DONNE

Tra guerrieri e conquistatori

Qual è la condizione delle donne afroamericane colombiane? Intervista esclusiva a Betty Ruth Lozano Lerma, leader della “Akira Zajiri Sauda – Collegamento delle donne negre” e direttrice di dipartimento all’Università del Valle a Cali, in Colombia.
Gianni Novelli

Incontro la professoressa afrodiscendente colombiana Betty Lozano durante la Convocazione Ecumenica Internazionale sulla pace a Kingston in Giamaica, nel maggio 2011. Dopo un gruppo biblico mattutino nel quale ha fortemente denunciato il “femminicidio” delle donne negre in Colombia, ci fermiamo a parlare di questo aspetto poco conosciuto del Paese.
Trattandosi di Colombia, le chiedo cosa resta della memoria di Camilo Torres, il sacerdote sociologo che optò per la lotta armata, ucciso il 15 febbraio 1966. Mi risponde: “La memoria di Camilo Torres è molto forte nei movimenti cristiani di base e nei movimenti studenteschi della Colombia. Nei movimenti è una memoria sempre viva. Nella mia Università statale, a Cali, c’è un monumento a Camilo Torres dove gli studenti portano sempre fiori freschi. Nella stessa Università sono dedicati a Camilo Torres una piazza, un edificio per gli studenti e un auditorium. Per me è una grande testimonianza ed esempio”.

