Uomini di frontiera

Attraversare i confini è esperienza umana ineludibile per chi si pone in ricerca. Viaggio alla riscoperta del Balducci-prete.
Andrea Bigalli

La fatica di traversare confini è chiara: non soltanto per i poveri, quando cercano di approdare a un’ipotesi di sopravvivenza, ma anche per tutti coloro che si pongono nella condizione di vivere contigui a realtà che sono al di là del proprio ambito, della propria conoscenza.
Le donne e gli uomini di confine sono quelle e quelli che transitano da universi culturali diversi, con il dono e la fatica di dover trasportare bagagli ingombranti. Quando incontriamo qualcuna di queste persone, dovremmo apprezzare il loro provocarci a conoscere e dialogare; dovremmo ringraziarle perché quasi sempre vengono considerate di disturbo e vengono accusate di seminare inquietudine, sovversione, disordine. Nel portare cose nuove, nella proposta di conoscerle, danno il senso di come invecchiano quelle che ci limitiamo ad amministrare per non cambiare noi stessi, il nostro modo di pensare: le cose vecchie o quelle che potrebbero esser valide se avessimo il coraggio di ripensarle, tornando alla radice o con il coraggio di meticciarle con ciò che nasce adesso.

Vivere i limiti
Una di queste persone, un uomo alla frontiera di sé stesso e della propria identità, è stato sicuramente Ernesto Balducci. Resiste nei suoi confronti, in molti ambienti ecclesiali, un’avversione che non si esita talvolta a definire odio. In molti casi si rimane all’accusa che gli fu rivolta all’uscita di una delle sue opere più importanti e memorabili, “L’uomo planetario”: la conclusione di questo saggio, in particolare, fu duramente contestata, interpretata come la resa di fronte alla contemporaneità nel negare l’importanza del Cristo nel piano di salvezza divino, a favore delle altre identità culturali e religiose, tutte quante capaci di condurre le persone a definire una condizione di tutela del sé, la prospettiva del non perdere quanto si è e quel che rappresenta la nostra esistenza, se esse sono capaci di restare fedeli all’autentica umanità che ognuno porta definita nella propria coscienza. La religione, che non è realmente un umanesimo, non esprime pienamente il volto divino: in ciò, in realtà, Balducci recuperava il significato fondamentale del Vangelo, leggendo il Cristo come la potenzialità più efficace del comunicarsi di Dio. E ricordando come il cristianesimo ha responsabilità enormi nella negazione dell’umano: Cristo lo si riscatta dalle infedeltà di molti suoi seguaci solo se lo si restituisce alla dimensione del Regno che ha annunciato e vissuto, il Regno di Dio in cui ogni realtà umana viene accolta e promossa, tutelata e ampliata nella bellezza che incarna. Del resto, di padre Ernesto non piaceva neanche la brutale sincerità nel denunciare i limiti e gli errori della sua Chiesa: che fu, invece, da lui sinceramente amata. Proprio perché amata, da sostenere in quella ricerca di verità che solo un autentico spirito critico, l’esercizio di un’intelligenza libera e creativa, sanno garantire. Balducci fu capace di tradurre la realtà della Parola divina in una potenzialità culturale che spesso, da parte dei credenti, viene annegata dalla mediocrità con cui la si commenta e – soprattutto – la si vive. Fu, soprattutto in questo, ma pure in molti altri aspetti, uomo fedele al Concilio. Noi fatichiamo molto a pensare che la Scrittura sia potenziale culturale, mezzo per trovare parole e concetti per comunicare l’Ulteriore, la necessarietà di ciò che ci sta sopra, e non per arrogante superiorità, ma per grandezza di amore, eternità che si comprende nella capacità di intellegire, di leggere dietro, leggere oltre.

