TESTIMONI

Giovani per la Patria

L’esperienza del Servizio Civile nel racconto di un giovane volontario.
Manfredi Sanfilippo (Rappresentante nazionale dei volontari in Servizio Civile)

Nel settembre 2008 iniziavo il mio Servizio Civile (SC), come casco bianco per Caritas Italiana; partivo per il Guatemala, dove la ricchezza di risorse culturali, oltre che naturali, si scontra con una disuguaglianza sociale e una corruzione a tutti i livelli, frutto di decenni di oppressione e sfruttamento, che tarpa le ali del cambiamento. Dopo gli studi in “Operazioni di pace, gestione e mediazione dei conflitti” a Firenze, il concetto di “violenza strutturale” si dispiegava a me come risultato dei processi di colonizzazione e post-colonizzazione. In quel settembre non avrei immaginato che la mia storia e quella del Servizio Civile si sarebbero legate fino a oggi e che sarei diventato rappresentante nazionale dei volontari. Venni eletto con un risultato importante e iniziò un percorso di avvicinamento a questa istituzione e ai suoi interpreti nelle sedi di consulta, ai meccanismi di una macchina, di un organo statale, seppur di government e di interlocuzione con soggetti sociali.

Fatiche e contraddizioni
Per me era un mondo nuovo e il mio entusiasmo e voglia di fare, di dare il mio contributo, si scontrarono con la rigidità di un’istituzione e dei suoi modi e tempi. Il tutto in un tempo di “crisi” per il servizio civile in cui la forte richiesta di partecipazione da parte dei giovani e le ottime “esternalità” di un progetto che, oltre ai volontari, fa crescere il benessere delle comunità in cui si svolge, si scontrava (e si scontra) con la politica dei tagli che, alla cieca, hanno colpito questa importantissima istituzione. Da non trascurare anche la crisi legata alla sua gestione che vedeva, e vede, in conflitto l’amministrazione centrale dello Stato e le amministrazioni regionali che ne rivendicano la competenza, soprattutto per la valutazione dei progetti. I due punti menzionati sembravano derivare, però, da un’incertezza sull’identità stessa del SC, una crisi d’identità se vogliamo, un’incongruenza tra storia, legge e attuazione della stessa, che mina alla base questa istituzione. Proprio sull’identità del SC ho cercato di dare il mio contributo in questi anni. Non è stato sempre facile seguire la direzione e lavorare per il cambiamento.
Non è stato facile, per esempio, apprendere la notizia della scelta della banca BNL, come partner bancario privilegiato e consigliato, dall’ufficio di SC; proprio la BNL, in testa all’elenco dei principali istituti bancari che hanno offerto servizi ad aziende produttrici di armi. Tutto questo sembrava in contraddizione con un istituto la cui prima finalità dovrebbe essere “concorrere alla difesa della Patria con mezzi e attività non militari”.
Non è stato facile, quando abbiamo protestato in sede di consulta sentirsi, rispondere che “dopo un’attenta indagine di mercato il conto in questione è risultato essere il più vantaggioso per i volontari”. Senza preoccuparsi di sapere, come già scriveva nel 1978 Lanza del Vasto “perché un articolo costa così poco e se è frutto di un’ingiustizia, di un’oppressione, di un massacro, e se il nostro acquisto non è una complicità, un’acquiescenza alle operazioni che hanno portato quell’oggetto sul mercato” (Lanza del Vasto, L’arca aveva una vigna per vela, Jaca Book, Milano, 1979).
Tante volte, come in questo caso, le scelte dettate dalla coscienza e decise insieme all’assemblea si sono scontrate con la rigidità di una macchina burocratica, e dei suoi interpreti.
Non è stato facile incassare rifiuti, o peggio silenzi, a critiche come a proposte, avere il compromesso come massimo obiettivo raggiungibile.
Non è stato facile portare questi risultati all’assemblea e ai suoi delegati che, non conoscendo le dinamiche e i limiti degli spazi che ci sono concessi, giustamente, spesso non ha capito il perché di certe scelte. Ancora le difficoltà nella rivendicazione (decisa all’unanimità dall’assemblea) della possibilità per un/una serviziocivilista volontario/a di dichiarare davanti allo Stato di prestare il proprio servizio come obiettore/obiettrice di coscienza alla guerra e, quindi, di essere iscritto/a come tale nell’albo di tutti gli obiettori/obiettrici di coscienza italiani/e (nel passato circa 800.000).
Nonostante le difficoltà, ho cercato, nel mio piccolo, di dare il mio contributo, insieme a chi ha lavorato con me, affinché un rilancio del SC partisse dalla sua identità storica cioè dall’obiezione di coscienza e dalla finalità prima espressa dall’attuale legge, cioè la “difesa della patria, in alternativa al servizio militare, con mezzi e attività non militari”. Ho sempre pensato a un SC che non sia soltanto una semplice politica giovanile da terzo settore, una stampella del welfare nazionale o ancora un ammortizzatore sociale, inteso come calmiere della disoccupazione per le regioni del Sud, che non va oltre le piccole comunità, non riconosce le conflittualità e, quindi, non può offrire quella difesa (alternativa) della Patria che la nostra Costituzione (anche con la sentenza 228/04 della Corte Costituzionale) ha sancito.
Per questo abbiamo iniziato un percorso di collaborazione con la “rete interventi civili di pace” la cui idea è quella di fornire all’Italia uno strumento civile d’intervento nei luoghi di conflitto che aggiunga una dimensione di peacebuilding agli interventi di cooperazione, e costituisca un’alternativa realistica e professionale agli strumenti di intervento militare.

