PAROLA A RISCHIO

Sacrificio o misericordia?

È tempo di rivedere la logica sacrificale che sottende la fede cattolica. È tempo di valorizzare la felicità delle Beatitudini, di ritrovare il volto autentico della Chiesa nella gioia e nella misericordia.
Roberto Mancini (Professore ordinario di Filosofia Teoretica presso l’Università di Macerata)

Se tutti quelli che si dicono cristiani lo fossero davvero, l’Italia e il mondo sarebbero molto diversi. La società intera avrebbe una maggiore possibilità di essere più mite, gentile, solidale, giusta. Essa potrebbe finalmente somigliare a una società dove termini come “fratello” e “sorella” non sarebbero vuoti, ma concreti ed essenziali per singoli e comunità. Uno dei passi fondamentali per dare seguito alla fede cristiana, in modo che diventi vita vera, è quello di scegliere la logica della misericordia invece di perpetuare la logica sacrale-primitiva del sacrificio. Eppure pochi credenti se ne rendono conto. Moltissimi preferiscono mettere in scena il cristianesimo come religione sacrificale piuttosto che viverlo come seme di umanità nuova. Ciò che la Bibbia, nella grande storia della relazione tra Dio e l’umanità, chiama la “terra promessa” non è un pezzo di terra da difendere con le armi e da occupare con i coloni. È l’umanità promessa, il compiersi della creazione in una comunità umana divenuta così libera da saper dire di “no” al male.
Per uscire dall’equivoco, bisogna ripudiare il sacrificio come fondazione della fede, come logica e prassi, per aderire all’amore misericordioso, prendendo sul serio l’invito alla felicità che Gesù rivolge a ognuno nelle Beatitudini. Egli, riprendendo le parole del profeta Osea (6, 6), ha formulato in modo indelebile l’alternativa di fondo. Annunciando la volontà del Padre, afferma “misericordia io voglio e non sacrificio” (Mt 9, 13 e 12, 7). Eppure la teologia, la liturgia e la morale della cristianità sono ancora costruite semplicemente cancellando questa indicazione determinante ed esplicita, con il risultato di invertire il senso delle parole di Gesù. Infatti, abbiamo edificato, per lo più, una Chiesa religiosa, sacrificale, dedita alla gestione del potere verticale, pronta a giudicare tutte le persone ritenute lontane o irregolari, come se il suo motto fosse “sacrificio io voglio e non misericordia”.
Perché la mentalità sacrificale va ripudiata?
Perché il sacrificio è sempre sacrificio di vittime.
Perché mette la sofferenza al posto dell’amore.
Perché pone nel cuore di quello che sarebbe un vero dono la perdita, la rinuncia, la mortificazione. Perché induce a credere che esistano distruzioni che hanno una forza creatrice.
Perché persino chi vuole limitarsi al sacrificio di sé, poi pretende che anche gli altri si sacrifichino. Ma a essere salvifica non è mai la sofferenza. Salvifico è l’amore capace anche di sostenere su di sé gli effetti del male e di farsi carico della sofferenza che tali effetti producono. Se leggiamo la croce in una prospettiva non più sacrificale-espiatoria, si inizia a comprendere il senso dell’amore incondizionato, generoso, misericordioso di Gesù e del Padre.
La differenza tra dono e sacrificio può sembrare una distinzione astratta. Ma il punto è che le parole non sono innocenti, veicolano un modo di pensare ed esprimono una storia. In questo caso entrare in una semantica nuova è determinante perché serve ad assumere e a vivere il significato delle cose nella fedeltà al Vangelo. In un contesto storico dove tutto è sacrificale, nel senso concretissimo di un sistema sociale che produce vittime, se anche i cristiani si allineano alla logica del mondo irredento, dimenticando quella del Regno di Dio, allora essi diventano sterili e infedeli. Al contrario, è urgente mostrare – non solo con la parola, ma con il modo di esistere – che si può fondare la convivenza interumana sulla giustizia e sulla misericordia, non più sul sacrificio e sulla violenza più o meno razionalizzata.
La critica di quella logica sacrificale che pervade trasversalmente la politica e l’economia, come pure la religione e i sistemi educativi, va al di là dello sguardo lucido di autori e autrici quali Friedrich Nietzsche, Max Horkheimer, Theodor Adorno, María Zambrano, René Girard ed Eugen Drewermann. Tale critica risale chiaramente ai Vangeli e già a tutto il profetismo che percorre la Scrittura ebraica. Bisognerebbe chiedersi allora perché proprio i credenti cadono nell’evidente fraintendimento che li porta a esaltare la categoria del sacrificio. Gli argomenti per giustificare l’errore sono i più vari. Si dice che non c’è religione al mondo che non sia sacrificale: ma questo argomento dovrebbe servire più a cogliere la novità del cristianesimo che non a omologarlo con il versante sacrale di tutte le tradizioni religiose. Si dice che “sacrificio” significa sacrum facere: come se ciò che è davvero divino o “sacro” potesse essere, appunto, fatto, prodotto, fabbricato. La Bibbia, in tal caso, parla semmai di idolatria.

Il volto autentico della Chiesa
Il vitello d’oro è una figura esemplare del sacrum facere. E poi così si dimentica che, mentre in una indistinta religiosità si evoca il “sacro” come qualcosa di misterioso e di lontanissimo da noi, i testi biblici parlano invece del Santo, evocando la totale separazione di Dio dal male. Per questo Lévinas indica il senso del messaggio biblico in un cammino dal sacro al Santo. Inoltre, si dice che quello di Gesù sulla croce è l’ultimo sacrificio: ma allora che senso avrebbe imitarlo? E perché egli non presenta mai il suo cammino e la sua scelta appunto come un sacrificio e anzi lo esclude, indicando invece la misericordia? Si dice, ancora, che il “sacrificio” di Gesù è l’espressione della differenza divina rispetto all’uomo: ma come mai andiamo a cercare tale differenza in un gesto rituale che da sempre insanguina tutte le religioni e tutte le culture del mondo? Si dice, infine, che la parola “sacrificio” serve a indicare il prezzo, la fatica, la sofferenza necessaria ad amare come vuole il Vangelo: ma assai meno equivoca, a tale scopo, è la parola pazienza usata da san Paolo (cfr. Rm, 5, 3-4) oppure un’altra parola che tutti comprendono, passione, che significa insieme sofferenza e appassionamento.
Le ragioni della resistenza contro il ripudio del sacrificio sono profonde. Pensare la fede in modo non più sacrificale costringerebbe a cambiare vita. A rivedere l’immagine di Dio, a seguire il senso dei Vangeli, a impegnarsi nella fedeltà alla felicità delle Beatitudini, a rinunciare all’idea stessa di una casta separata che deve mediare tra il Padre e tutti i suoi figli e dunque deve gestire le pratiche sacrificali. Sarebbe l’emergere del volto autentico della Chiesa, il suo esodo dal guscio religioso per venire alla luce come testimone dell’umanità promessa, già attuata oggi in quanti vivono come Gesù. Una Chiesa pronta a tale conversione sarebbe luce pura per la storia e per tutto il creato.

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