelicamente e, in quanto tale, condivisibile da tutti i cristiani. Riporto l’esempio concreto di un testo pensato, appunto, come professione di pace:

Noi crediamo

In quanto cristiani,
crediamo nell’annuncio
di pace di Gesù Cristo,
che è il Vangelo di Dio,
e crediamo la chiesa
come comunità chiamata
alla fede in Lui,
crocifisso e risorto
Non possiamo giustificare
nessuna guerra,
non può esistere
una guerra giusta
perché l’uccisione
di un essere umano,
anche colpevole,
non può essere giustificata
da una dottrina.
La vita è il principale dono
del Dio della vita
ma, sull’esempio di Gesù,
non si difende con le armi.
Rifiutiamo radicalmente
il potere delle armi
non le possiamo progettare,
costruire, vendere,
comprare o usare.
Rifiutiamo ogni idea di pace
che si affidi
allo strumento delle armi.
Non possiamo contribuire
col nostro denaro,
con la nostra mediazione,
col nostro silenzio
al mantenimento
di un grande sistema
di violenza che uccide
e in cui tutti siamo,
nostro malgrado,
coinvolti e collaboratori:
non possiamo sapere,
tacere, giustificare:
se restiamo indifferenti
a questa sofferenza,
dobbiamo ritenerci
gravemente colpevoli
Dobbiamo dire basta
all’orrore con le parole
e i fatti:
chi si nutre di Dio,
alla cena del Signore,
non può anche nutrirsi
di guerra.
Crediamo che Dio è Pace
che la guerra è il contrario
di Dio.
crediamo nell’amore di Dio,
crediamo nella sua pace
come dono
che si è realizzata
nell’incarnazione,
morte e resurrezione
del suo Figlio;
crediamo nella sua salvezza,
già presente, e offerta
a tutta la fraternità umana.
È questa la nostra fede
perché è la fede del figlio
di Dio, il Messia disarmato:
come Lui, crediamo nel Dio
che è forza d’Amore
che è Padre, Figlio
e Spirito Santo.
Crediamo la Pace come dono
e impegno nonviolento
attivo e creativo.
Crediamo che questa
è la via e la testimonianza
che, in Gesù Cristo,
mediante lo Spirito Santo,
Dio ha indicato
alla sua Chiesa.
Amen

(testo condiviso e proclamato da rappresentanti e fedeli cattolici, protestanti e ortodossi di Bologna presenti a una liturgia ecumenica per la pace, il 30/11/08: si è pensato a una professione di fede, perché la pace annunciata da Gesù è soprattutto una questione di fede)

Occorrerebbe, a questo punto, bussare alla porta di ogni comunità cristiana, di ogni diocesi e chiedere al proprio responsabile o vescovo: “La sua fede le permette di proclamare con noi questo credo?”. Se il vescovo rispondesse di no, dovrebbe anche spiegare quale o quali punti non trova in linea con la fede cristiana e perché: sarebbe l’occasione per iniziare un confronto serio. Se invece tanti vescovi e credenti sottoscrivessero questa professione di fede, riscontrandola coerente con la rivelazione di Gesù Cristo, le cose potrebbero davvero iniziare a cambiare radicalmente, in noi e nel mondo.
Testi come questo possono svelare le incongruenze e sgretolare, per via naturale, tutti quei principi, quelle affermazioni dottrinali e magisteriali che sono in contraddizione con la fede in Gesù Cristo; una nuova confessione di fede nella pace, nella quale i cristiani possano riconoscersi nella propria identità, può diventare la miccia di una rivoluzione, che il fuoco dello Spirito è pronto ad accendere.

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Papa Francesco, 21 dicembre 2019
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