NONVIOLENZA

Il volto del Dio liberatore

Dall’immagine violenta e guerriera dell’Antico Testamento al disegno d’Amore realizzato in Gesù. Bibbia e nonviolenza: una convivenza impossibile?
Lidia Maggi (Pastora battista, teologa)

È possibile parlare di nonviolenza a partire dalla Bibbia? Non è forse proprio la Bibbia, e in particolar modo l’Antico Testamento, uno dei testi più sanguinari della letteratura mondiale? La stessa vicenda di Gesù ruota intorno a un gravissimo fatto di sangue, una giustizia sommaria che porta alla tortura e alla morte di un innocente.
Nella Bibbia troviamo guerre, stupri, omicidi e genocidi. Che ci sia violenza nelle Scritture Sacre è visibile anche ai non addetti ai lavori. E questo si potrebbe anche tollerare, se il Dio biblico prendesse definitivamente le distanze dal male e dalla violenza. Invece, persino il protagonista divino del racconto, almeno, a tratti, sembra così coinvolto nel conflitto da assomigliare più a un guerriero che a un giudice di pace.
È Dio che nel mito antico del diluvio reagisce al male e alla violenza umana programmando una strage, bombardando il cielo fino a sommergere l’intera crea-zione nelle acque mortali. E nell’Esodo, lo stesso Dio liberatore, che si indigna di fronte alle oppressioni di un regime ingiusto, non esita a uccidere i primogeniti degli egiziani per raggiungere il suo scopo.
Le immagini belliche del Dio biblico, particolarmente presenti nell’Antico Testamento, hanno spinto numerosi pensatori a rigettare buona parte del canone biblico, preferendo il Nuovo Testamento, fino a teorizzare una vera rottura tra i due testamenti.
Le riserve cristiane di fronte alle Scritture ebraiche sono ben sintetizzate dal teologo Adolf von Harnack: “Rifiutare l’Antico Testamento nel II secolo fu un errore che la grande chiesa giustamente non commise. Mantenerlo nel XVI secolo fu un destino a cui la Riforma non poté ancora sottrarsi. Ma conservarlo nel XIX secolo come documento canonico nel protestantesimo è la conseguenza di una paralisi religiosa ed ecclesiastica”.
Questa presa di distanza dal Dio dell’Antico Testamento è dettata anche dal desiderio di risolvere il nostro problema. Infatti, secondo questa interpretazione, la violenza biblica è definitivamente superata dagli insegnamenti del Vangelo che mostrano il volto nonviolento di un Dio disarmato, rivelato da Gesù. Il Cristo, piuttosto che combattere gli avversari, si consegna inerme ai suoi aguzzini. In questo modo viene proposta una lettura evolutiva del racconto biblico: da un Dio “arcaico”, “primitivo”, guerriero e monarca, all’autentico volto divino apparso in Gesù Cristo. Quest’ultimo è amore, dedizione incondizionata. Non reagisce al male, ma lo subisce, senza ribellarsi.
Questa teoria, che ha attraversato l’intera storia del Cristianesimo, soprattutto negli anni Trenta dello scorso secolo ha trovato largo seguito tra i pensatori cristiani. Sorta per sottrarre Dio alla violenza, essa non ha prodotto buoni esiti. La denigrazione del Dio di Israe-le è stata messa a servizio dell’ideologia nazista per motivare la persecuzione e lo sterminio degli ebrei.
Al di là degli usi strumentali che tale filone di pensiero ha subito, sembra in ogni caso una semplificazione quella di liberarci dell’Antico Testamento per risolvere i nostri disagi verso la violenza lì narrata.
La visione progressista, che vede la formazione della fede biblica come un processo lineare, di tipo evolutivo, può tranquillizzare e risolvere lo scandalo della violenza, ma al prezzo di rinunciare a fare i conti con la complessità delle Scritture e con i processi pedagogici che la pluralità del racconto biblico suscita nel lettore.

Scuola di dialogo
Perché la Bibbia è uno strano libro, composto da tanti testi, scritti in epoche diverse, differenti per genere letterario, contenuti e forme. Questo libro poliedrico, che passa dal mito alla poesia, dalla cronaca alla visione, non si presenta, però, come un’antologia. Non assistiamo, cioè, a una pluralità dovuta alla giustapposizione di testi eterogenei. Chi frequenta il mondo biblico entra in dialogo con autori che discutono tra loro, suggerendo sguardi sempre più profondi e complessi su Dio, la vita, il bene, il male, la giustizia e la felicità. Le risposte alle grandi domande di senso non sono mai definitive. La Scrittura non è un manuale, un prontuario contenente le norme morali che permettono di camminare nella giustizia. Indicazioni etiche vengono date, ma all’interno di processi decisionali complessi, di storie nelle quali si arriva a intuire la direzione attraverso il conflitto. La verità non è racchiusa nell’affermazione lapidaria, ma nella discussione, nel processo narrativo. E lo stile narrativo, l’architettura del Libro, indicano già uno stile di vita. La fede biblica è dialogica, aperta ad accogliere i tanti punti di vista, senza paura della poliedricità. Questa mobilità di sguardi, capace di mettere in tensione punti di vista divergenti, riapre al dialogo e impedisce facili semplificazioni. E così persino il nemico storico di Israele, l’Egitto, ha il volto dell’ospite che accoglie e soccorre, proprio come accade a Giuseppe, il cui pericolo non viene da lontano, ma dai fratelli. Quando il pensiero diventa granitico e le convinzioni si trasformano in principi non negoziabili, la Scrittura parla di idolatria. L’idolo è un’immagine contraffatta di Dio, un’immagine fissa, per l’appunto.

