NONVIOLENZA

Pace ed empatia

A cinque anni dalla morte del più grande giornalista di tutti i tempi. Kapuscinski: la pace, la nonviolenza, le relazioni con “l’altro”.
Francesco Comina

Sono passati cinque anni dalla morte del grande reporter polacco Ryszard Kapuscinski. Se n’è andato senza tanto preavviso il 27 gennaio del 2007 nella sua Varsavia. L’ultimo viaggio lo fece a Bolzano, nell’ottobre del 2006, invitato dal Centro per la Pace per un omaggio all’uomo, al testimone e allo scrittore. Fu un evento storico per l’Alto Adige, “una terra – aveva più volte affermato – che rappresenta una possibile germinazione di un mondo riconciliato, dove le differenze possano crescere e valorizzarsi l’una con l’altra”. Pose il tema dell’altro al centro della riflessione.

L’immersione nell’altro
Il giornalista deve essere come Lévinas, disse, un uomo imprigionato dall’altro, che si mette sulle sue tracce, ne racconta i dolori, i problemi, le gioie, condivide con lui il destino e il tempo. Senza un’immersione totale nello spazio dell’altro, oggi non è possibile raccontare la storia del mondo, non è possibile fare giornalismo. Solo un uomo di pace può essere un buon giornalista. Il giorno dopo, insieme a un gruppo di giovani, salì sul Renon, un promontorio che si estende sopra Bolzano circondato dalle catene più belle dell’Alto Adige, per scoprire la casa e i luoghi dove visse, negli anni Venti, un suo grande maestro, l’antropologo polacco Bronislaw Malonowski.
Kapuscinski ha trasferito nel concreto l’etica dell’alterità, come ci è stata trasmessa dai pensatori del Novecento. La prima fonte del suo giornalismo sono “gli altri”: “Devo vivere fra le persone, mangiare con loro, fare la fame con loro. Voglio diventare parte del mondo che descrivo, immergermici e dimenticare ogni altra realtà. Quando sono in Africa non scrivo lettere né telefono a casa. Il resto del mondo svanisce … Ho bisogno di illudermi, sia pur fuggevolmente, che il mondo dove mi trovo in questo momento sia l’unico esistente”.
Ha imparato il mestiere di giornalista sul campo. Negli anni Cinquanta ha iniziato a viaggiare nel mondo come corrispondente dell’agenzia polacca PAP con cui ha lavorato fino al 1981. Le sue avventure sono incominciate subito con i primi resoconti dall’India e dalla Cina. Ricorda di essere stato catapultato in un mondo che non conosceva assolutamente. Ecco il battesimo della Realtà, la signora molto stravagante che ci siede accanto nei nostri giorni e nelle nostre notti. La vita gli si è spalancata davanti con le sue enormi contraddizioni. Senza telefono, senza computer, senza fax, il giovane reporter raccoglieva le notizie attraverso il canale più sicuro, quello delle relazioni umane.

