La dignità occupata

Quanto accade in Palestina e nei Territori occupati è noto a tutti. Eppure si continua ad assistere inermi alle violenze in danno di un intero popolo.
Claudia Nicoletti (esperta in diritto internazionale)

“I diritti umani e il diritto umanitario non sono negoziabili”. Così si espresse lo scorso febbraio Navi Pillay, Alto Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, a conclusione della sua prima visita ufficiale in Israele e nei Territori Palestinesi Occupati, evidenziando come la frammentazione della Cisgiordania, a causa della costruzione del Muro, della presenza di colonie, di posti di blocco e checkpoint, stesse fortemente pregiudicando il rispetto dei diritti umani, il processo di pace e di sviluppo e l’inalienabile diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese.

L’occupazione
Ai più la situazione palestinese è nota. L’occupazione israeliana della Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est, e della Striscia di Gaza dura da 44 anni con conseguenze drammatiche per la popolazione palestinese. Le discriminazioni e le violenze a danno di quest’ultima sono frequenti, così come lo sono gli appelli lanciati dalle principali organizzazioni internazionali affinché Israele rispetti i suoi obblighi internazionali. Come Potenza Occupante, Israele è vincolato al rispetto delle norme di diritto umanitario racchiuse nei Regolamenti annessi alla Quarta Convenzione dell’Aja del 1907 (di carattere consuetudinario) e nelle Quattro Convenzioni di Ginevra del 1949. A questi, si aggiungono gli obblighi contenuti nelle principali convenzioni sui diritti umani adottate dalle Nazioni Unite, quali il Patto sui Diritti Civili e Politici e il Patto sui Diritti Economici, Sociali e Culturali, entrambi ratificati da Israele nel 1991.
Nonostante questi vincoli, le politiche israeliane nei territori occupati sono spesso illegali, come dimostra il suo progetto di espansione coloniale in Cisgiordania e Gerusalemme Est. Il Segretario Generale dell’ONU, Ban Ki Moon, lo ha definito una chiara violazione di diritto internazionale e uno degli ostacoli principali per l’avvio di negoziati di pace rilevanti tra palestinesi e israeliani.
Tale politica è la fonte di una serie di sistematiche violazioni dei diritti umani della popolazione palestinese. Implicando la metodica appropriazione e distruzione di vaste proprietà palestinesi e l’adozione di rigide misure amministrative e militari essenzialmente volte a limitare la libertà di movimento dei palestinesi, la politica di colonizzazione israeliana pregiudica severamente il diritto dei palestinesi al lavoro, all’istruzione, a godere delle migliori condizioni di salute fisica e mentale che siano in grado di conseguire e il diritto a godere di uno standard di vita adeguato. A causa della presenza del Muro, dei checkpoint e numerosi posti di blocco, i palestinesi incontrano difficoltà nel recarsi al lavoro, a scuola o, ancora di più, nell’accedere all’agricoltura, al pascolo, alle risorse idriche e a servizi di base, inclusi quelli sanitari. In Area C della Cisgiordania (60% della Cisgiordania, posta sotto controllo israeliano, nda), le politiche israeliane hanno costretto intere famiglie palestinesi a trasferirsi altrove in cerca di sostentamento.
A Gerusalemme Est, le autorità israeliane hanno istituzionalizzato un regime di dominazione, oppressione e discriminazione quanto mai sistematico contro i palestinesi della città. Tale regime prevede una forte discriminazione nell’assegnazione delle risorse municipali, la confisca delle proprietà palestinesi e la conseguente demolizione, senza risarcimento alcuno per le vittime di tali provvedimenti. A causa di severe misure in materia di pianificazione edilizia e territoriale, le aree edificabili e il numero di alloggi a disposizione dei palestinesi sono in costante diminuzione, a tutto vantaggio delle colonie israeliane che continuano a espandersi incessantemente.
L’aggressiva politica di colonizzazione israeliana ha portato alla creazione di due società parallele e differenti nei territori occupati: la società dei coloni, che gode di migliori condizioni di vita e di una miglior protezione non solo legale; e la società palestinese, alla quale Israele nega, invece, anche le più basilari libertà fondamentali. L’attuazione di politiche e pratiche manifestamente discriminatorie è indicativa della volontà israeliana di stabilire e mantenere un sistema di controllo e dominazione sulla popolazione palestinese e costituisce una violazione della proibizione della pratica di apartheid.
Ai palestinesi, Israele nega pure la libertà d’espressione e di riunione pacifica, reprimendo con un uso eccessivo della forza le dimostrazioni contro il Muro e gli insediamenti coloniali che si tengono settimanalmente nei villaggi della Cisgiordania di Bil’in, Ni’lin e Al-Nabi Saleh, dove lo scorso dicembre rimase ucciso un giovane dimostrante palestinese colpito alla testa da un candelotto lacrimogeno sparato a distanza ravvicinata da un soldato israeliano. A tal proposito, il Relatore Speciale dell’ONU sulla libertà di espressione, Frank la Rue, ha esortato Israele ad assicurarsi che l’uso della forza contro i manifestanti “sia minimo e proporzionato alla minaccia” e non risulti una violazione dei suoi obblighi internazionali di rispettare e proteggere il diritto alla vita dei palestinesi.
Il rispetto del loro diritto alla vita è quanto richiedono i palestinesi della Striscia di Gaza, vittime di continui attacchi terrestri, aerei e marittimi da parte delle forze israeliane. Solo tre anni fa, l’offensiva militare israeliana Piombo Fuso provocò la morte di 1.400 palestinesi e la distruzione di migliaia d’infrastrutture civili, tra cui ospedali, scuole e moschee. La presenza di “no go zone” lungo il confine con Israele e nel mare di Gaza, fa sì che i contadini e i pescatori palestinesi siano costretti ogni giorno a sfidare il fuoco israeliano pur di guadagnarsi da vivere. Inoltre, dal giugno del 2007, Israele ha imposto un rigido blocco terrestre, marittimo e aereo attraverso il quale mantiene il pieno controllo sulla Striscia. Le autorità israeliane negano l’ingresso a Gaza di molti beni di prima necessità, medicinali inclusi, esacerbando la già drammatica situazione palestinese. Il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha riconosciuto il carattere punitivo della politica israeliana e ha affermato che il blocco di Gaza rappresenta una punizione collettiva imposta sulla popolazione palestinese da parte di Israele, in chiara violazione dei suoi obblighi come Potenza Occupante.

