ULTIMA TESSERA

Assisi 25 anni dopo

27 ottobre 2011: cronache di un coinvolgente abbraccio ecumenico.
Nandino Capovilla

Eventi come quello di Assisi vengono giustamente definiti “storici” ancora prima di essere celebrati e l’apparato organizzativo della convocazione di tutti i leaders delle religioni del mondo non potrà che essere poi commentato con l’emozione di “un evento straordinario”, un “indimenticabile dono di Dio per la nostra travagliata storia mondiale”.
Ma chi l’ha vissuto in prima persona è rimasto segnato da parole e gesti che solo apparentemente possono essere ritenuti marginali. Lasciate, dunque, che provi a trascinarvi con me in una basilica di Santa Maria degli Angeli non solo gremita, ma palpitante di una originalissima gioia per il riattualizzarsi, venticinque anni dopo, dello storico “Spirito di Assisi”. All’arrivo di papa Benedetto all’ingresso della Chiesa, tutti gli altri capi delle diverse espressioni religiose erano già entrati e fatti accomodare sul palco. Il pa-pa,
come sempre, ha avuto l’ovazione più forte da parte di tutti. Ma se questo era prevedibile, non altrettanto scontato è ciò che nel pomeriggio è accaduto, nel secondo momento di convocazione. Apparentemente si ripeteva l’accoglienza del mattino, ma, a differenza dell’ingresso trionfale del mattino, stavolta papa Benedetto entrava nella piazza mescolato a tutti gli altri leaders religiosi, davvero confondendosi e confondendo tutti i presenti. È bastato un istante, un accenno per chiedersi: “Ma dov’è il Papa?” per destinare l’applauso predisposto solo per lui, a tutti, proprio tutti i capi religiosi. Per una volta i cori da stadio, segno dell’orgoglio cattolico, hanno lasciato il posto alla gioia di un abbraccio ecumenico e interreligioso che è stata la speranza più indimenticabile di Assisi.
E se pensate che sia stata solo una mia impressione, sentite come vibra forte la parola dell’arcivescovo di Canterbury: “Le sfide del nostro tempo sono tali che nessun gruppo religioso può pretendere di avere tutte le risorse pratiche di cui ha bisogno per affrontarle, anche se siamo convinti di avere tutto ciò di cui necessitiamo nel campo spirituale e dottrinale”. E con coraggio ha parlato dei “nostri fallimenti” quando riteniamo di farcela da soli mentre “la nostra epoca richiede una testimonianza comune da parte delle persone religiose, escludendo ogni compromesso circa le proprie particolari convinzioni e tradizioni”.
Ed è lo stesso rev. Williams a condensare in una frase l’obiettivo della convocazione di Assisi: “La famiglia umana chiede il nostro aiuto per essere più pienamente consapevole di quanta sapienza vi sia da attingere nella lotta contro la follia di un mondo ancora ossessionato da paura e sospetti, ancora innamorato dell’idea di una sicurezza basata su di una ostilità difensiva, e ancora in grado di tollerare o ignorare le enormi perdite di vite tra i più poveri a causa di guerre e malattie”.
C’era qualcosa di più di una coincidenza logistica in quel lungo, affettuoso applauso dei credenti di ogni fede a tutte le loro guide spirituali. Ed è importante che questo bisogno di unità dei credenti sia stato interpretato anche ufficialmente come un compito e una meta ancora da raggiungere: “Ogni dialogo autentico – ha proclamato il patriarca Bartolomeo I – porta in sé i germi di una metamorfosi ancora da realizzare. La natura di tale trasformazione costituisce una conversione che ci fa uscire dai nostri particolarismi”.
Ma è emersa un’altra forte consapevolezza nelle parole e nei gesti di questa grande giornata. È come se una spinta interiore, un richiamo dello Spirito operante e vivo in tutte e tutti, spingesse i presenti ad andare sempre al di là dell’apparato mediatico, del fascio di luce dei fari, del palco e degli effetti speciali che tanto emozionavano tutti. Lo Spirito Santo sono certo che abbia suggerito a tutti di cominciare da una richiesta di perdono, di partire da ciò che ci rattrista prima di godere l’euforia della comunione.
È per questo che tutti avremmo sottoscritto la laconica ma vera presa di coscienza che il rappresentante indu ha espresso, evidenziando il nostro peccato contro Dio e i fratelli: invece di pompare la già gonfia soddisfazione di tutti, ha preferito far risuonare una domanda: “Ma dopo venticinque anni chiediamoci: cosa è cambiato per la pace? Il compianto Giovanni Paolo II ci aveva convocato qui con le stesse parole e noi abbiamo promesso solennemente di impegnarci per denunciare ogni sopruso, ma in questi 25 anni quante guerre e quanta violenza abbiamo in qualche modo lasciato passare davanti ai nostri occhi, se non addirittura giustificato senza muoverci insieme per fermarle? Venticinque anni fa, sempre qui in Assisi, Giovanni Paolo II ci fece iniziare il pellegrinaggio odierno. Adesso, pertanto, dobbiamo riflettere sul nostro progresso su questa strada. Perché non siamo arrivati più vicini a dove egli voleva essere?”.
Lo stesso silenzio di approvazione ha seguito poi l’intervento del Segretario del Consiglio Ecumenico delle Chiese:”Noi siamo responsabili davanti a Dio e gli uni davanti agli altri per la pace nel nostro tempo. Per ciò che diciamo e per ciò che invece taciamo per raggiungere la pace”.
La novità da tutti sottolineata era contenuta nell’intervento dell’unica donna (e questo è, invece, un pessimo segno che ci accomuna!), Julia Kristeva, degli “umanisti laici in dialogo con i credenti”: “È necessario rifondare l’umanesimo, osare l’umanesimo, per prenderci cura degli altri e del mondo. Perché non solo facciamo la storia ma siamo noi la storia”.
Sapremo, a riflettori spenti, custodire e anzi far lievitare nella vita delle nostre Chiese, la straordinaria lezione di Assisi? Come risponderemo alle forti sollecitazioni che in diversi hanno espresso sull’accoglienza dell’altro? “C’è da guadagnare di più mediante il rispetto per l’altro – ha affermato Olav Tveit – perché una pace sostenibile richiede che vi sia uno spazio sicuro e senza pericoli, non solo per me, ma anche per l’altro. I cristiani devono ricordarsi che la croce non è per le crociate, ma è un segno di come l’amore di Dio abbracci tutti, anche l’altro”.
E non dimenticheremo l’insistenza quasi ossessiva, se non fosse effettivamente decisiva per il futuro, di tanti interventi: “Dobbiamo imparare dal passato che la pace senza la giustizia non è vera pace. Non ci stancheremo di proclamare che pace e giustizia sono inseparabili e che la pace nella giustizia è l’unica strada”(dal comune impegno di pace).

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