Tra studi e viaggi
Viaggiare è il suo modo di vivere. Conoscere è il motore delle sue giornate. Studiare fa parte della sua natura. I libri sono i compagni di viaggio più fedeli: “Leggo tantissimo. Studio la storia. Mi interessano i grandi storici come Gibbon, Mommsen, Ranke, Michelet, Burckhardt, Toynbee. Poi viene la filosofia, la mia grande passione. Mi sento molto vicino all’esistenzialismo. Due sono i filoni degli scrittori che considero importanti. Da una parte la tradizione romantica di Hemingway, Saint-Exupéry, di Cechov e di Conrad. Dall’altra, autori quali Thomas Mann, o Marcel Proust…”. Ma anche la poesia, la musica, l’arte. Kapuscinski ha raccontato la complessità africana dal basso. Ha vissuto nelle baracche dei miserabili, nelle tende del deserto algerino, nei villaggi ugandesi dove ha rischiato di morire di malaria cerebrale, ha tremato, insieme al popolo, nei giorni del colpo di Stato militare del 1966 in Nigeria, ha raccontato la storia drammatica del Ruanda finita in un bagno di sangue nel 1994, ha descritto i colori dell’Eritrea sconvolta da decenni di guerra con la vicina Etiopia: “L’europeo di passaggio in Africa – scrive in Ebano – di solito ne vede solo una parte, ossia l’involucro esterno, spesso il meno interessante e forse anche il meno importante. Il suo sguardo scivola sulla superficie senza penetrare oltre, quasi incredulo che dietro a ogni cosa possa nascondersi un segreto e che questo segreto pervada le cose stesse”.
Non manca l’America Latina. I piedi del reporter hanno attraversato molti Paesi lungo tutti gli anni Sessanta e Settanta. È stato il periodo più duro per alcuni Stati, sottoposti alla violenza di feroci dittature. Kapuscinski ha raccontato la guerra fra Salvador e Honduras, ricordata come la “guerra del calcio” perché scoppiò durante le qualificazioni per i mondiali del Messico del 1970. La guerra durò una settimana, dal 14 al 20 luglio 1969. Il Salvador, che sta sul Pacifico, ambiva a conquistare l’Honduras che sta sull’Atlantico. In tal modo il piccolo Salvador si sarebbe trasformato di colpo in una piccola “potenza” sui due Oceani. “I piccoli Stati del Terzo, del Quarto e di tutti gli altri mondi possono sperare di suscitare qualche interesse solo quando decidono di spargere sangue. Triste ma vero” è l’amara considerazione di Kapuscinski in La prima guerra del football e altre guerre di poveri. E c’era in Iran nel 1979 quando cadde l’ultimo scià di Persia, Mohammed Reza Pahlevi, salito al trono nel 1953 grazie al sostegno americano. Fu l’inizio di una lunga monarchia fondata sul culto della personalità e sulla repressione feroce di ogni opposizione. Quando il carisma di Reza entrò in crisi, l’ayatollah Khomeini apparve dall’esilio francese come l’unico leader in grado di risarcire l’orgoglio ferito di un popolo di umiliati.
Ha attraversato l’impero sovietico in sfacelo viaggiando per quarantamila chilometri. Ha riportato alla luce i ricordi delle persone semplici, grazie alle quali ha ricostruito la grande storia senza preoccuparsi troppo di analizzarla secondo categorie ideologiche. Ha scavato sotto la polvere delle rivoluzioni, ha cercato di intraprenderne il senso facendosi aiutare dalle analisi degli scrittori che hanno rappresentato quel coacervo di tensioni politiche e culturali: “L’Occidente, affascinato ma anche spaventato dalla Russia – afferma Kapuscinski nel chiudere Imperium – è sempre pronto a venirle in aiuto, se non altro per assicurarsi la pace. L’Occidente può anche dire di no a tutti, ma alla Russia dirà di sì”.
Kapuscinski è passato attraverso questi grandiosi rivolgimenti con la semplicità di un uomo assetato di sapere cosa sta accadendo. Si è lasciato alle spalle le letture di parte, ma, nel momento in cui sprofondava nella realtà, sapeva da che parte stare: ha fatto parlare le vittime, gli oppressi, i dannati della terra. Sono i poveri travolti dalla storia che indicavano, di volta in volta, al giornalista come va il mondo. La sua capacità è stata solo quella di selezionare le informazioni e di raccontare quello che gli altri vivevano sulla propria pelle: “La mia curiosità mi spinge continuamente in giro per il mondo. Non esiste un luogo sulla terra dove mi sentirei di dire: ‘Voglio restarci per sempre’… In qualche modo siamo tutti nomadi e sempre più lo diventiamo”.
Il viaggio, allora, è un movimento di ricerca, un andare alla ricerca di sé nell’incontro con altri. Come era nelle intenzioni del grande Erodoto di Alicarnasso, l’autore greco delle Storie, che Kapuscinski considera come il padre e il precursore di un genere di scrittura: il reportage. È il primo a rendersi conto della molteplicità del mondo e a esprimere il desiderio di comprendere qualcosa della varietà di luoghi, volti, tempi dell’umanità.
In viaggio con Erodoto è il racconto di un’avventura alla ricerca degli altri. Kapuscinski si identifica con il suo precursore e tenta di rileggere la sua storia di giornalista secondo l’insegnamento dello scrittore greco: “Ma come faceva Erodoto, essendo greco, a sapere che cosa narrassero i lontani persiani, i fenici, gli abitanti dell’Egitto e della Libia? Recandosi di persona in quei Paesi, interrogando, osservando e raccogliendo dati in base a ciò che vedeva e che la gente gli raccontava… Più leggevo Erodoto, più scoprivo in lui un’anima gemella. Che cosa lo aveva indotto a muoversi, ad agire, a intraprendere lunghi viaggi e spedizioni rischiose? Probabilmente la curiosità del mondo, il desiderio di esserci, di vedere e di sperimentare tutto di persona. Una passione del genere è rara a trovarsi”.

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