Nel dialogo la speranza

A colloquio con Louis Sako, arcivescovo caldeo di Kirkuk.
Tra insicurezza e mancanza di prospettive, come vive la gente?
Intervista a cura di Renato Sacco

Che situazione c’è oggi in Iraq?
In Iraq, il problema vero, per tutti, sia per la gente che per il Governo, è la mancanza di prospettive per il futuro. Non c’è una visione che aiuta a guardare avanti con fiducia. La gente aspetta sempre un miglioramento a livello della sicurezza. Siamo preoccupati! C’è calma apparente e poi, di colpo, tutto esplode. Tutti sono stanchi di questa situazione che sembra non finire mai. C’è paura. E a fine anno, c’è la prospettiva del ritiro delle truppe americane. Non si sa cosa succederà. L’esercito, la polizia saranno in grado di controllare la situazione? Ci sono paure, ma anche speranze.

La vita delle persone, il lavoro?
Sicuramente oggi chi ha un lavoro può stare meglio, ma ci sono molti che un lavoro non ce l’hanno. Come dicevo prima, il vero problema resta l’insicurezza e la paura. Per quanto riguarda alcuni servizi essenziali come acqua, luce, benzina ci sono, ma, ad esempio, la benzina è abbastanza cara e l’energia elettrica viene erogata poche ore al giorno in alcune città come Baghdad, per cui sono necessari i generatori di corrente, per chi può permetterseli.

E a livello politico?
Da quasi un anno il governo non è completamente formato, mancano alcuni ministri come quello della difesa e degli affari interni. I membri di questo governo non si sono ancora messi d’accordo, ci sono forti divisioni. E tutto questo si rispecchia nella vita della gente. Aumentano i settarismi. Ognuno sostiene la sua parte: sciiti, sunniti, curdi. Potrei dire che forse solo i cristiani, che sono una minoranza, sono imparziali e vogliono l’unità del Paese.

E la situazione dei profughi?
Pochi profughi stanno rientrando. Ora c’è anche il problema della Siria, è una situazione difficile da tutte le parti. Certo è molto importante far in modo che i profughi possano tornare alle loro case, nella loro terra. Ma come e con quali condizioni? In questi ultimi 8 anni hanno lasciato l’Iraq alcuni milioni di persone, almeno 300.000 cristiani. Oggi nel Paese i cristiani sono circa 500.000, ma è difficile fare una valutazione esatta in questo contesto.

È da anni che noi ci conosciamo e sempre abbiamo sentito parlare del bisogno di unità, anche quando eri parroco a Mosul e il tuo vescovo era il compianto mons. Rahho. Spesso dici che l’Iraq è come un mosaico. Ha ancora senso oggi usare questa immagine?
Certo. Questo mosaico esiste, anche se minacciato dal grande esodo di tanti iracheni. Salvaguardarlo è una responsabilità di tutti gli iracheni, ma anche della comunità internazionale. Questo mosaico vuol dire salvare la convivenza, la coesistenza armonica, la collaborazione. È una grande ricchezza, non solo per l’Iraq, ma per il mondo intero! Perché un po’ ovunque non c’è più un popolo omogeneo, ma tutto diventa pluralista. E, quindi, l’Iraq davvero può diventare un segno importante per il mondo, ma soprattutto per il Medio Oriente. Sono convinto, da uomo prima ancora che da cristiano, che i cristiani devono rimanere in Iraq per salvare questo mosaico. Essi sono un patrimonio di duemila anni. Hanno contribuito alla crescita del Paese. È una presenza importante pure per il mondo musulmano. Anche se minoranza, sono uno stimolo al confronto, un appello. Qualcuno vorrebbe riunire tutti i cristiani in un’unica zona, al nord del Paese, con un progetto chiamato la piana di Ninive. Ma siamo in molti a non condividerlo. Sarebbe la fine della presenza dei cristiani distribuiti su tutto il territorio. Distruggere questo mosaico sarebbe una grande perdita. Aiutare i cristiani a perseverare, a tenere viva la speranza è un compito che spetta a tutta la Chiesa cattolica. Voi di Pax Christi siete venuti tante volte. Non avete espresso solidarietà solo a parole, ma siete venuti di persona in questi anni faticosi e pericolosi.Tutti ci ricordiamo l’ultima visita del presidente di Pax Cristi Italia, mons. Giudici. La vostra amicizia e solidarietà concreta ci incoraggia a rimanere. Abbiamo bisogno di questo, così come abbiamo bisogno di essere aiutati nella formazione dei giovani, nella formazione dei nostri leaders politici. È un cammino che dobbiamo percorrere insieme. È il lavoro faticoso a difesa di tutte le minoranze. Non vogliamo chiedere privilegi, ma diritti, per tutti. Il diritto alla cittadinanza per ogni persona. Separare la religione dalla politica. Difendere l’unità del Paese che rischia di essere diviso, spartito ad opera delle tre grandi presenze “forti”: sciiti, sunniti, curdi.

