MOVIMENTI

Le donne di Siena

Pronte, per rimettere al mondo l’Italia.
Riprende il movimento in rosa. Se non ora, quando?
Nicoletta Dentico

È francamente difficile riprendere le cadenza della vita ordinaria, se hai avuto la fortuna di esserci, a Siena, alla convention delle donne organizzata dal movimento “Se Non Ora Quando?” (SNOQ). Se hai preso parte a questo straordinario appuntamento fatto di emozioni, testimonianze, operosità tutte femminili, non te lo togli più di dosso: hai la sensazione che sia un punto di non ritorno, nella tua storia personale di donna. Di cittadina italiana.
In effetti, Siena segna uno spartiacque, ma per tutta la società e la politica di questo Paese. L’esigua comunità di donne che, con parole e metodi spiazzanti, aveva osato la mobilitazione del 13 febbraio, si è fatta da allora corpo, articolato nelle membra di oltre 150 gruppi nati spontaneamente in tutta Italia per dare seguito alla novità di quella grande uscita sulle piazze, italiane e all’estero.

Una nuova identità
In molti, soprattutto tra gli osservatori stranieri, definirono quella manifestazione il primo vero segnale del risorgimento dell’Italia, nel 150° della nascita della nazione. Se, come teorizzava Hannah Arendt, la nascita è la forma archetipica della libertà, la forza dirompente del 13 febbraio è stata proprio nella capacità femminile di sprigionare forme inattese di libertà declinata al femminile nella scena pubblica di un’Italia pietrificata “tra un’antropologia del niente e il potere”. Le donne hanno aperto la strada a parole e segni nuovi dell’agire politico, senza paura di assumere la categoria della nascita – e della imprevedibile novità che questa determina – quale responsabilità primaria per la costruzione di un Paese moderno. Lo ha capito la stragrande maggioranza delle donne italiane, giovani e meno giovani, scese spesso in piazza per la prima volta e determinate a mettere a soqquadro il vergognoso ordine simbolico maschile che avviluppa l’Italia da troppo tempo, per rivendicare la loro dignità di persone. Lo hanno compreso molti uomini, che condividono il desiderio civile di guarire il Paese malato, e la necessità di compartecipare al respiro di una società paritaria, ispirata ai principi della condivisione e della collaborazione fra i due generi, all’altezza delle sfide della storia.
A Siena questa nuova identità, sociale e politica, si è incontrata e riconosciuta. Ha acquisito consapevolezza della sua incredibile vitalità e della sua forza dentro la polis, e anche della sua estraneità alle dinamiche spettacolarizzate e piene di slogan della politica tradizionale. Ha reso evidente la ricchezza di una pluralità di voci eterogenee eppure unite dalla scelta di dialogare, confrontarsi e condividere. Anche nella modalità l’incontro ha mostrato una capacità nuova: un percorso fluido di racconti, riflessioni, pensieri e azioni in una sorta di staffetta, in cui ognuna finiva lasciando il testimone all’altra. A ciascuna erano dati solo tre minuti, che si trattasse di donne dei comitati, delle associazioni, singole o donne di partiti: tre minuti a tutte per costruire un percorso corale e puntuale nello stesso tempo, politico ed empatico che qualche volta si è rivelato essere anche divertente. E così una platea di 2000 persone ha ascoltato per 180 minuti, 55 interventi, 30 comitati SNOQ, 10 associazioni, 15 donne singole tra testimonianze, donne delle istituzioni, dirigenti sindacali. I comitati SNOQ da Bolzano a quelli della Locride, da Taranto a Treviso: praticamente è stato un viaggio attraverso l’Italia.

