Il ruolo italiano

Dalla mistificazione del soldato buono al vero ripudio della guerra: che spazio esiste per un approccio differente, nel quale l’Italia può proporsi come potenza mite, di mediazione diplomatica dei conflitti?
F.M.

Incontriamo Elettra Deiana, già vicepresidente della Commissione Difesa della Camera nella 15° legislatura, e da anni attiva sui temi della pace, e della difesa. Le chiediamo un’analisi della filosofia di fondo delle missioni italiane all’estero, e spunti che permettano, di ricostruire – al di là di una critica alle missioni militari – la “mission” del nostro Paese, nella gestione e prevenzione diplomatica dei conflitti e sul possibile uso della forza.

Quali sono, secondo te, gli elementi sui quali elaborare un’analisi della natura e delle finalità delle missioni militari, in quanto strumento di politica estera?
Partiamo dalla fine della Guerra Fredda e dalla seguente egemonia degli Stati Uniti e della loro concezione dei rapporti internazionali, In questo ambito, che ha massima espressione nel decennio dal 1993 al 2003, la politica di difesa ed estera dell’Italia cambia segno. Dapprima è un avamposto statico della guerra fredda nel Mediterraneo in una logica di difesa, assicurata dalla NATO, e sostanzialmente nei confini segnati dall’articolo 11 della Costituzione e dal rapporto tra lo stesso e l’art. 53 della Carta dell’ONU. L’Italia si adatta al nuovo contesto. Prende piede una concezione della difesa italiana, intesa come proiezione attiva, che si lega a una serie di riforme dello strumento militare, a partire dal veloce processo di professionalizzazione delle forze armate negli anni Novanta. La difesa italiana diventa funzionale alla strategia occidentale di controllo, intervento e ruolo attivo e preventivo nei conflitti, spesso conseguenti al crollo del blocco sovietico e alla modifica dei rapporti di forza. La missione “Restore Hope” in Somalia (1992-93) segna il cambio di paradigma con l’intervento diretto di truppe italiane, ancora di leva volontaria, e con la costruzione di un nuovo simbolico, di una nuova comunicazione sul ruolo delle forze armate. Nasce il “modello italiano”, che penetra anche nella sinistra, divenuta così alfiere della concezione del militare come punta avanzata dell’Italia nel mondo per la costruzione della pace, la protezione delle popolazioni civili e la difesa dei diritti umani.

La visione di un ruolo internazionale dell’Italia con le sue forze armate è collegata agli interessi del settore industrial militare? E come si sono evolute le missioni per natura e finalità?
A mio parere esiste una correlazione tra interessi delle lobby industriali e definizione delle strategie militari, anche se per tutta una fase l’Italia non interveniva come ora con bombardamenti o uso di droni. Nei fatti, le missioni militari subiscono un’escalation negativa di funzioni e funzionalità fino ad arrivare alla Libia, dove l’Italia ha sganciato 850 bombe “intelligenti” di cui non conosciamo gli effetti collaterali. Più in generale da un primo livello (1993-1995) con le missioni in Somalia, Mozambico, Timor Est fino alla tragedia dell’Ex-Yugoslavia, siamo passati a una nuova fase con il Kosovo e poi la Serbia con i bombardamenti NATO a Belgrado. Da missioni puramente umanitarie in cui l’elemento discutibile è la militarizzazione di compiti da affrontare in chiave civile, si è arrivati a casi di violazioni della cornice costituzionale e legale come nella vicenda dell’ex Yugoslavia, con i bombardamenti NATO. O la missione KFOR (Kosovo Force: Missione Nato per il rispetto degli accordi di cessate il fuoco tra Macedonia, Serbia e Albania, ndr), nella quale la NATO entra nella conduzione delle missioni, con un ruolo difforme dal suo mandato istituzionale. Per questo, più volte sollevammo in Parlamento la necessità di spacchettare il decreto missioni per poterle affrontare a una a una. Invece, è passata la lettura secondo la quale le missioni sono un tutt’uno, con una costruzione politica pesantissima nella quale si equiparano missioni di diverso tipo e finalità. Ad esempio, missioni quali UNMEE (Missione delle Nazioni Unite in Etipoia ed Eritrea, ndr) tra Etiopia ed Eritrea nelle quali i militari segnavano una linea di interposizione, o UNIFIL I e UNIFIL II (Forza di interposizione in Libano delle Nazioni Unite, ndr) che vedono la forza armata dispiegata in funzione di contenimento e mediazione tra le parti in conflitto. Poi entriamo nella la terza fase, quella nella quale implode qualsiasi vincolo di rapporto con la Costituzione.

