ECONOMIA

La sfida della globalizzazione

È un fenomeno antico portato alle stelle dal sistema capitalistico. Il prezzo da pagare?
La perdita di diritti, l’assenza di regole, il sonno delle politiche pubbliche.
Giuseppe Tattara (Docente di economia internazionale all'Università di Venezia)

La globalizzazione è un fenomeno che ricorre frequentemente nella storia, è inerente la stessa natura del sistema capitalistico. Una globalizzazione per molti versi simile a quella di oggi la si è avuta negli anni della crescita di fine Ottocento, la cosiddetta “belle époque”, quando i grandi movimenti dei capitali verso le Americhe e le diverse colonie si accompagnavano a movimenti di merci dalle colonie verso l’Europa industriale e a ingenti flussi di persone che dall’Europa povera si dirigevano alle Americhe; pensiamo ai migranti dall’Irlanda, dall’Italia e dalla Spagna, spinti letteralmente dalla fame. Anche se oggi i capitali si muovono per motivi più legati alla finanza e le migrazioni risentono maggiormente di eventi politici, secondo alcuni studiosi le grandezze dei flussi di persone e di cose sono simili nelle loro misure. La globalizzazione non è dunque un fenomeno nuovo.

L’Italia
La globalizzazione tocca direttamente l’Italia da circa 15 anni. Le nostre imprese sono sempre state legate ai mercati internazionali, ma, mentre in precedenza esportavano, oggi vanno all’estero direttamente a produrre e/o a rifornirsi.
Si va all’estero in molti modi e per svariate ragioni.
Innanzitutto per “condizioni” legate alle imprese: in molti Paesi si investe perchè il costo del lavoro è molto basso e, trasferendo gli impianti, il relativo onere si riduce a 1/10-1/5. Molti Paesi offrono una vantaggiosa tassazione sui profitti (in alcuni Stati dell’est Europa l’aliquota è meno della metà rispetto all’Italia). L’investimento Fiat in Serbia gode di esenzione fiscale (per ben 10 anni), le leggi a protezione del lavoro sono poco severe e così le norme ambientali, e il costo dell’energia è spesso nettamente inferiore al costo in Italia.
Questi elementi hanno innescato un processo di delocalizzazione all’estero. Altri elementi hanno poi comportato per tante imprese la necessità di trasferire il proprio lavoro in altri Paesi: la svalutazione monetaria, la concorrenza sempre più spinta, le liberalizzazioni crescenti, spesso da parte di imprese che avevano già delocalizzato (i jeans made in USA erano fatti ai Caraibi già 50 anni fa).
Produrre fuori dei confini nazionali è apparso più appetibile con l’apertura dei Paesi dell’est Europa con i loro bassi salari e un buon livello di professionalità e con la prospettiva di vendere in nuovi sconfinati mercati, con tassi di sviluppo per noi impensabili, quali l’India, la Cina, la Russia e il Brasile.
La ricerca del basso costo dovuto sia al capitale (tassazione) che al lavoro (bassi salari), è resa possibile dalla trasferibilità dei macchinari, dalla facilità dei trasporti, dalla semplicità di trasferimento delle informazioni (si pensi a internet), dalla diffusione della rete elettrica.
Come abbiamo già detto, la globalizzazione è un fenomeno che si era già verificato nel tempo e ora, come tutte le cose di questi ultimi decenni, si manifesta con maggiore rapidità e violenza, e prospettandoci molti dei suoi aspetti negativi; tra questi, la perdita dei nostri diritti e delle nostre sicurezze. Infatti, produrre all’estero spesso significa non produrre in Italia e, come abbiamo visto con la Fiat, la possibilità di spostare fuori confine gli impianti rappresenta una minaccia nella negoziazione dei contratti di lavoro, che “si chiudono” inevitabilmente a livelli più bassi. Ciò avviene in tutti i Paesi occidentali (non solo in Italia).
Questo “andare all’estero a produrre” avviene in diversi modi: molte imprese del settore abbigliamento, a cominciare da Benetton, che lavorava molto nella provincia di Treviso e in genere in Italia, non producono più direttamente, ma si forniscono all’estero; queste imprese hanno prima diretto i propri acquisti all’Europa centro-orientale appaltando l’intero ciclo produttivo o parte di esso su commessa: poi hanno guardato con interesse all’Africa del nord e, rapidamente in questi ultimi anni, ordinano i prodotti direttamente a grandi imprese locali asiatiche. Se pensiamo solo alla Benetton, a Treviso hanno perso il lavoro circa 8.000 addetti in pochi anni. Se potessimo calcolare la perdita dei posti di lavoro per tutto il settore dell’abbigliamento e in tutto il territorio italiano, giungeremmo a parecchie decine di migliaia. Simile il caso delle calzature. Geox non produce più nella sua storica sede veneta, ma ha trasferito quasi tutto in Asia (e sono 30 milioni di scarpe!); ha spostato la produzione, aumentandola, delocalizzandola e internazionalizzandola. Così sembra faccia Fiat, nel senso che i nuovi investimenti esteri in parte sostituiscono gli investimenti interni (di sicuro) e in parte (auspicabilmente) aumenteranno le quantità prodotte.
Eppure, secondo diversi economisti, il bilancio netto – tra la perdita di occupazione dovuta alla delocalizzazione e il guadagno garantito dall’aumento della domanda e dai nuovi mercati – è positivo per i “vecchi” Paesi europei.
Scelta obbligata? Sopravvivenza? Quali alternative si potevano/si possono prospettare? Certamente il fenomeno della delocalizzazione comporta una palese perdita di diritti e di sicurezze per i lavoratori, sia italiani che (quasi sicuramente) anche di quelli dei Paesi di insediamento. Sono cambiamenti drastici che spesso investono abitudini, condizioni di vita personali e dei nuclei familiari. Una perdita di diritti, graduale in alcuni casi, o radicale in altri, se le alternative sono del tutto inesistenti.

