TEOLOGIA DELLA PACE

Moralizzare la guerra?

La guerra è atto atroce e non ha nulla di morale.
Maurizio Burcini

Vorrei articolare, teologicamente, la convinzione di come il NO alla violenza in tutte le sue forme (compresa la guerra) faccia parte del cuore dell’annuncio cristiano.
Il messaggio specifico del Vangelo è la σωτηρία (sōtēria), la salvezza, la liberazione, che è l’atto col quale Dio, attraverso l’incarnazione, morte e resurrezione del suo Figlio rimette in modo definitivo l’umanità nello stato di comunione con lui e con i fratelli, e dà a tutti noi il germe della vita eterna. Dio si incarna “per noi uomini e per la nostra salvezza”, poiché egli ama tutta l’umanità. È un messaggio di salvezza e di amore che, in quanto tale, è messaggio di pace. Tutta la vicenda di Gesù è incorniciata dall’annuncio della pace, dalla grotta di Betlemme (“Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra..”, Lc 2,14) alle apparizioni dopo la risurrezione (“Pace a voi”, Lc 24,36; Gv 20,19-26). In quest’ottica salvifica dell’umanità, il solo pensare alla possibilità della violenza significa uscire da questa condizione di pace donata; significa rifiutare il dono di Dio e ricreare il disordine del peccato originale per cui Cristo è morto.
Uccidere è il tradimento più grande che si possa fare al vangelo di Dio.

Guerre giuste?
L’omicidio è morte, sia per chi lo subisce, sia per chi lo compie: nel primo caso muore il corpo, nel secondo lo spirito. La guerra è morte all’ennesima potenza. La guerra – sia quella d’attacco che quella che viene definita di difesa – è l’esatto contrario dell’annuncio di salvezza e liberazione, che è sostanzialmente salvezza e liberazione dalla morte. Il Vangelo è l’annuncio di vita, e della vita eterna. Noi siamo stati in grado di mistificare la salvezza con la sicurezza, e abbiamo affidato quest’ultima alle armi. In questo modo, non siamo salvi, non siamo liberi.
Chiunque si ostini a ripresentare la guerra come possibile atto di giustizia, ci sta propinando una cattiva notizia rivestendola di Vangelo. Chi pretende di conciliare guerra e Vangelo, ci sta offrendo pietre al posto del pane (cfr. Mt 7,9).
Sappiamo che il Vangelo è vita, è la gioia che accompagna la novità della buona notizia.
La novità di Dio, la buona notizia che Gesù è venuto a comunicarci è questa: non esistono guerre giuste, perché siamo tutti fratelli, e se una persona sbaglia va perdonata, magari anche corretta, ma non violentata, ferita, eliminata; la buona notizia di Dio ci dice che la forza che cambia è l’amore, un amore talmente grande, in grado persino di morire pur di non opporsi in modo violento a chi compie il male; un amore talmente divino da portare in sé l’immortalità della risurrezione.
Questa sì che è una vera novità per l’umanità! Che poi si tratti anche di una buona notizia, soltanto la fede, illuminata dallo Spirito Santo, può comprenderlo.

