PACE GIUSTA

Il Papa della Pace

Il magistero della pace e del disarmo rafforzato dalle parole di Giovanni Paolo II.
Giovanni Giudici (Vescovo di Pavia, presidente di Pax Christi Italia)

È il papa della Pace. Colui che ha definito la guerra “avventura senza ritorno”.
Nel 1991, in occasione della prima guerra del Golfo condotta dagli Stati Uniti contro l’Iraq, Giovanni Paolo II prese posizione contro la legittimazione religiosa della guerra dicendo che è assurda una guerra condotta in nome di Dio, e nel 1995 arriverà a dire che anche la Crociata Medioevale per la difesa dei luoghi santi resta un fatto dissonante col Vangelo.
Ma facciamo un passo indietro. Giovanni Paolo II, a partire dal primo incontro delle religioni ad Assisi del 1986, manifetsa la volontà di togliere ogni legittimità a guerre di religione e scontri di civiltà. La novità dirompente per cui ricordiamo oggi con gratitudine Giovanni Paolo II è contenuta nel messaggio per la Giornata Mondiale del Primo gennaio 2002, apice teologico del suo pensiero sulla pace. È un messaggio che giunse all’indomani della data spartiacque dell’11 settembre, che ha provocato un ripensamento della stessa concezione del termine guerra e che ha, in un colpo solo, messo in discussione le tradizionali vie di composizione diplomatica o istituzionalizzata delle crisi internazionali. Ebbene, in quel documento, Giovanni Paolo II si spinse ben oltre la convinzione che opera della giustizia è la pace. Egli, non solo ha ribadito che quando la giustizia è violata e ferita deve essere ristabilita, affinché possa farsi strada la pace, ma ha altresì affermato che “nella giustizia da cui dipende la pace, nella giustizia che è fondamento della pace, deve essere iscritto e contenuto il principio del perdono”. Quel messaggio, acquisito dal magistero della Chiesa cattolica, deve ora diventare patrimonio condiviso da quanti si attendono dal Magistero stesso una risposta alla forza profetica contenuta in esso, apice di ogni magistero cristiano sulla pace.

Perdono politico
Occorre fare attenzione al fatto che il Papa non proponeva il consueto invito all’esercizio della virtù personale, eroica fin che si vuole, del perdono: in questo senso la Chiesa ha sempre detto a tutti i cristiani di perdonare i nemici. Qui si chiedeva di praticare il perdono a livello politico, con la conseguente finalità della riconciliazione. Non è, dunque, soltanto un invito alla scelta personale del perdono, ma la richiesta a tutta la comunità cristiana e civile di praticare la giustizia a livello politico. In questo senso è nuovo il concetto di perdono: “Solo nella misura in cui si affermano un’etica e una cultura del perdono si può sperare in una politica del perdono e – attenzione a quello che arriva a dire – una politica del perdono che deve essere espressa in atteggiamenti sociali e in istituti giuridici nei quali la stessa giustizia assuma un volto umano”.
Le parole del Papa mi sembra che aprano lo spazio a una riflessione sui fatti di contrapposizione e di violenza vissuti in questi anni e chiamino a un confronto serrato a proposito di determinate “parole d’ordine” impartite da mass-media, da giornalisti e da uomini di istituzione in questi anni. Si deve riconoscere che vi è stata una dissennata seminagione di timori, generalizzazioni nel giudizio su culture e religioni, proprio a livello di opinione pubblica. Ciò ha generato anzitutto ansietà nella gente, ma soprattutto è stato causa di ritardi nella ricerca di soluzioni politiche per il collegamento con i Paesi del Mediterraneo e di vere tragedie come la guerra contro l’Iraq.
Esaminando la questione da questo punto di vista, ci si accorge che sarebbe necessario un coinvolgimento collettivo nella sfida di attuare una politica del perdono.
La pace, dunque, nasce dallo sforzo tenace di tutti gli uomini e le donne di buona volontà che hanno iniziato insieme un cammino lungo e arduo, ma già con primi passi visibili. Penso, ad esempio, alla Commissione per la Giustizia e Riconciliazione nel Sudafrica post apartheid; penso al cammino di perdono in atto tra ebrei e palestinesi ad opera di associazioni composte da persone che appartengono alle due comunità e che lavorano insieme per il rispetto di diritti comuni.

L’impegno delle Chiese
Consapevole che la presa di distanza dal terrorismo non era sufficiente, il Papa dichiarò che i leaders religiosi “hanno una loro specifica responsabilità. Le confessioni cristiane e le grandi religioni dell’umanità devono collaborare tra loro per eliminare le cause sociali e culturali del terrorismo, insegnando la grandezza e la dignità della persona e diffondendo una maggiore consapevolezza dell’unità del genere umano”. In questa prospettiva si inseriva la giornata di preghiera per la pace del 24 gennaio 2002 in cui i rappresentanti delle varie confessioni religiose riuniti ad Assisi, hanno stilato un Decalogo per la pace inviato anche ai capi di Stato e di governo.
Nella sua riflessione sul tema della pace, papa Giovanni Paolo II ha indicato alcune categorie di persone particolarmente sensibili alla realizzazione di un mondo riconciliato: i giovani, le donne, i cristiani.
Infatti, a partire dai frequenti richiami alla sua esperienza personale, in lui il magistero sulla pace non è mai retorico o puramente teorico, perché provoca le coscienze dei singoli a trasformarsi in operatori di pace coraggiosi e responsabili a cui assegna un ruolo di grande importanza e incisività.
In particolare, fu in occasione di uno dei primi messaggi che Giovanni Paolo II tratteggiò l’irrinunciabile ruolo delle nuove generazioni, alle cui fondamentali scelte morali è legato il futuro della pace e, quindi, dell’umanità intera.
Facendo risuonare più volte l’invito ad accantonare ogni forma di paura o sfiducia, e facendo affidamento sul grande desiderio di pace e di giustizia che caratterizza l’età della giovinezza, il Papa invita i giovani a trovare risposte vere alle domande che inevitabilmente essi si pongono: qual è la vostra idea di uomo? Che cosa costituisce la grandezza di un essere umano? E ancor più in profondità: chi è il vostro Dio?
Consapevole che le risposte a questi interrogativi segneranno l’orientamento della vita di ogni giovane e, di conseguenza dell’intera società, il Papa sollecita i suoi giovani interlocutori a non accontentarsi di un istintivo desiderio di pace, ma di renderlo “trasformato in una ferma convinzione morale, che abbraccia tutto l’ambito dei problemi umani e costruisce valori profondamente apprezzati”.

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