La dignità sotto la grande muraglia

Oltre ogni misura, in Cina le violazioni dei diritti essenziali dilaniano il popolo. Dal lavoro alle occupazioni, dalla pena di morte ai nuovi agglomerati urbani. E, soprattutto, la censura.
Piergiorgio Cattani (Unimondo)

Quando si parla di Cina e diritti umani si pensa subito al Tibet, alla politica del figlio unico, ai dissidenti spariti, incarcerati o che fuggono all’estero. Il Dalai Lama ci è ormai familiare mentre cominciamo a conoscere figure come Liu Xiaobo, premio Nobel per la pace del 2010, Ai Weiwei, l’architetto dello stadio olimpico di Pechino ricomparso dopo un vuoto di tre mesi, oppure lo scrittore Gao Xingjian. Tutti accomunati dal desiderio di libertà e non di scardinare un regime che pure ha ottenuto, negli ultimi anni, risultati stupefacenti, per esempio nella riduzione della povertà.
È difficile fare un elenco di tutte le violazioni di diritti umani che vedono protagonista la Cina popolare. Dalla pena di morte alla questione del Tibet, si potrebbero dedicare pagine e pagine a storie tragiche ma purtroppo sempre attuali. Cercheremo di soffermarci su due questioni, presenti sicuramente sui media internazionali ma forse senza la dovuta insistenza. Tralasciamo la questione del lavoro, dell’inesistenza di sindacati, degli spostamenti forzati di interi villaggi per progetti di infrastrutture, di agricoltura intensiva, di nuovi agglomerati urbani. Ci concentreremo sulla censura e sulla questione della libertà religiosa.
La propaganda rappresenta il cuore dello Stato autoritario cinese, causa e fine delle successive violazioni dei diritti umani. Va sottolineato come la “nuova” Cina, soprattutto dopo i fatti di Tiananmem del 1989, non solo non ha aumentato la libertà di espressione, ma ha moltiplicato l’apparato di propaganda: tramontato qualsiasi valore comunista, svanito qualsiasi tipo di sogno maoista, occorreva trovare un nuovo cemento ideologico per ridare legittimità allo Stato e al Partito. Cominciò così una poderosa opera di propaganda basata essenzialmente sul nazionalismo economico e quindi politico-culturale: bisognava instillare nelle masse l’orgoglio cinese. La censura, quindi, è soltanto un aspetto di una propaganda tendente a creare idee e mentalità piuttosto che a reprimerle, pur ovviamente negando ogni tipo di critica. Si è imposto così una sorta di “sogno cinese”, per certi versi sovrapponibile al “sogno americano”.
Il Dipartimento centrale di propaganda del PCC è stato in epoca maoista un organismo dai poteri illimitati, un regno oscuro senza regole, oggi mantiene queste caratteristiche, accentuando il suo potere di guida dell’intera società. Per questo, i suoi responsabili fanno parte delle sfere più alte della burocrazia comunista, pur non comparendo nella gerarchia ufficiale, come avviene per l’ex presidente ora ultranovantenne Jiang Zemin, più volte dato per morto, ma che pare abbia ancora molta influenza proprio in questo settore.
Il Dipartimento si suddivide in due uffici rispettivamente riguardanti l’interno e l’estero. Impossibile delineare le prerogative di questo organismo. Ci sono direttive e dispacci precisi: sono indicazioni ai media su come trattare determinati argomenti, sulle parole da utilizzare, sui termini vietati, sull’esaltazione o sulla censura di articoli, opere, persone… C’è poi una propaganda indiretta fondata su incentivi, premi, minacce volti ad accreditare positivamente chi si impegna nella “giusta” direzione, siano essi singoli, associazioni o aziende, e a sanzionare o addirittura a “rieducare” quanti agiscono controcorrente.
Come facilmente intuibile, internet è il nuovo terreno privilegiato per imporre la verità di regime: lo Stato utilizza molte risorse per controllare la rete, per creare i siti informativi concorrenti delle grandi agenzie internazionali, per monitorare le edizioni online dei quotidiani, per arruolare un esercito di cybercensori, esperti e formatissimi. Si parla di circa 30 mila funzionari e di un imprecisato numero di commentatori (pagati per inondare i siti internet di commenti positivi o aderenti alla linea del regime) che rappresentano la spina dorsale della nuova Cina.