Prigionieri
Di punizioni collettive, tra cui anche torture e maltrattamenti, sono altresì vittime i prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Le forze di occupazione israeliana eseguono arresti e detenzioni arbitrarie a danno dei palestinesi e violano ripetutamente i diritti dei prigionieri a un equo processo, a ricevere visite familiari e cure mediche. La comunità internazionale ha spesso pubblicamente denunciato le politiche israeliane nei territori palestinesi occupati, chiedendone la cessazione immediata. Recentemente, l’Assemblea Generale dell’ONU ha adottato una serie di risoluzioni a condanna degli effetti negativi delle pratiche illegali israeliane sulla popolazione palestinese. Seppur non vincolanti, le risoluzioni richiamano Israele al rispetto dei suoi obblighi internazionali come Potenza Occupante e riaffermano che la protratta occupazione israeliana costituisce una grave violazione dei diritti umani della popolazione palestinese, tra cui l’inalienabile diritto all’autodeterminazione. Ribadendo l’importanza del diritto alla giustizia per le vittime civili palestinesi, finora troppo spesso ignorato, le risoluzioni esortano nuovamente le Alte Parti Contraenti della Quarta Convenzione di Ginevra ad assumersi le proprie responsabilità e fare tutto il possibile affinché Israele rispetti gli obblighi derivanti dalla Convenzione stessa. Tuttavia, le risolute parole di condanna restano spesso lettera morta a causa dell’incapacità della comunità internazionale di tradurre in azioni concrete i propri impegni internazionali, vuoi anche per il costante ricorso americano al veto ogni volta che, in seno al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, si discute la possibilità di adottare misure vincolanti in risposta alle illegali politiche israeliane. Le incessanti pressioni statunitensi ultimamente hanno anche bloccato la richiesta di piena adesione all’ONU dello Stato palestinese. Se accolta, quest’ultima avrebbe implicato il pieno riconoscimento della Palestina come Stato, permettendone l’adesione a trattati e meccanismi di giustizia internazionale in grado di perseguire i responsabili dei crimini commessi nei territori occupati. A dispetto dell’apparente staticità internazionale, l’opera di sensibilizzazione sulla questione palestinese, promossa dalle organizzazioni non governative locali, non si ferma. Al-Haq, ad esempio, dal 1979 si batte per promuovere il rispetto per i diritti umani e la supremazia del diritto nei territori palestinesi occupati.
Tutto questo nella speranza che i palestinesi siano presto in grado di esercitare il loro diritto a una vita normale.

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