Resistere alla violenza
Oltre al carattere polifonico e dialogico, vero e proprio antidoto ai fondamentalismi e ai fanatismi, la Scrittura affronta la violenza dell’esistenza umana, suggerendo percorsi di nonviolenza.
Essa non rimuove il lato oscuro della vita, non censura il male. Lo racconta. E nel narrarlo lo discute, lo guarda in faccia, impara a conoscerlo, a dominarlo.
Il male fa parte della vita. Questo non significa che vada tollerato. Tuttavia, per arginarlo occorre diventare consapevoli di quei meccanismi che generano violenza.
La sapienza biblica sa, ancor prima della psicanalisi, che i processi di rimozione sono pericolosi e, nei tempi lunghi, producono nevrosi e violenza. Una vita nonviolenta può esistere solo se il male non viene rimosso, negato. Per esorcizzarlo, scacciarlo, superarlo, bisogna riconoscerlo anche dentro di sé.
Non è forse questo che prova a raccontarci la Genesi, il portale d’ingresso della Bibbia, il libro in cui vengono consegnate al lettore le chiavi per aprire le tante stanze della Scrittura e soprattutto del cuore umano? Non è il mito della caduta un racconto dove siamo posti di fronte alla parola falsificata, (Dio ha veramente detto: “Non mangiate di tutti gli alberi del giardino?”), al sospetto nei confronti dell’Altro (Dio non vuole il mio bene, mi vuole fregare), alla competizione (essere come Dio), al delirio di onnipotenza e onniscienza? Già in queste prime pagine scopriamo che il male ha nomi e figure precisi.
Un libro nonviolento non necessariamente è un testo dove non compare il male. Piuttosto, dovrebbe essere il luogo che permette al lettore di ascoltarsi nel profondo per far emergere ciò che non si osa sapere. La violenza biblica ci scandalizza anche perché mette a nudo la nostra violenza e la interpella. Il male nella Bibbia è tutt’altro che mistero oscuro. Ha nomi che conosciamo: invidia, competizione, dominio, mancanza di cura, avidità. Il peccato nella Bibbia è sempre relazionale. Nel dialogo con le storie bibliche prendiamo coscienza di come alcuni atteggiamenti individuali e collettivi pervertono le relazioni e generano violenza.
Dal modo sbagliato di entrare in relazione con l’altro non è immune neppure Dio. Tutta la Scrittura, a tal proposito, è attraversata dal dibattito: quale Dio e quale fede? Il credente impara dalle Scritture che non basta credere: bisogna interrogarsi su quale tipo di fede viviamo e proclamiamo. C’è una fede che piega, schiaccia, toglie libertà e dignità, assopisce la coscienza critica e rende passivi. Quando il rapporto con Dio non produce frutti di giustizia e di libertà, il volto di Dio è deformato e la relazione genera violenza.

Sapienza della relazione
Il superamento della violenza inizia col riconoscere la piena interdipendenza della vita. Siamo creature nate per entrare in relazione: “non è bene che l’uomo sia solo”. Siamo stati pensati per la relazione, riconoscendo e rispettando l’alterità. Il limite è quel confine che ci permette di prendere contatto con l’altro: è soglia, possibilità di comunicazione. Accettare il proprio limite può essere esperienza salvifica che porta alla felicità, se si impara ad abitare con gioia quella condizione di creature in relazione con gli altri, con il creato e con Dio. Questa visione della vita, narrata dalle Scritture, è in grado di affrontare i molti fallimenti della relazione, senza disperare di trovare sentieri di senso nella storia violenta dell’umanità.
Non entriamo da conquistatori nel mondo del testo, con l’idea di civilizzare questi barbari narratori, che mettono in scena una violenza ripugnante per noi, gente illuminata. Proviamo, invece, ad abitare quel mondo, senza tirarcene fuori troppo in fretta, osando guardare in faccia quella violenza che ci attraversa. Allora, inizieremo a intuire la sapienza realistica di quel racconto, capace di tenere insieme disincanto e utopia. E mentre ne sfogliamo le pagine, potremo fare l’esperienza di essere messi a nudo da quel racconto violento che osa prenderci per i capelli e ci dice: quell’uomo sei tu!

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