Il piede sull’acceleratore
Che dire, quindi? Il capitalismo è da sempre un sistema di produzione guidato dalla lotta per accaparrarsi nuove risorse e conquistare nuovi mercati. A volte, per far questo mette in campo direttamente la forza (quante guerre per le risorse, per il petrolio, per i diamanti!).
La globalizzazione dell’Ottocento ha dato luogo, soprattutto, all’importazione di materie prime e, quindi, la perdita di diritti era confinata maggiormente ai Paesi d’oltremare e alle popolazioni da cui queste materie venivano prelevate. Ora che “si importano” intere fasi di processo produttivo (lavorazioni) o prodotti finiti, la perdita di diritti colpisce immediatamente i lavoratori tutti. Forse per la prima volta ricade nei Paesi occidentali come conseguenza diretta delle scelte economiche effettuate.
L’accelerazione del libero mercato e la crescita senza limiti sono state perseguite nell’illusione di poter giocare una partita equa in un “campo livellato” e nella speranza che una situazione che spingeva il mercato verso forme di “concorrenza perfetta” o comunque di maggiore concorrenza avrebbero garantito la crescita economica parallelamente allo sviluppo della persona. Così non è stato. Non è così che avviene nell’economia capitalistica di mercato.
Si poteva fare diversamente? Forse si poteva non consegnarsi ciechi all’assenza di regole, non lasciarsi legare mani e piedi dall’illusione del libero mercato. Si poteva mantenere qualche controllo sui flussi dei capitali. Si potevano fare/inventare politiche pubbliche che lenissero il problema. Delle politiche di controllo della domanda globale, politiche per l’istruzione, la sanità, l’energia, le esportazioni… Si è sostenuto, invece, un orientamento spiccatamente privatistico, nella convinzione che il mercato richieda “istituzioni leggere”, cioè l’assenza di regole. Ma questo è un falso storico; averlo imposto a molti Paesi dell’est Europa ha portato miseria e fortissime disuguaglianze nella distribuzione dei redditi, mentre celebriamo la forza della crescita cinese proprio per la sua “transizione fondata su istituzioni sicure e credibili”, in grado di attirare imprese e investimenti. Sulla diffusione degli orientamenti “privatistici” con cui le economie occidentali hanno affrontato la crisi e sulle conseguenze che questi hanno avuto sulle popolazioni più povere (come si vede ad esempio per la sanità, con la privazione di tanta parte della popolazione più povera dei servizi sanitari di base) anche le organizzazioni internazionali hanno grandi responsabilità.
La speranza, però, è l’ultima a morire e un cambio di rotta, un ritorno a regole chiare e per tutti, politiche pubbliche sono ancora possibili.

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