Nulla di morale
Per giustificare l’introduzione e il mantenimento della dottrina della guerra giusta, solitamente si dice che essa è servita per contenere, attraverso un certo “regolamento” (il cosiddetto jus in bellum), le facili derive distruttive e inumane della guerra. Vari studiosi sostengono che la Chiesa, nei confronti della guerra, ha sempre tentato di “moralizzarla”: giudicandola come un male inevitabile (a causa del peccato), si è soprattutto impegnata per rendere “più umani i metodi di guerra”. Anziché giudicare questi propositi come un semplice fallimento storico, mi pare più realistico convenire che siamo di fronte alla perversa ipocrisia di chi vorrebbe farci credere, ancora oggi, che si possano imporre regole a un atto aberrante come la guerra, la quale nasce proprio per la volontà di infrangere ogni regola.
La guerra è un atto inumano, che va denunciato e condannato per quello che è. Il cristiano deve sapere che la sua fede è incompatibile con la guerra. Al cristiano dev’essere chiaro che il rifiuto della guerra è una colonna portante della propria fede.
La “moralizzazione della guerra” che la Chiesa ha sempre cercato di insegnare attraverso la “dottrina della guerra giusta” è, dunque, illogica, e sulla bocca di un cristiano suona come un’assurdità, come pura follia: tutti devono arrivare a capirlo, riaprendo il flusso di comunicazione tra annuncio evangelico e coscienza, che pare essere stato interrotto dalle scorie contenute in quella dottrina.
L’unica regola che vale nell’affrontare la questione morale della guerra è che la vita degli altri è sacra e inviolabile: solo chi lo capisce e lo mette in atto è una persona di fede, che segue le direttive di Dio; solo questi è un cristiano.
Parlando di guerra, insomma, la distinzione non può essere fatta tra giusta/ingiusta, ma soltanto tra atroce/ancora più atroce; tra inumana/e ancora più inumana.
Uccidere un uomo, per il cristiano, è un fatto di sangue, e pertanto è un fatto atroce; ucciderne molti con una bomba chimica, è un fatto “ancora più atroce”. Ma se qualcuno inserisce la categoria giusto/ingiusto trattando di un’azione di per sé terribile, l’aspetto assoluto di quella qualifica viene di fatto cancellato e si introduce una liceità di quell’atto.
è tutta una questione di ‘spostamento dei confini’ tra liceità e illiceità.
Ma chi si è permesso di spostare arbitrariamente questi confini, che la croce di Cristo aveva segnato una volta per tutte, in modo così chiaro ?

La voce delle Chiese
Gesù ci dà un buon esempio di come realmente si “moralizza” un fatto atroce e inumano: l’episodio è quello di Gesù di fronte alla lapidazione dell’adultera. Gesù non dice, ad esempio, che utilizzare le pietre è disumano, che occorre farlo in modo più “umano” – magari indolore – o che bisogna accertarsi meglio della gravità del reato; non dice neanche che occorra sostituire l’arma mortale (in questo caso le pietre) con un’arma “convenzionale” meno distruttiva, come ad esempio la frusta…
Gesù non cerca eventuali attenuanti nelle motivazioni del colpevole, né cerca di sostenerne l’innocenza, per difenderne la vita, ma taglia la questione alla radice: “Chi è senza peccato scagli per primo la pietra” (Gv 8, 3-11) equivale a dire: “Rendetevi conto che siete tutti fratelli, anche nel peccato; non avete nessun diritto di recare danno a nessuno”. Anche perché, chi per assurdo fosse realmente senza peccato, avrebbe la visione di Dio, e non farebbe certo del male ad alcuno. È proprio l’essere nel peccato che spinge gli uomini ad atti atroci come quello dell’infliggere una pena di morte a un altro essere umano. Se Gesù ha parlato in questi termini nei confronti dell’omicidio di una singola persona, come giudicherà coloro che, magari col pretesto di una legittima difesa, compiono omicidi multipli, che oltretutto coinvolgono sempre anche persone innocenti?
Gesù, insomma, ha preso una posizione inequivocabile: e le Chiese cosa fanno?
Le Chiese di tutto il mondo riunitesi a Kingston, nel maggio scorso – hanno preso una chiara posizione: come abbiamo già visto (cfr. l’articolo in Mosaico di pace, giugno 2011, p. 44-45) sono passate dalla denuncia della guerra (desiderando che diventi illegale, e dichiarando esplicitamente il superamento della dottrina della guerra giusta) alla denuncia della violenza stessa. Nel messaggio finale, insieme alla dichiarazione che “la violenza è contraria al progetto di Dio”, riconoscono di essere state “spesso complici di sistemi di violenza, ingiustizia, militarismo, razzismo, separazioni di casta, intolleranza e discriminazione”. Le Chiese, oltre a chiedere a Dio il perdono dei loro peccati e l’aiuto a trasformarsi in “agenti di giustizia e promotori di Pace Giusta”, ribadiscono la loro inequivocabile posizione contro la violenza anche rivolgendosi ad extram, e soprattutto ai governi chiedono in modo fermo di “smettere di usare la religione come pretesto per giustificare la violenza”. Secondo quanto appare dal documento finale di Kingston, nessuno può dunque assumersi il diritto di moralizzare non solo la guerra, ma neppure alcun tipo di violenza, escludendo così dalla morale ecumenica qualsiasi giustificazione o opportunità della violenza. Resta da definire cosa si intende per violenza. Rimandiamo a un successivo articolo l’analisi della questione.

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