Tra crisi e degrado
A Siena, il neonato movimento ha preso atto del suo contatto capillare con la vita vera delle donne, attraverso le infinite realtà presenti ma ignorate nella narrativa ufficiale – dalle operaie della OMSA alle donne immigrate, dalle giovani di Napoli che stanno riordinando la città alle archeologhe che (r)esistono, dalle donne disabili alle imprenditrici che si spendono per far fruttare la motivazione professionale femminile. Si è parlato non a caso di corpo e lavoro delle donne, le due facce non scontate della stessa medaglia. Sì, perché l’ambizione di queste donne – decisamente un lavoro di lungo periodo – è mettere mano alla paralizzante distorsione di un’Italia in cui il corpo silente e passivo delle donne – scelte dal leader, o dalla cricca di turno – serve con le mazzette da ricompensa di favori e strumento di corruttele, o alternativamente sui media come proiezione del bulimico desiderio maschile, salvo poi essere strutturalmente espulso dai luoghi di lavoro, dalla vita produttiva del Paese. Lo dicono gli ultimi dati ISTAT: 800.000 donne hanno dovuto lasciare il lavoro a causa della gravidanza nell’ultimo anno. La crisi insomma riporta in auge il polveroso cliché delle donne angelo del focolare: lo si è visto con il caso recente della azienda Ma-Vib di Inzago, la cui dirigenza segnala la sfida culturale che ci attende: ”Licenziamo le donne, così possono stare a casa a curare i bambini e poi, comunque, quello che portano a casa loro è il secondo stipendio”. Chi, come Giulia Buongiorno, ha parlato della necessità di una class action delle donne, ha lanciato la provocazione di un salto di qualità nella prospettiva di una necessaria rivoluzione italiana.
“L’ignoranza, l’oblio o il disprezzo della donna sono le sole cause delle sventure pubbliche e della corruzione dei governi”, chiosava nel 1791 Olympe de Gouges nel preambolo della Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina. Parole che sembrano scritte per noi, italiane di oggi. Ancora non è stata messa in sufficiente evidenza la correlazione fra gli ultimi dati del World Gender Gap Report 2010, che collocano l’Italia al 74° posto nella classifica della ingiustizia di genere mondiale (ultima in Europa, era al 72° nel 2009) e i dati del Global Corruption Report 2010 in cui il nostro Paese scivola al 67° posto per le politiche di lotta alla corruzione. In Italia, più che altrove, il degrado della moralità pubblica fa il paio con l’esclusione della metà della società (le donne sono il 52%) dalla vita del Paese.

Le priorità
I numeri, in tempi di una manovra finanziaria definita “misogina” e di ulteriori tagli alla spesa pubblica, sono macigni: 120 miliardi di evasione fiscale ogni anno, 60 miliardi all’anno che se ne vanno in corruzione, 350 miliardi di economia sommersa, il 20% della ricchezza nazionale. Rimettere al mondo l’Italia per le donne significa partire da questa agenda, che riguarda il Paese nel suo insieme. Si tratta di un’agenda di genere, prima di tutto: perché quasi la metà dell’occupazione sommersa è femminile. Sempre secondo i dati ufficiali dell’ISTAT, sono 1,4 milioni le donne invisibili ancora più sottopagate di quelle regolari utilizzate in vari settori. Fenomeno che Nunzia Penelope definisce nel suo ultimo libro “il rosa-nero”, e che colpisce le donne due volte. Alla faccia delle leggi italiane sulle pari opportunità, la precarità penalizza molto di più le donne e le tiene ai margini della sfera pubblica. Inoltre, questi contributi mancati sono assenza di infrastruttura sociale e di welfare declinato al femminile: significano insegnanti di sostegno eliminati dalle scuole, critica mancanza di asili nido, opportunità negate alle giovani generazioni in nome della assenza di finanze pubbliche, regole di cittadinanza inadeguate a un Paese civile.
A Siena ci si è confrontate sulle priorità da mettere in agenda, a partire dalle diverse prospettive generazionali. Sulle attese e sulle incertezze. Sulle parole dei desideri e dei bisogni, che sono molteplici. Sul bisogno di emendare le parole, esse stesse private di dignità, stuprate e abusate.
Come un movimento reticolare e orizzontale, focalizzato sui territori e “organizzato, stabile, autonomo e inclusivo” (come lo ha definito Mariella Gramaglia), è iniziato a Siena un nuovo capitolo della storia delle donne. Abbiamo bisogno di costruire una nuova comunità tra pari, per sostituire le forme degenerate della leadership individuale maschile con nuove forme di democrazia, di uguali nella differenza. La sfera politica si rinnova davvero nel segno del due, e spetta a noi donne spingere e affermare questa agenda della politica, passando anche per le regole della rappresentanza – non solo della rappresentazione – in questo Paese.
Se non lo fanno le donne di Siena, e le altre che si uniranno nel cammino, non lo farà nessun altro.

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