ECONOMIA DI GIUSTIZIA

La minaccia delle privatizzazioni

Siamo tutti un po’ più poveri. Ma perché lo spread o il Pil devono determinare importanti scelte politiche e decidere così le sorti del mondo?
Giancarla Codrignani

Premessa: cerchiamo di capire l’imprevedibilità delle cosiddette evoluzioni di sistema da un punto di vista italiano, anche se la crisi è globale. L’Italia, sempre giudicata provinciale per l’arretratezza degli stessi meccanismi istituzionali, in realtà si avvale – e pertanto è rimasta nel G7 e G20 – del risparmio privato: perfino le banche non hanno ceduto ai titoli tossici come altri Pae-si e le speculazioni edilizie non sono finite solo in bolle pagate dai contribuenti. Si comprende così la tragica insipienza del governo Berlusconi che ha compromesso tutto. Speriamo, dunque, e ragioniamo sulle prospettive, anche se nessuno è in grado di garantirne le sorti.
A prescindere dai desideri, troppo spesso economia e giustizia non convivono. Tanto meno ai nostri giorni, da quando la finanza ha avuto partita vinta sull’economia e il denaro è la prima delle merci che ogni giorno viene scambiato sul web. Ce ne accorgiamo, come per le guerre, troppo tardi...
Le politiche liberiste, nemiche di regole e controlli, hanno imperversato nel mondo globalizzato dai tempi della signora Thatcher, producendo conseguenze sfuggite agli occhi dell’opinione pubblica nei loro nessi di cause e di effetti. La più grave è l’allargamento della forbice fra ricchi e poveri, sia Paesi, sia individui, un’anomalia tendenziale in grado di estendere la crisi alla democrazia. L’Italia, Paese “colpevole” di aver attentato alla sicurezza dei Paesi dell’euro e di non aver saputo né voluto fare politica di sviluppo neppure con la lotta all’indebitamento e all’evasione, paga l’errore di aver eletto tre volte un Cavaliere straricco e affamato di potere personale. Oggi le restrizioni pesano sui ceti meno abbienti dei licenziati, dei cassintegrati, dei precari, mentre i ceti medi stanno per entrare nell’occhio del ciclone. Dopo i tagli ai servizi sociali operati dai Comuni privati dei finanziamenti e indotti alle tassazioni locali, è seria la minaccia di privatizzazione della scuola e della sanità pubblica.
L’Occidente si è illuso di un accrescimento costante del benessere che, a causa di strumentalizzazioni politiche avventuristiche e di ubriacature mediatiche, si è rivelato fittizio e ha reso i cittadini meri consumatori. Vent’anni fa i pensionati investivano la liquidazione in titoli e controllavano sul Sole24Ore l’andamento della Borsa; oggi i figli hanno “bisogno” di due telefonini e un Ipad, nonostante siano Neet (No Education, Employment, Training: niente scuola, lavoro o formazione). Produce sconcerto rendersi conto che l’istruzione scolastica arriva ai 14 anni: i giovani rappresentano al massimo la generazione digitale, ma non sanno prevenire i danni ai loro diritti, ormai bypassati da “emergenze improvvise”.
Intanto sono continuate spese di bilancio negative – e bene fa, come sempre, Pax Christi a sostenere le campagne contro gli sprechi della Difesa e il mercato degli armamenti – mentre la stessa Fiat è al lumicino. Sopravvive la Ferrari, attiva mentre crollano le utilitarie: a dimostrazione che anche in Italia il liberismo ha prodotto non solo i Montezemolo, ma decine di migliaia di persone che guadagnano oltre dieci o ventimila euro al mese.
Costoro, insieme con i super-ricchi, condizionano ormai le scelte della politica.
Nessuno si sta rendendo conto che, di conseguenza, sta cambiando la qualità della rappresentanza istituzionale: il populismo è riuscito a screditare “tutti” i partiti e “tutti” i politici, puntando piuttosto su singoli individui: in breve potrà competere solo chi è in grado di sostenere le spese elettorali – dalle primarie alle amministrative e alle politiche – e di reinserirsi, dopo il mandato, in attività professionali remunerate o in pensionamenti acquisiti.
Non è un caso che si sia tornati a parlare – purtroppo solo accademicamente (ormai i politici studiano poco) – di uguaglianza. Come la giustizia anche l’uguaglianza può essere un principio, perfino una virtù: ma, se non diventa politica, può venire rimossa, poi rinviata, poi omessa. Anche in questa fase della crisi, di cui anche il prossimo anno pagheremo – e, come italiani, forse faremo pagare anche ad altri – un prezzo ancora più alto, sono diventati evidenti i rischi. Bravissimi i giovani americani portatori della protesta a Wall Street, al cuore di quella finanza che ha prodotto fallimenti e ingiustizie; e Obama ne ha condiviso la denuncia. In Europa (come nel Nord Africa) l’indignazione assomiglia ancora a rabbia, reazione certamente umana quando la disperazione è vicina, ma che può accrescere le difficoltà della democrazia. Per questo i nuovi politici debbono guidare dal fallimento al rinnovo della società. Siamo stanchi e sfiduciati e stringiamo i buchi della cintura. Tuttavia la crisi deve produrre un ritorno, senza entusiasmi ma ragionevole, alla politica, che resta sempre una parola pulita se scrostiamo il fango che le è piovuto addosso. Un ottimista (un cristiano?) leggerebbe la crisi come un adeguamento di giustizia. Se tutti i milioni di euro e di dollari bruciati nevroticamente sull’altare delle borse fossero stati trasferiti ai Paesi in difficoltà, noi occidentali saremmo più poveri, ma forse meno depressi.
Adesso diventeremo più poveri: saremo meno egoisti, più solidali?

La lezione dei poveri
Mentre noi ce la vediamo con spread, debiti e tassi da onorare, non solo i popoli dell’America latina che fino a pochi anni fa ritenevamo “in via di sviluppo” hanno il Pil in crescita (4,5 dato medio), ma uno dei Paesi con le finanze più in ordine è il Gambia. Quando le crisi finanziarie possono arrivare a mettere in ginocchio anche i Grandi, la storia può sorprenderci cambiando le carte del gioco; ma noi siamo così presi da Mammona da non accorgerci dei silenzio egoista sulla Somalia, che letteralmente muore per il perdurare della siccità.
Neppure i cattolici, del cui ritorno alla politica si parla, hanno proposte concrete per risanarci dalla tabe che ha intaccato le istituzioni. La gravità del momento deve far sentire che, senza retorica, è in gioco la salvezza dell’Italia. Se dovremo accettare la compressione di alcuni diritti, non possiamo perderne anche la memoria: guai al ritorno all’assistenzialismo e al “fare la carità” (tremenda alterazione dell’impegno cristiano). Ma intanto si profilano pericolose compromissioni tra l’intervento privato e quello pubblico: la sussidiarietà non deve significare che allo Stato compete quello che il privato (a cui vanno pagate le convenzioni) non riesce a fare. Nessuno ci sa spiegare perché il privato dovrebbe erogare gli stessi servizi facendoci risparmiare. Anche in questo campo entra in gioco mammona e gli ultimi rapporti sulla povertà e l’esclusione in Italia, presentati dalla Caritas, il miglior esperto del settore, si intitolano “In caduta libera” (2010) e “Poveri di diritti”(2011). Bisogna domandarci in continuazione che cosa possiamo fare per cambiare le cose senza affidarci mai più al mago Merlino. Vale a dire: facciamoci consapevolmente politici.

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