A questo volevo arrivare. L’articolo 11 da articolo nel quale si rifiuta la guerra, subisce una interpretazione dinamica. L’uso di categorie come la “guerra guerreggiata” piuttosto che guerra dichiarata, permette di bypassare il vincolo della Costituzione. Come rivalutarne la portata in un quadro nel quale i prossimi conflitti non saranno tra Stati ma all’interno degli Stati?
Dal decennio 1993-2003 e dal 2003 a oggi si è registrata una progressiva corrosione degli strumenti messi a punto dopo la seconda guerra mondiale per governare pacificamente il mondo. A questa non è seguita l’elaborazione di vincoli di diritto internazionale che possano sostituire quelli che erano dei punti fermi, quali la non interferenza negli affari degli Stati. La nostra etica della responsabilità ci dice oggi che i confini non possono sbarrare la strada all’aiuto nei confronti di chi subisce vessazioni. Perché ciò non diventi cavallo di troia per operazioni neocoloniali e di potenza , sarà necessario dotarsi di norme e di istituzioni internazionali “terze”, di una forza civile e di polizia internazionale, che ora non ci sono. Siamo di fronte a un vuoto in cui ognuno fa quel che vuole in ragione non del diritto o della giustizia, ma della forza. L’operazione in Libia ne è la quintessenza. Dall’altra parte, l’ONU si vede esautorata nella sua funzione poiché, invece di una riforma dell’assetto istituzionale, resta un consiglio di sicurezza congelato che rispecchia l’ordine di Yalta, e che, con una sequela di risoluzioni, ha legittimato ex-post operazioni militari al limite della legalità.

Tra l’esaltazione del modello di soldato umanitario italiano e il crescente interesse dell’industria militare italiana che vuole far parte della promozione del made in Italy globale, che spazio esiste per un approccio differente, nel quale l’Italia può proporsi come potenza mite, di mediazione, e prevenzione diplomatica dei conflitti?
Dobbiamo trovarli questi spazi e questo deve essere il compito di un fronte politico progressista, perché tutta la materia è stata brutalizzata da anni di centrodestra, con una torsione del modello di soldato portatore di pace nella figura del soldato portatore di forza, secondo il principio “a la guerre comme a la guerre”. Va riaperta una grande discussione che includa le spese militari, tema attualissimo in una situazione di grave crisi economica, che permette una ridiscussione delle priorità della spesa pubblica. E poi credo che la vicenda libica rappresenti un epilogo tragico, nel quale l’intervento viene snaturato dall’interesse di potenze quali Inghilterra e Francia che vogliono ristabilire un controllo sulle risorse, a spregio dell’obiettivo dichiarato di protezione dei civili. Una discussione che rivaluti con un significato contemporaneo l’art 11, dovrà mettere in conto anche la possibilità di intervenire oltre confine per difendere persone minacciate nei loro diritti. Altro punto riguarda la cooperazione, oggi scomparsa o trasformata in operazioni CIMIC (Coordinamento tra la componente militare e le organizzazioni civili nei territori interessati a un’operazione militare) che nulla hanno a che vedere con la lotta alla povertà. Non sarà facile, ma si dovrà cercare di far arrivare nei programmi del campo progressista e di sinistra che vuole riacquistare un ruolo di governo alcuni grandi snodi, costruendo reti di movimento e istituzionali per affrontare il tema anche e soprattutto a livello europeo.

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