Betty partecipa alla Convocazione di Kingston a nome della Chiesa battista e del Coordinamento delle comunità di base di Colombia. Mi parla del suo lavoro.
Io lavoro come insegnante nell’Università statale di Cali, ma pure nell’Università battista come direttrice delle ricerche. Sono impegnata pure in un’organizzazione di donne negre che rivendicano i diritti delle donne afrodiscendenti e che lottano contro il diffuso razzismo. Nel Paese di 40 milioni di abitanti la popolazione negra o afrodiscendente è il 20-25 per cento. La Colombia è il secondo Paese dell’America Latina con maggior presenza di popolazione negra. Gli studi demografici dimostrano che la popolazione afrodiscendente è molto più numerosa di quanto ammesso comunemente. È un dato spesso occultato; per esempio nell’ultimo censimento ufficiale si parlava solo di un 10 per cento. Nel prossimo, speriamo che, a partire da una nuova formulazione della domanda sull’autoriconoscimento, siano molte di più le persone che si qualificano come afrodiscendenti. Questa popolazione è presente soprattutto tra i più poveri e ai livelli più bassi e ignorati della scala sociale. Parliamo di un razzismo strutturale, sistemico, che attraversa tutte le istituzioni, tutti gli ambiti pubblici e privati e che incide profondamente su tutte le forme di vita della popolazione afrodiscendente determinandone la possibilità di vita e di morte.
La maggior parte della popolazione negra, in questo momento, vive nelle città. La maggior percentuale è a Cali, poi ci sono Cartagena, e a seguire Bogotà e Medellin. Nelle regioni che si affacciano sull’Oceano Pacifico, le popolazioni afrodiscendenti vivono dall’epoca della schiavizzazione in territori molto selvaggi, con un pessimo clima, dove si rifiutavano di andare le persone delle regioni interne. Lì le popolazioni afrodiscendenti si sono costruite forme di vita speciali, con uno stretto rapporto con la natura, con forme tradizionali di produzione che hanno permesso di conservare le foreste con la maggiore biodiversità del pianeta. Ci sono numerosi fiumi, una grandissima varietà e quantità di piante e di animali, ma pure di minerali preziosi come oro, platino e altri ricercati per le tecnologie di avanguardia, e petrolio. Le multinazionali vengono da fuori, distruggono la natura e violentano le popolazioni che, invece, avevano una radicata cultura di custodia dell’ambiente. Ora tutte queste forme di vita sono messe in pericolo per i megaprogetti del capitale internazionale che cerca di sfruttare le risorse naturali della regione, diffondendo enormi monoculture e culture illegali della coca. Ci sono continue violenze e massacri, in particolare contro le donne, aggredite da tutti i gruppi armati presenti nella regione. Il conflitto territoriale rafforza la violenza maschile che fa considerare le donne come bottino di guerra, ma accresce anche maschile del patriarcato nelle famiglie. Oggi, succede spesso che le donne siano uccise nelle case dai propri mariti o compagni. L’ambiente di violenza esalta l’aggressività maschile, che si manifesta in primo luogo all’interno delle pareti domestiche. Parliamo di genocidio o meglio ancora di femminicidio. Si può dire che la casa è il luogo più pericoloso per le donne. Lì dove ci si dovrebbe riposare, riprendere energie, stare bene, trovar sicurezza è invece il luogo più pericoloso perché vi risiedono i carnefici.
Il conflitto rafforza l’aggressività maschile. L’unica maniera per dimostrare la propria maschilità è di essere forte, dominatore; con le armi imponi le norme. Tutto questo si trasferisce dal campo di battaglia alla famiglia. Se sono guerriero in strada, entro poi in casa e resto guerriero. Lo scenario cambia, ma i ruoli e le dinamiche sono le stesse. Solo che diverse sono le vittime: le donne e in particolare le bambine. Dobbiamo lavorare molto per costruire una nuova “maschilità”, un nuovo modo di essere uomini senza violenza.
In Colombia tutto è legato a tutto. Il governo riconosce che c’è un conflitto armato interno da molti anni e insiste per risolverlo militarmente. Non cerca altra soluzione. Questo ha provocato un numero altissimo di morti. L’esercito, i paramilitari, la guerriglia, i narcotrafficanti, le bande smobilitate di paramilitari continuano a compiere crimini. È una situazione con molti attori violenti perché altrettanti sono gli interessi che girano attorno a un unico obiettivo: l’arricchimento e il mantenimento della ricchezza accumulata. Ci sono zone di guerra di tutti contro tutti. C’è una criminalità diffusa con molti volti. La presenza dell’esercito è grande, ma pure innumerevoli sono i massacri e le sparizioni. Ci si può domandare come è possibile che in una zona così militarizzata lo Stato non veda gli assassini, i rapimenti, le infinite violenze?
E le Chiese cosa fanno?
Ci sono delle organizzazioni ecumeniche, di persone che cercano di fare qualcosa; però, in generale mi pare che le Chiese non siano coinvolte e interessate a questa lotta. Non alzano una voce profetica dinanzi a tanta violenza. Hanno paura. Ci sono stati parroci e pastori minacciati che hanno dovuto cambiar sede per aver appoggiato l’uno o l’altro contendente. In generale, non vediamo alcuna voce di denuncia forte, profetica, delle Chiese in tutto il Paese. È necessario, invece, vincere la paura. Inoltre, molte Chiese sono sotto l’influenza del nuovo pentecostalismo venuto dagli Stati Uniti. Coltivano teologie conservatrici come quella della guerra spirituale, della prosperità. Hanno pastori esaltati e alienanti, che puntano ad avere megachiese; hanno risorse economiche ingenti e sono seguiti da masse enormi di fedeli. Tra questi, ci sono poveri ma soprattutto la classe media.
Andare in chiesa è come fare un investimento, un patto con Dio: io darò alla chiesa un milione di pesos perché Dio me lo moltiplichi. Quanto più dai alla Chiesa tanto più hai la benedizione di Dio.

E che dire dei giovani?
I comportamenti dei giovani sono diversi a seconda degli ambienti. L’Università pubblica continua a essere uno spazio critico. È una speranza. Ci sono manifestazioni e proteste. Mi impressiona la loro sensibilità ecologica. I giovani sono quelli che più partecipano ai movimenti di protezione della natura anche se poi non sempre sono coerenti, come nella ricerca di strumenti tecnologici sempre più moderni e inquinanti. Nelle Università private, anche quelle religiose, i giovani sognano solo di far soldi, di diventare manager, affaristi; aspirano a carriere internazionali. Sono venduti al mercato e al consumo.

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