AMBIENTE

La maledizione della diossina

Taranto: contaminato il mare e il territorio, un’economia in ginocchio.
In rivolta cittadini e associazioni.
Alessandro Marescotti

Nello scorso mese di gennaio il Fondo Antidiossina Taranto e PeaceLink hanno presentato uno studio esplosivo sulla contaminazione da diossina delle cozze di fondale e di altri frutti di mare prelevati nel Mar Piccolo di Taranto.
La conferenza stampa è stata al centro di infuocate polemiche perché, per la prima volta, venivano rese note analisi di laboratorio che evidenziano una concentrazione di diossina talmente elevata da costituire motivo di forte preoccupazione.
Le analisi commissionate dalla Asl di Taranto all’Istituto Zooprofilattico di Teramo hanno confermato pienamente l’allarme del Fondo Antidiossina Taranto e di PeaceLink. E se a gennaio i livelli di contaminazione erano di 13,5 picogrammi per grammo di peso fresco (il limite di legge è 8), a luglio e agosto si è arrivati a superare i 18 picogrammi. Parliamo di diossina e pcb (policlorobifenili), entrambi cancerogeni.
La magistratura ha avviato indagini e le autorità sanitarie hanno dovuto prendere atto che una fetta molto importante del mare di Taranto (il “primo seno” del Mar Piccolo) è gravemente contaminata. Tonnellate di cozze sono state distrutte.
Questa è solo l’ultima tappa di una lunga azione di ricerca e denuncia che è iniziata nel 2005 quando PeaceLink ha scoperto che il 30,3% della diossina industriale italiana censita nel registro Ines (Inventario Nazionale delle Emissioni e Sorgenti) proveniva dall’Ilva di Taranto. Negli anni successivi, a livello nazionale, le fonti industriali emissive della diossina erano diminuite mentre a Taranto no, tanto che in un dossier del maggio 2007 PeaceLink calcolava al 90,3% la quota della diossina industriale italiana emessa a Taranto. Ciò spinse la Regione Puglia a chiedere i primi controlli sul camino E312 dell’Ilva, il più grande camino d’Europa. Le analisi confermarono la gravità della situazione. Anzi, accertarono una quantità annua di emissioni fino a 172 grammi quando, invece, l’Ilva ne dichiarava 93 sulla base di dati di stima.

Il formaggio e le pecore
L’anno successivo PeaceLink ha portato un pezzo di pecorino tarantino in un laboratorio specializzato che ha riscontrato una concentrazione di diossina superiore ai limiti di legge.
Nel marzo 2008 in una conferenza stampa venivano diffusi i dati. PeaceLink ha presentato contemporaneamente un esposto alla Procura di Taranto.
La Asl ha confermato i dati di PeaceLink, avviando controlli a tappeto. Diversi allevamenti di pecore e capre vicini all’area industriale di Taranto sono stati abbattuti. La Procura ha avviato un’indagine sull’Ilva.
Nel formaggio fatto analizzare da PeaceLink i livelli di diossina erano risultati pari a 4,28 picogrammi per grammo di grasso, rispetto a un limite di 3 picogrammi consentito dalla legge. La somma delle diossine e dei Pcb (policlorobifenili) riscontrata nel formaggio era di 19,5 picogrammi contro un limite di legge pari a 6 picogrammi. I successivi dati della Asl sono risultati ancora peggiori. Tanto che che la Regione Puglia ha ordinato la sistematica distruzione di tutti i fegati ovini per evitare che arrivassero sulle tavole dei consumatori.

Vietato pascolare giocare fare il bagno
La Regione ha disposto anche il divieto di pascolo libero in zone incolte per scongiurare la contaminazione da diossina di altri capi di bestiame.
Nel quartiere Tamburi (il quartiere tarantino più vicino all’Ilva) è stato fatto divieto ai bambini di giocare nei giardini. Troppi pcb e berillio.
Nel Lungomare di Taranto, che negli ultimi due anni era apparso pulito e cristallino dopo la chiusura degli scarichi fognari, l’Ispra (l’ente tecnico del Ministro dell’Ambiente) ha riscontrato una contaminazione da metalli pesanti nei sedimenti del fondale.

Aria avvelenata
L’aria che i cittadini respirano non è certo invidiabile. Quest’anno è stato registrato uno sforamento dei limiti di legge del PM10 (le polveri sottili) nel quartiere più vicino all’Ilva.
E poiché sforava anche il benzo(a)pirene (un potentissimo cancerogeno), il governo nell’agosto del 2010 ha deciso di eliminare con il dlgs 155/2010 il limite massimo per questo inquinante. Anche quest’anno il benzo(a)pirene probabilmente sforerà il limite di legge; va detto che, anche se quel limite non c’è più, per fortuna è stato reintrodotto (anche se con norme meno cogenti) da una normativa regionale. Ogni bambino respira inquinanti cancerogeni per l’equivalente di 1000 sigarette l’anno nella zona abitata più vicina all’Ilva.

Ilva autorizzata
Il governo ha recentemente concesso all’acciaieria Ilva l’autorizzazione a produrre per i prossimi anni, ignorando le osservazioni tecniche dei cittadini presentate nell’ambito del procedimento AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) e ignorando lo stesso rapporto del NOE (Nucleo Operativo Ecologico) dei Carabinieri che, clamorosamente, invocava il sequestro di alcuni impianti.

I cittadini di Altamarea
A Taranto il coordinamento Altamarea ha mobilitato 20 mila persone e ha portato all’approvazione e all’applicazione nel 2009 della legge regionale antidiossina, con investimenti da parte dell’Ilva per ridurre le emissioni di questa sostanza cancerogena.

Sottosuolo contaminato
Ma quest’anno la diossina ha già sforato sistematicamente il tetto di 0,4 nanogrammi a metro cubo fissato dalla legge regionale, per cui si prevedono sanzioni per l’Ilva.
La situazione del sottosuolo dell’area industriale non è meno preoccupante. Nella relazione sui dati ambientali dell’area di Taranto, l’Arpa Puglia evidenzia in grassetto: “Nonostante ripetuti solleciti delle Conferenze di Servizi ad attuare con urgenza gli idonei interventi di MiSE (Messa in Sicurezza di Emergenza) della falda, ad oggi non risultano attivate misure in tal senso né risulta pervenuta documentazione relativa ai progetti di bonifica dei suoli e delle acque. Nell’area Belleli le acque di falda risultano contaminate in maniera diffusa da arsenico, nichel, selenio, idrocarburi totali, fluoruri, solfati e in forma puntuale da IPA”.

I costi delle bonifiche
Quanto viene a costare una bonifica di una città con intere aree di mare, sottosuolo e suolo contaminato da diossina, pcb, metalli pesanti e inquinanti assortiti? Taranto, la città più inquinata d’Italia, costituisce l’esempio di un’industrializzazione i cui costi esterni non sono stati quantificati. Ma per risanarla occorrerebbe fermare la missione militare in Afghanistan e in Libia, riconvertendo le spese di guerra in spese di risanamento ecologico.

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