Possibilità altre
Con questa stessa prospettiva, un’altra possibilità di rilancio potrebbe essere l’impiego dei volontari in servizio civile in Italia nell’ambito delle azioni di contrasto alla criminalità organizzata e al fenomeno mafioso. Proprio questo impegno renderebbe, peraltro, estremamente plausibile l’intreccio tra alcune forme di lavoro sociale, in particolare in contesti di comunità del Sud (ma non solo) e la difesa dalla mafia, intesa come “aggressore interno” che mina la sicurezza dei cittadini, non solo sul piano militare, ma anche su quello culturale, sociale ed economico. E oggi che l’Italia è l’unico Paese al mondo che dispone di una normativa che prevede l’organizzazione della difesa civile non armata e nonviolenta sembra più che mai opportuno permettere ai giovani di dare il proprio contributo coniugandolo con un impegno civile nonviolento, organizzato, a contatto e all’interno delle organizzazioni maggiormente impegnate per la costruzione di alternative all’egemonia mafiosa. Lo sviluppo di questo settore, necessiterebbe di un governo politico-culturale deciso e costante (a prescindere dalle coalizioni politiche che potranno susseguirsi nel tempo) e di un pensiero pedagogico che parta dalla consapevolezza che la cultura mafiosa ha già condizionato culturalmente ampi strati della popolazione. Inoltre, esso potrebbe contribuire a rifondare un rapporto tra Stato e comunità, superando gli approcci retorici alla “legalità” che, spesso e volentieri, non vengono neanche compresi dalle fasce più disagiate del Sud, preda della clientela e del potere mafioso.
Quello in cui versa oggi il SC è un momento nodale, di svolta, ma ciò non determinerà necessariamente la fine di questa esperienza, potrà, forse, essere il momento per la sua decisiva consacrazione. Tutto dipenderà da come questo momento sarà gestito e dall’apporto, dalle risorse, dall’impegno e dal senso di responsabilità che ogni attore interessato sarà disposto a mettere in campo.
Io ho cercato di fare la mia parte cercando di fare del mio meglio; certo non è stato facile, e in qualche circostanza è stato duro conciliare la responsabilità dell’incarico con le vicende della vita. Il mio bilancio personale è positivo, forse banalmente dico che, un po’ come per il mio Servizio Civile, sono forse io che ho appreso da questa esperienza di rappresentanza più di quanto abbia dato.

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