TESTIMONI

L'affanno del poeta

La poesia di Andrea Zanzotto rendeva più luminosa la nostra vista. Capaci di leggere i segni di speranza.
Francesco Comina

È morto l’ultimo grande poeta italiano. Ora non abbiamo più balsami per sopportare la crisi, non abbiamo più occhi per vedere la notte. Andrea Zanzotto ha levato l’ancora. Siamo tutti orfani. Ogni civiltà ha liberato il verso poetico, ha dato forma all’arte, ha espresso lo spirito più profondo della creatività umana. Ma in Italia dopo Mario Luzi, dopo Eduardo Sanguineti, dopo Alda Merini, rimaneva solo lui a dare senso alle cose, a forgiare il verso per denunciare le storture di un mondo divenuto liquido, molle, totalmente impoetico. Non c’erano più alibi. Forse soltanto la morte poteva riscattare la pena di vivere un tempo a brandelli, in una storia senz’anima: “Siamo ridotti a così maligne ore / da chiedere implorare / il ritorno della morte / come male minore” aveva scritto in Fu Marghera?.

Con gli occhi di un poeta
Ci siamo aggrappati alla debolezza di Zanzotto. Lento, umile, silenzioso, appartato. Non aveva nulla a che fare con l’indice del progresso, con il vettore della velocità lineare, con l’ossimoro dello sviluppo sostenibile. Il poeta vola, come sappiamo, anticipa i tempi, vede e sente quello che altri non vedono e non sentono. Ha un cuore profetico.
Eppure ha vissuto attaccato alla terra, alla sua terra. Pieve di Soligo era per lui il centro del mondo. Da quella periferia ascoltava il boato della fine, come fosse un medico con lo stetoscopio appoggiato sulla pelle dell’universo. Sappiamo che un battito d’ala di farfalla in Brasile può provocare una tempesta nel Texas, come ci ha spiegato la fisica di Edward Lorenz. Ogni cosa è legata all’altra da quel sottile filo di concatenazioni che rendono unità e armonia nel mondo.
Ma la frenesia di conquista del suo nordest rendeva il poeta inquieto, irrequieto. La sua inerme battaglia era la nostalgia. Non il ritorno a forme antiche di civiltà basate solamente sui ritmi della natura, ma a una presa di coscienza del limite. Corriamo appesi alla fune di un “progresso scorsoio”, dove tutti siamo vittime e carnefici. Riecheggiando Montale aveva strofinato sale sulle ferite: “In questo progresso scorsoio / non so se vengo ingoiato / o se ingoio”. “Oggi – chiariva – siamo alla mancanza del limite e alla caduta della logica, sotto il mito del prodotto interno lordo: che deve crescere sempre, non si sa perché. Procedendo così, la moltiplicazione geometrica non basterà più ed entreremo in un’iperbole…”.
Ecco spiegata la crisi. Più che una questione finanziaria, il declino italiano è il tormento della velocità. La poesia non regge il ritmo. Sprofonda nel baratro. Così cadono i poeti, soccombono gli spiriti capaci di interpretare le cose, si perdono nel labirinto dell’indefinitezza i profeti capaci di penetrare nel cuore del malessere per buttarcelo addosso con la lama affilata del verso. In Conglomerati, il nostro tempo era per Zanzotto “un tappeto marcio di futuro” dove si aggirano “protervi spettri”, “alibi abili”, “crimini acronimi”. Il villaggio globale ci ha seppelliti di malaria, ha tolto la critica alla coscienza: “ (…) google che maligno come il sole e suo parente / tutti ci globalizza in peste”.

