NONVIOLENZA

Grave piaga dell'umanità

Il lungo e faticoso percorso della Chiesa verso il disarmo.
Luigi Bettazzi (Vescovo emerito di Ivrea e presidente del Centro Studi Economico – Sociali per la Pace di Pax Christi)

Il Concilio Vaticano II nella Costituzione pastorale su La Chiesa nel mondo contemporaneo – chiamata dalle prime parole latine, Gaudium et spes – affronta anche il tema della pace, che non è – afferma il n. 78 – “semplice assenza della guerra” o “equilibrio delle forze avverse” o “effetto di dispotica dominazione”, ma “opera della giustizia” e, in ultima analisi, “frutto anche dell’amore”. Parlando, quindi, della guerra, anche se non si è giunti – come molti Padri conciliari avrebbero desiderato – a una condanna pura e semplice, in nome del Vangelo, di ogni forma di guerra, e si è salvaguardata così la guerra di difesa (fosse pure anche solo difesa di civiltà, come allora veniva presentata la guerra americana in Vietnam, quasi – come affermava in Concilio l’arcivescovo di New York – “difesa della civiltà cristiana” contro il comunismo), si è però arrivati a condannare quella che allora era chiamata “guerra totale” e veniva indicata con le prime lettere dell’alfabeto (ABC, cioè atomica, biologica, chimica), che porta alla “reciproca e pressoché totale distruzione delle parti contendenti, senza considerare le molte devastazioni che ne deriverebbero nel resto del mondo e gli effetti letali che sono la conseguenza dell’uso di queste armi”.
Seguono, quindi, le parole di condanna (ed è la sola esplicita condanna del Concilio, che papa Giovanni aveva indetto come “pastorale”): “Questo sacro Concilio, facendo proprie le condanne della guerra totale già pronunciate dai recenti Sommi Pontefici, dichiara: ogni atto di guerra, che mira indiscriminatamente alla distruzione di intere città o di vaste regioni e dei loro abitanti, è delitto contro Dio contro la stessa umanità, e va condannato con fermezza e senza esitazione” (n. 80).
La Gaudium et spes aggiunge subito (n. 81) la riflessione sulla corsa agli armamenti, fatta non solo in vista di guerre, ma anche per “dissuadere eventuali avversari dal compiere atti di guerra”. Si osserva che tale cosa non solo minaccia di aggravare gradatamente le cause di guerra, ma “mentre si spendono enormi ricchezze per la preparazione di armi sempre nuove, diventa poi impossibile arrecare sufficiente rimedio alle miserie così grandi del mondo presente”. Segue, quindi, una condanna equivalente: “È necessario, pertanto, ancora una volta dichiarare: la corsa agli armamenti è una delle piaghe più gravi dell’umanità e danneggia in modo intollerabile i poveri; e c’è molto da temere che, se tale corsa continuerà, produrrà un giorno tutte le stragi, delle quali va già preparando i mezzi”.
La riflessione era allora particolarmente attuale per la tensione tra USA e URSS, ma – come ricorda La Valle nel Dizionario di teologia della pace – riprendeva l’intuizione iniziale della Carta fondativa dell’ONU, che all’art. 26 parlava della “disciplina di armamenti” invitando a ridurre al minimo “il dispendio delle risorse umane ed economiche per gli armamenti”. Essa aveva anche previsto – all’art. 47 – un “comitato di Stato maggiore militare per consigliare e coadiuvare il Consiglio di Sicurezza non solo per l’impiego e il comando di forze armate, ma anche per la disciplina degli armamenti e l’eventuale disarmo” (comitato che non è mai stato costituito: e il Tribunale permanente dei popoli, nel 1995, afferma che era “uno dei tanti e dei più gravi casi di mancata applicazione del diritto internazionale”).

