POTERE DEI SEGNI

Nel collo di bottiglia

Don Tonino e la guerra: rileggiamo cosa scriveva quando, nel 1991, scoppiava la prima guerra del Golfo. Da allora in poi, il rombo dei motori di guerra in alcune zone del mondo non si è mai spento.
Tonio Dell'Olio e Renato Sacco

Sono passati più di 20 anni da questo scritto di don Tonino, ma i rombi dei motori di guerra non si sono mai fermati. Lo abbiamo visto recentemente in Libia. Lo rivedremo per la Siria o l’Iran? Nel 1991 era in atto la prima guerra del Golfo contro l’Iraq. Nel testo si fa riferimento all’art.11 della Costituzione, approvato il 24 marzo 1947. Con don Tonino continuiamo a credere che la guerra non risolve le situazioni di crisi, ma le aggrava nel tempo e nella storia.
“Ho scritto t’amo sulla sabbia... ma il vento l’ha portata via”. Il ritornello della vecchia canzone mi viene in mente quando penso a tutto ciò che negli ultimi anni si è scritto sull’assurdità della guerra. “Jamais plus la guerre!”. È il grido martellato di cadenze profetiche, che Paolo VI sembrava avesse scolpito sulla roccia per sempre, in quello stesso Palazzo di Vetro i cui vetri oggi rabbrividiscono sotto venti di segno contrario.
Sarà effetto dell’associazione d’immagini: ma, vedendo in queste ore le dune allucinanti del deserto su cui scivolano i carri armati, mi sembra che quelle parole siano state scritte davvero sulla sabbia.
Sconcerta questa incredibile follia che, data la sua lunga incubazione, non possiamo neppure più attenuare come “raptus” improvviso. No, non è “raptus” momentaneo, è pazzia bell’e buona. A qualificare la guerra in questi termini, è un altro grande pontefice, Giovanni XXIII. In un passaggio della “Pacem in terris” del 1963 affermava che ritenere la guerra strumento adatto a ricomporre i diritti violati “alienum est a ratione”: è alienante, cioè, è roba da manicomio.
E dov’è andato a finire quel “ripudio” della guerra, così solennemente proclamato dall’art.11 della Costituzione? Se l’etimologia non m’inganna, ripudio viene dalla parola latina “pudor”, che vuol dire pudore, vergogna. Con l’aggiunta di un prefisso viene fuori il verbo ripudiare, che significa svergognare.
A renderci convinti che il “No alla violenza” non è stato scritto sulla sabbia, ma si va incidendo sulla roccia delle coscienze, c’è tutta quella reazione popolare che in questi giorni, attraverso marce, veglie, digiuni, preghiere, proteste, si è espressa non contro l’uno o l’altro dei contendenti, ma esclusivamente contro la guerra.
Io non so, nella concitazione di queste ore drammatiche, se la guerra avrà il sopravvento. Penso, però, di poter dire che “l’idea della guerra” risulta nettamente perdente, se non sui tavoli delle cancellerie, almeno nella coscienza popolare. Ed è per questo che non dobbiamo demordere. E nei confronti di coloro che portano ancora avanti discorsi basati sulla pace delle armi, dobbiamo far capire quanto siano di gran lunga più efficaci le armi nonviolente della pace. Prima tra tutte, la promozione della giustizia. Quella globale, complessiva. Quella invocata dai Sud del mondo che muoiono per fame e indebitati fino al collo. Quella implorata dai popoli senza terra e violentati nei più elementari diritti umani. Se anche il Signore ci vorrà dare la gioia di veder subito tutte le spade rimesse nel fodero, ma dovessimo lasciare il mondo così scombinato in fatto di giustizia e di solidarietà, non faremmo altro che rimandare il problema e allungare il collo di bottiglia nel quale ci siamo cacciati.
+ don Tonino Bello,
18 Gennaio 1991

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