Indignato
Solo ne La beltà del Sessantotto egli poteva ancora interrogare il mondo, dirgli di non farci troppo male, invocare sentimenti umani, troppo umani: “Mondo, sii, e buono; / esisti buonamente, / fa’ che, cerca di, tendi a, dimmi tutto, / ed ecco che io ribaltavo eludevo / e ogni inclusione era fattiva / non meno che ogni esclusione; / su bravo, esisti / non accartocciarti in te stesso in me stesso”.
Ma in quarant’anni è mutato tutto. Il mondo si è fatto incombente. Ha superato se stesso. Il brutto ha coperto di sputi il bello. La bontà è stata ferita dalla malvagità di un tramonto, provocato, indotto. E chi lo cerca più il bello? Chi lo sa raccontare? Chi lo riesce a sollevare dalla polvere della storia diventata tromba d’aria, tempesta, uragano, o peggio ancora, un deserto nichilista?
Ci siamo aggrappati al suo scudo di cartone, alla sua flebile voce, simile a quella di un curato di campagna, che guarda sconsolato il cielo farsi tenebroso, nei giorni del raccolto. Un poeta senza alcuna corazza: “L’uomo sta ribollendo nel proprio enigma, e la poesia non può dare che dei lampi di ‘consolazione’”.
L’indignazione lui l’ha sfoderata subito, l’ha percepita quando ancora molti non la intendevano nemmeno. L’Italia era per lui “un Paese dominato da una volgarità fatua e rissosa, inserito senza troppa coerenza e convinzione tra un’Europa invecchiante e le esplosioni demografiche vicine. Come dire che siamo sospesi tra un mare di catarro e un mare di sperma…”. Fra la morte e la speranza, fra l’oggi che non feconda più nulla e il domani di un altro mondo fatto di navi cariche di migranti.
La politica si è ridotta a essere “un banalissimo e torvo teatrino con una classe dirigente che si è autosqualificata facendo collassare le stesse strutture dello stato, per il prevalere di una corruzione che ha coinvolto interi ceti, di una classe che ha di fatto osteggiato l’opera di veri e propri eroi lasciati soli contro i pidocchi mafiosi, che anzi vennero distribuiti a metastasi in tutte le regioni”.
E quando Napolitano ha affermato chiaro e forte che la Padania non esiste, lui applaudì con forza dal di dentro di una convinzione che nacque fin dalle prime boutade del separatismo leghista. Lo ha ribadito qualche giorno fa su “La Stampa”: “La Padania non esiste, il popolo padano neppure. Questa è una storia più che ventennale di equivoci e spettri. La riaffermazione di Napolitano potrà darci il senso di una tregua. E sono convinto che piano piano questo fantasma sparirà”.

Fedeltà alla terra
Zanzotto ha parlato. Ha affermato i valori di una sua fedeltà alla terra. Veniva da lontano. Ha vissuto per la parola, ma la parola ha urlato la libertà. Il suo antifascismo, che gli aveva trasmesso il papà, ha fuso militanza e scrittura. Poi venne la poesia con l’ingresso totale su proscenio dei grandi cantori del Novecento (già nel 1951 vinse il premio San Babila per gli inediti con la giuria di Ungaretti, Quasimodo. Montale, Sinisgalli, Sereni). Si misurò con il pensiero (conobbe Ernest Bloch nel 1964), collaborò con Fellini, vinse prestigiosi premi fino ad essere in lizza per il Nobel. Rimase aderente alla terra fino all’ultimo respiro. Voleva una giardino e non un conglomerato di tubi. Eppure anche il suo paese, Pieve di Soligo gli sembrava oramai una piccola metropoli, una Los Angeles in miniatura.
Anche l’utilizzo del dialetto aveva la funzione di tenerlo attaccato alle radici, al linguaggio infantile, che egli definì del “petél” in una straordinaria e per certi versi unica combinazione di ritmi e di linguaggi.
Ma il progresso scorsoio aveva succhiato tempo al tempo. Lui la sua storia se l’era fatta. Novant’anni erano sufficienti per dover chiedere il passaporto degli esuli. E ritornare bambini. Uno dei poeti che ha amato di più è stato Hölderlin. Lo ricordava spesso citando questi versi “Quando ero fanciullo / un dio spesso mi salvò / dall’affanno e dai rumori degli uomini”.

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