Armi nucleari e chimiche
L’ONU indisse anche periodici convegni sulla pace e il disarmo (a quelli del 1978 e del 1982 ebbi l’onore di rappresentarvi Pax Christi, a nome della quale – nel 1982 – riuscimmo a far parlare mons. Helder Camara!). Si era giunti a limitare e controllare la produzione e l’uso degli armamenti nucleari e degli armamenti chimici, ma con l’impressione che si volessero solo bloccare nuove iniziative, a vantaggio di quelle già esistenti, senza peraltro risolvere il grave problema delle scorie radioattive e dell’utilizzazione occulta degli armamenti interdetti.
Ed è pur sempre vero che le armi prodotte e vendute inducono poi alla convenienza di usarle, e in qualche modo alimentano le guerre, ammonivano già i vescovi giapponesi, nell’anno 1983 in cui molti episcopati (dopo quello statunitense per sollecitazione dei molti vescovi americani iscritti a Pax Christi) scrissero lettere pastorali sulla pace: “Smettete di costruire armi, perché le armi, una volta costruite, vanno poi utilizzate”, ed erano memori che la fine della seconda guerra mondiale, già chiesta dall’imperatore, era stata protratta per potere sperimentare due tipi di bombe atomiche, una a Hiroshima e una a Nagasaki.
Il disarmo, che si manifesta così come un preambolo naturale alla pace, diventa allora un impegno morale per un cristiano. Se infatti le religioni, che portano l’essere umano a riconoscere Dio creatore e padre di tutti gli uomini e quindi fonte di fraternità tra tutti gli esseri umani (e fu la grande intuizione che portò Giovanni Paolo II a invitare tutti i rappresentanti delle religioni ad Assisi nel 1986 e che ha portato Benedetto XVI a rinnovare l’esperienza nel 2011, aggiungendo, ai rappresentanti delle religioni, quelli dei non credenti di buona volontà) sono chiamate a essere coscienti e operose per un loro impegno di pace, dovranno allora farsi promotrici di un progressivo disarmo che, pur nella tolleranza di armamenti sufficienti a svolgere le operazioni di polizia mondiale, cioè di controllo di terrorismi e di violenze locali, cessino dalla ricerca e dalla produzione di armamenti sempre più raffinati, utili per guerre di conquista e di dominio, ma superflui per le attività di controllo. Per di più, il demandare agli organismi internazionali – in particolare all’ONU – questa attività per l’ordine mondiale, renderebbe inutili e superate le rincorse tra i produttori di armamenti per ottenere nuove commesse, e permetterebbe così di dirottare queste ingenti somme per operazioni di umanità e di pace.

Verso il disarmo unilaterale
Certo, ci vogliono decisioni impopolari e anche difficili, perché le industrie produttrici di armi sono potenti e capaci di influire in molti modi sui responsabili della politica. Penso alla nostra Italia, dove nel 1990 fu fatta una legge per il controllo del commercio internazionale delle armi, con divieti nei confronti di Paesi in guerre o violatori del diritto internazionale; tale legge, che non ha fermato il commercio verso il Sud del mondo, tende a venire scavalcata: ancora oggi, in tempi di crisi e di logorio sul piano della sanità, delle industrie, della scuola, delle famiglie, si impegnano miliardi per costruire nuovi aerei cacciabombardieri, quindi armamenti d’attacco, oltretutto contrastanti con la nostra Costituzione, che all’art. 11 “ripudia la guerra”. È proprio questo il campo d’azione che gli uomini di buona volontà devono saper percorrere per essere sinceri operatori di pace. Penso a quanto viene ribadito il dovere per i cattolici di difendere i “valori non negoziabili”, di cui è primario quello della vita; ma se questo li impegna a contrastare ogni forma di aborto e di eutanasia, deve impegnarli non meno a contrastare la guerra e, quindi, a fare opera di persuasione dell’opinione pubblica a bloccare ogni ulteriore produzione di armi e a preparare un progressivo, efficace disarmo, spingendo contemporaneamente a favorire ogni iniziativa che possa sviluppare azioni diplomatiche in grado di affrontare e risolvere i problemi al di fuori della violenza armata. Se questo è il compito di ogni uomo di buona volontà, che segua l’itinerario di un ragionamento orientato al bene comune, lo è tanto più per il cristiano chiamato a vivere la carità nella verità (cfr. Caritas in veritate), di una verità che ha un suo vertice assoluto (Dio è amore), ma che si articola nella concretezza delle situazioni di ogni giorno.
Viene da concludere con una recentissima esortazione del cardinale americano Mahony a un seminario sugli arsenali nucleari (cfr. Osservatore Romano del 2-3 novembre 2011) “a non abbandonarsi al peccato della disperazione, nella convinzione che non si potrà mai sfuggire alla difficile situazione nella quale si trova l’umanità, ma ad abbracciare la virtù della speranza”.

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