Con le religioni organizzate, la Cina comunista è sempre stata durissima, diventando spesso l’emblema della negazione dei diritti di libertà religiosa. Dopo la cacciata dei missionari cristiani nel 1951, ondate di vera e propria persecuzione si alternarono con tentativi di incasellamento burocratico delle strutture religiose nelle istituzioni del nuovo regime; nacquero così alcune associazioni collaterali al regime: l’Associazione Islamica Cinese, sorta nel 1953, il Movimento patriottico delle tre autonomie (costituito nel 1954 per controllare le varie confessioni protestanti) e l’Associazione Patriottica Cattolica, fondata nel 1957.
È interessante notare come lo stesso trattamento venne riservato al taoismo, la vera e unica religione autoctona cinese. Durante la Rivoluzione culturale (1966-1976) migliaia di sacerdoti e monaci vennero uccisi o mandati ai campi di lavoro, templi e monasteri distrutti, mentre il culto venne proibito. In seguito agli ultimi devastanti eccessi del maoismo, i dirigenti comunisti capirono l’insostenibilità di tale approccio, cominciando una politica di apertura, meglio di controllo più camuffato anche su queste antichissime tradizioni spirituali.
Riguardo ai rapporti tra Cina e Chiesa cattolica, si sa che la Santa Sede non ha mai riconosciuto questa associazione che di fatto ha creato due Chiese parallele: una “di regime” e una “clandestina” fedele a Roma. L’Associazione Patriottica (AP) oggi conta oltre 3 mila segretari, vicesegretari e capo-uffici, più i diversi impiegati locali, che controllano i circa 5 milioni di cattolici ufficiali. L’Associazione, formata più da laici che da religiosi, decide le nomine dei vescovi, “consiglia” loro le nomine dei parroci, sceglie gli insegnanti dei seminari.
La Chiesa clandestina o “sotterranea” subisce, invece, persecuzioni: suore e preti sono incarcerati, i fedeli intimoriti, vescovi ridotti al silenzio. Emblematica è la vicenda di Giacomo Su Zhimin, vescovo di Baoding, sequestrato dalla polizia nel 1997, sparito per sei anni e ricomparso in ospedale nel 2003: ha passato in prigione più di trent’anni e ancora oggi è incarcerato, pur mantenendo la giurisdizione sulla sua diocesi, ora però “occupata” da un vescovo nominato dal governo. Sono proprio questi episodi a segnare fratture insanabili tra la Cina e il Vaticano, con conseguenti e continue violazioni del diritto alla libertà religiosa.
Benedetto XVI aveva cercato di trovare canali di dialogo attraverso l’invio di una lettera abbastanza conciliante nel 2007: ma dopo una brevissima primavera di speranza, la repressione continua. In questo contesto, nel luglio scorso la spaccatura tra Vaticano e Cina si è accentuata con la nomina di altri vescovi di regime senza l’autorizzazione pontificia: inoltre, in dicembre si è svolto l’ottavo congresso dell’Associazione Patriottica, al quale i vescovi fedeli a Roma sono stati costretti a partecipare anche con vere e proprie deportazioni forzate. Al vertice dell’associazione è stato nominato Ma Yinglin, un personaggio di regime completamente inviso a Roma.
Le altre minoranze religiose, su cui non si accendono spesso i riflettori, subiscono una più violenta repressione. Come è avvenuto l’estate scorsa, in particolare il 5 luglio 2009, nelle zone desertiche dello Xinjiang al confine con le repubbliche ex-sovietiche dell’Asia centrale. Quel territorio, esteso per più di un milione e mezzo di kilometri quadrati, è per metà popolato dagli Uiguri (un’etnia turcofona di religione islamica, le cui rivendicazioni di tipo nazionale sono superiori a quelle a sfondo religioso) e per un’altra metà da cinesi di etnia Han, la più diffusa nel Paese.
Ma se si parla di diritti religiosi violati in Cina, non si può non fare un accenno al Falun Gong, il movimento spirituale fondato nel 1992, che sembra contare su quasi 100 milioni di simpatizzanti. Il 25 aprile 1999, oltre 10 mila adepti del movimento manifestarono pacificamente a Pechino contro la violazione dei loro diritti: da quella data, soprattutto per volontà dell’allora presidente Jiang Zemin la più feroce persecuzione dai tempi della Rivoluzione Culturale. Il Falun Gong, bollato come “culto malvagio” e “minaccia per la stabilità sociale e politica”, subisce una campagna di repressione continua e terrificante con torture, omicidi, minacce, sparizioni. Un’altra pagina nera che non può essere dimenticata.
Ci sarebbe ancora moltissimo da scrivere, da denunciare, da comprendere. Ma il cuore del problema sta tutto in un regime fondato sulla negazione della verità. A lungo andare ciò non può funzionare, e la tradizione cinese lo sa bene.

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