E del Sinodo che si è celebrato un anno fa? Ci sono dei segnali? Echi positivi?
Purtroppo devo dire che non si è visto praticamente niente o quasi. Temo che questo Sinodo rischia di essere solo una celebrazione fine a se stessa. Come del resto è stato anche, per tutto l’Oriente, il Concilio Vaticano II. Abbiamo bisogno di tradurre questi grandi momenti nelle scelte concrete, nella vita della Chiesa e delle persone, altrimenti non cambia nulla e tutto resta lettera morta.

Tu sei conosciuto per il tuo lavoro a Kirkuk per il dialogo, per la pace. Come vedi il grande appuntamento ad Assisi il prossimo 27 ottobre?
Sono grato al Papa per questo incontro di dialogo interreligioso coraggioso e sincero. Oggi questo dialogo deve crescere. Qui in Iraq, soprattutto dopo l’attacco alla cattedrale di Baghdad, lo scorso 31 ottobre 2010 con tanti morti, c’è una solidarietà anche dei musulmani ovunque con i cristiani. Anche loro sono scandalizzati.
Secondo la mia esperienza ci può essere anche un aiuto reciproco, un accompagnare anche i musulmani a tradurre il messaggio del Corano per i nostri giorni. A vivere un’esperienza religiosa che non si fermi alla lettera, alle rubriche, ma a coglierne lo spirito profondo. La mia esperienza a Kirkuk è nel segno del dialogo, dell’accoglienza e del rispetto reciproco. Nella mia diocesi viviamo momenti molto belli e intensi, per esempio in occasione della fine del Ramadan, oppure nel mese di maggio quando anche alcune donne musulmane sono intervenute nella preghiera a Maria in Cattedrale. E ancora di più questa vicinanza si vive in occasione di attentati, rapimenti o uccisioni. Certo il fondamentalismo c’è un po’ da tutte le parti, ma noi lo dobbiamo superare con il dialogo. La maggioranza dei musulmani non è estremista. Noi diciamo che Dio ama tutti, loro e noi. Dio è amore. C’è una porta aperta da parte dei musulmani. A Kirkuk vedono che il vescovo non ha nessuna chiusura verso di loro. Anzi, le iniziative e i gesti che viviamo sono molto ben accolti. Anche quando vado a visitare alcune famiglie che hanno avuto dei morti; oppure andiamo con l’imam all’ospedale a visitare i malati dopo qualche attentato. Insieme denunciamo la violenza, in nome di un Dio che non vuole la vendetta, ma la pace. Questa esperienza personalmente mi dà molta speranza. Un vescovo o un prete, in particolare in una terra come la mia, è “pastore” di tutti, ha delle responsabilità verso tutti, anche i musulmani.

A noi, in Europa, cosa chiedi come impegno per la pace? Tu sei già intervenuto tempo fa anche contro il progetto dei nuovi cacciabombardieri F35…
Noi abbiamo una brutta esperienza delle armi. Penso anche alle tragedie nucleari del Giappone anche di pochi mesi fa.
Quando il mondo ha fame, quando ci sono milioni di profughi che non hanno nulla, quando ci sono malattie molto gravi che uccidono tante persone, non dobbiamo costruire armi, dobbiamo, invece, dare medicine e case per chi non le ha. Quanti poveri nel mondo, e non solo in Africa o in altri continenti! Anche nei Paesi dell’Unione Europea ci sono molti poveri. Perché bruciare tutto questo denaro per le armi che uccidono spesso gli innocenti? E poi, più si producono armi, più si alimentano le guerre. Oggi abbiamo armi di distruzione di massa che rischiano di cancellare il mondo intero!

In conclusione cosa chiedi, in particolare ai credenti?
Non dovete avere paura! Lo dico a Pax Christi e a tutti. Andate avanti con il messaggio di Gesù Cristo: pace sulla terra!
Dovete essere uniti, cristiani e tutti gli uomini e donne di buona volontà, contro la guerra, la corruzione, l’egoismo e le armi, per la pace. Non pensate solo al mercato, agli interessi. Valorizzate le molte ricchezze presenti in tutto il creato, invece di costruire questi maledetti mezzi di distruzione!

Ultimo numero

Il potere dei segni
MAGGIO 2019

Il potere dei segni

Mosaico di paceMosaico di paceMosaico di pace

articoli correlati

    Realizzato da Off.ed comunicazione con PhPeace 2.6.20