Per non dimenticare

16 marzo 2012 - Don Mario Bandera (Commissione Giustizia e Pace Diocesi di Novara)

Nelle scorse settimane ci sono state un paio di sentenze giudiziarie che hanno fatto molto discutere, una di queste è stata quella del Tribunale di Torino che ha condannato i responsabili della Eternit di Casale Monferrato per le loro responsabilità circa le morti dovute agli effetti devastanti della lavorazione dell’amianto. Più o meno negli stessi giorni la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia accogliendo il ricorso della Germania contro l’Italia per ottenere il blocco delle indennità alle vittime dei crimini nazisti, ha tolto definitivamente al nostro paese la possibilità di poter avere un benché minimo risarcimento per gli eccidi consumati dai nazisti sul suolo italiano. Questa sentenza è stata giudicata vergognosa da alcuni amministratori dei comuni che furono coinvolti in episodi così efferati. Il Sindaco di Sant’Anna di Stazzema ha detto che questa sentenza lede il diritto di chi ha subito un torto di poter ricorre e ottenere giustizia, il problema non è solo di condannare qualche novantenne tedesco ancora vivente e responsabile di fatti così atroci, ciò che i familiari delle vittime chiedevano non era tanto un risarcimento economico quanto piuttosto ottenere giustizia. Mentre invece in questo modo chi si è macchiato di questi orribili crimini che sono stati condannati in contumacia, anche se rei confessi restano liberi cittadini incensurati nel loro paese. Nella nostra diocesi gli eccidi compiuti dai nazifascisti durante l’ultima guerra mondiale sono parecchi: Meina, Borgosesia, Borgo Ticino, Fondotoce, Baveno, Ghemme, Invorio, Caltignaga, Casalino, Vignale e Novara; luoghi della memoria dove si intravedono volti di persone tra cui spicca per la sua mitezza don Giuseppe Rossi, martire per la libertà e per la carità pastorale della nostra terra. Va detto che fino a qualche decennio fa la richiesta di verità e chiarezza che i superstiti chiedevano alle autorità italiane, venivano sistematicamente disattese fino all’obbrobrio di occultare in quello che venne chiamato “l’armadio della vergogna” tutti i fascicoli in cui erano raccolte le testimonianze che inchiodavano i responsabili. L’armadio posto in uno scantinato del Ministero della Difesa, posizionato con la serratura rivolta verso il muro e di cui veniva camuffata la presenza, ha permesso il trionfo della ragion di stato, che ad ogni costo voleva recuperare la Germania nella comunità delle nazioni dopo la tragedia nazista cercando di non incrinare i delicati equilibri europei che si stavano costruendo in chiave antisovietica. Va ribadito che la richiesta di verità che sale da tante persone e molte istituzioni del nostro paese, non è per nulla legata ad un arcaico desiderio di vendetta, essa è la pura e semplice richiesta per veder emergere i responsabili con nome e cognome e poter effettuare nei loro confronti il comandamento cristiano del perdono e della misericordia, ma perdonare presuppone il sapere, in modo particolare avere chiaro chi furono i mandanti e gli esecutori, i martiri di ieri e di oggi, di qualunque latitudine, magari non sono stati degli impavidi eroi, restano in ogni caso uomini e donne di cui occorre conservarne la memoria e tramandare il ricordo alle nuove generazioni. Ricordarcene in questi giorni, alla luce anche della sentenza dell’Aia, è il miglior modo per rendere loro sincero omaggio e doverosa giustizia da parte di chi non può e non vuole dimenticare, per non ripetere più gli errori del passato.

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