Il valore della fedeltà
Balducci in questo fu uomo di Chiesa senza essere clericale, fu fedele alla propria comunità senza assumere la realtà di privilegio e di distanza che spesso si aggiunge a questa condizione. Un aneddoto. Giorgio La Pira propose a padre Ernesto di svolgere per lui un’attività; questi chiese perché l’avesse chiesto proprio a lui. La risposta fu; “Perché lei è il prete meno clericale che io abbia mai conosciuto”. La biografia di Balducci riporta spesso momenti in cui i suoi interlocutori furono spiazzati nel constatarlo poco organico all’immagine tradizionale che si ha di un membro del clero, dal come vestiva a come assumeva elementi culturali traducendoli in termini che fossero davvero interlocutori nei confronti del cosiddetto mondo laico. La realtà più significativa della sua opera è stata sicuramente l’omiletica, la capacità di commento alle letture liturgiche: le raccolte delle sue omelie sono un lascito prezioso. Chi lo ha ascoltato la domenica presso la comunità della Badia Fiesolana e, prima che l’arcivescovo Florit lo allontanasse da Firenze, alla Parrocchia della Madonna della Tosse, sa bene come fosse capace di affascinare con una oratoria che non era mai sfoggio di erudizione o uso di stereotipi, ma espressione dell’energia con cui la Parola si impossessa di chi la ascolta e la riflette nella dimensione della profezia. Uno dei suoi autori di riferimento, il pastore protestante Dietrich Bonhoeffer (uno dei padri della teologia del XX secolo, martire del nazismo), scrive di sognare, nella certezza dell’avverarsi, il giorno in cui la Parola di Dio sarebbe apparsa con chiarezza parola di tutti, che, al di là della fede, è capace di esprimere l’animo umano, la bellezza della sua volontà di comunicazione e di verità. Balducci era ascoltato con attenzione da non credenti e diversamente credenti, che trovavano nell’analisi della Scrittura la potenzialità di un riflettere comune, mai esclusivamente confessionale. Questa attitudine sapienziale di impronta biblica, padre Ernesto la presentava in una grande capacità di accoglienza, ascolto e consiglio. Esercitò il suo ministero anche in questa chiave, squisitamente presbiterale, di vicinanza alle persone, alle angosce e alle evoluzioni dell’umano. Capace di dialogare con i grandi personaggi della cultura che gli fu contemporanea, non perse mai il senso delle sue radici, dei suoi natali modesti ma significativi, rivendicati sempre con il sacrosanto orgoglio di appartenere a una classe che sa la grande dignità del proprio lavoro e delle proprie lotte per il diritto a una cultura che non sia solo quella borghese. Nei carteggi con Lorenzo Milani, quest’ultimo, in polemica garbata, ricordava di essere nato borghese ma di essere stato convertito dai poveri, mentre Balducci nato povero era poi transitato nella prospettiva culturale delle classi più elevate. Ma, in realtà, queste sue frequentazioni non lo resero mai organico al mondo dorato delle élites sociali e, soprattutto, clericali, che tentarono a più riprese di espellerlo dalla Chiesa. Ciò non fu mai possibile, perché Ernesto stesso non lo consentì, rimase fedele alla sua identità di prete fino in fondo, costringendo, insieme ad altri grandi uomini e donne di Chiesa, un mondo intero a valutare altri modi in cui si può essere in un’identità ecclesiale senza ridurre la propria umanità a un ruolo prescritto, preda di standard funzionali a quelle strutture di potere a cui spesso rischiano di ridursi le gerarchie. In questo – e nel suo dettato culturale e teologico – sta il mio motivo personale di gratitudine nei confronti di quest’uomo. Se a suo tempo, sono rimasto cristiano e poi, in ultima analisi, sono diventato anch’io un uomo di Chiesa (e anch’io cercando di essere un prete non clericale), a lui va il merito, se di merito si può parlare. Per il gusto e la soddisfazione con cui faccio quel che faccio, è sicuramente un grande merito: da cui deriva una grande gratitudine. In quella Resurrezione che ci ha insegnato a sperare, come grande causa della pace, stiamo attendendo di rincontrare il padre Ernesto Balducci. Chiudo citando il passaggio finale di “Il sogno di una cosa”, uno dei suoi testi autobiografici: lo dedico a tutte e a tutti coloro che restano fedeli al sogno impossibile della giustizia e della pace. E così soffrono dell’ostilità degli uomini del potere: ma così facendo, forse, conservano la loro dignità, la bellezza del loro libero pensare, servire, gioire: “Le mie radici son rimaste in quell’isola sommersa in cui presi a elaborare, attingendo alla terra dei padri, la trama simbolica del mio sogno, prima di fare i primi passi nella storia. Anche quando ho messo piede nei palazzi, fosse il Quirinale o il Vaticano, o mi sono seduto in cattedra su tribune prestigiose, mi sono sentito sempre altro, mi sono sentito guardato, mentre mi intrattenevo con la gente del potere o della cultura dominante, con un occhio segreto che mi teneva sotto controllo, impedendomi di civilizzarmi fino in fondo. E bene hanno fatto gli uomini del potere a non fidarsi di me, che sono sempre stato un cospiratore, ostinatamente fedele a un sogno impossibile”.

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