Il nuovo osservatorio

In Italia manca un’istituzione che abbia cura della tutela dei diritti umani, nonostante ci sia stato richiesto direttamente dall’Onu. Ecco come e perché nasce il Comitato per la promozione e protezione dei diritti umani.
Filippo Caliento (Comitato per la promozione e protezione dei Diritti Umani)

Il 9 giugno 2011 il Comitato per la promozione e protezione dei Diritti Umani ha presentato a Roma il Primo Rapporto di monitoraggio delle 92 raccomandazioni fatte dal Consiglio Diritti Umani dell’ONU al nostro Governo. Le raccomandazioni in questione sono il prodotto di un meccanismo di revisione periodica quadriennale delle Nazioni Unite, operativo dal 2008, sullo stato del rispetto dei diritti umani in ognuno dei 192 Stati membri.
Nel 2010, infatti, per la prima volta, l’Italia è stata oggetto di questa revisione e le 92 raccomandazioni conclusive di questo lavoro sono state formalmente ricevute, e in parte respinte, il 9 giugno 2010 dal nostro Governo. Il Comitato Diritti Umani ha ritenuto importante iniziare un percorso di monitoraggio del lavoro del Governo sulle raccomandazioni, con l’intento di seguire costantemente l’evolversi delle situazioni oggetto di ciascuna raccomandazione per comprendere e valutare annualmente progressi, regressi e inerzie del nostro Paese in materia, cercando così di accrescere il rendimento della revisione periodica dell’ONU.
Dal 19 giugno scorso l’Italia ha, inoltre, assunto, per la seconda volta, l’incarico triennale di Stato membro del Consiglio Diritti Umani dell’ONU, composto da 47 Stati membri, accettando così una responsabilità politica che ha creato importanti aspettative, sintetizzate dalle parole dette da Judith Sunderland di Human Rights Watch, il giorno dopo l’elezione: “...la credibilità dell’Italia presso il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite dipenderà dalle sue politiche domestiche. Il Governo italiano deve realizzare fino in fondo le promesse fatte di rispetto dei diritti umani”.
Il 24 gennaio 2012 il Consiglio d’Europa, attraverso il suo rapporto annuale redatto dallo European Committee of Social Rights, avente nel 2011 come oggetto alcuni diritti sanciti dalla Carta Sociale Europea riguardanti la protezione dei minori, delle famiglie e dei migranti, il diritto alla casa per i senzatetto, il diritto alla protezione economica, sociale e legale, ha denunciato violazioni, sia attive che passive, di questi diritti: in alcuni casi cioè non si è fatto nulla e in altri si è fatto male, in particolare nei confronti di rom e sinti.
Negli ultimi mesi il presidente Napolitano ha saputo prestare uno sguardo particolarmente attento alla situazione dei diritti umani nel nostro Paese: da ultimo, il 30 novembre scorso, ha ricevuto al Quirinale una delegazione guidata dal Centro Diritti Umani dell’Università di Padova e composta anche dal Comitato Diritti Umani che gli ha consegnato la prima copia dell’Annuario Italiano dei Diritti Umani 2011, che raccoglie dati e sintesi sull’operato dell’Italia in materia a livello internazionale.
Si legge allora come “...l’Italia [abbia] ratificato 73 convenzioni e protocolli internazionali, firmati ma non ratificati 28 e non ne ha firmati 13.
Nel corso del 2010 l’Italia ha sponsorizzato 29 risoluzioni sui diritti umani adottate dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Ha fornito un contributo rilevante all’elaborazione della Dichiarazione delle Nazioni Unite sull’educazione e sulla formazione ai diritti umani.
Un dato positivo riguarda la diffusione dell’insegnamento dei diritti umani nel sistema universitario italiano: nel 2010 sono stati censiti 125 corsi di insegnamento [...]. Sempre nello specifico campo dei diritti umani, esistono 5 Centri universitari (il più antico è quello dell’Università di Padova, istituito nel 1982), 13 corsi di dottorato e 7 di master.
Un altro dato positivo riguarda la infrastruttura sub-nazionale dei diritti umani: la cosiddetta ‘norma pace diritti umani’ risulta inserita negli Statuti di 2.086 Comuni con più di 5.000 abitanti, in 97 Statuti di Province, in 13 Statuti di Regioni.
Il recente cambio di Governo, poco successivo al ricevimento delle raccomandazioni, rende difficile esprimere sostanziose valutazioni su ciò che è stato fatto negli ultimi sette mesi. Un fatto in particolare, però, deve essere ricordato: l’Italia non ha ancora un’istituzione nazionale indipendente per i diritti umani. Non avendola mai avuta si potrebbe pensare che sia fisiologico non averla...
è dal 1993 che l’ONU ci chiede urgentemente di dotarcene; delle 92 raccomandazioni del 2010, 5 premevano sul nostro Governo affinché provvedesse in tal senso. Semmai avessimo il vizio di guardare agli altri Paesi, potremmo contare circa cento istituzioni di questo tipo nel mondo. Diversi negli anni sono stati i lavori preparatori in Parlamento per arrivare a una legge che desse vita all’Istituzione, fino al luglio scorso quando in Senato fu approvato il relativo disegno di legge: sembrava esser stato compiuto un grande passo, senonchè la situazione politica, già poco stabile, è precipitata fino agli esiti attuali, lasciando il disegno di legge in discussione alla Camera.
La promozione di un’istituzione nazionale indipendente è l’obiettivo con cui nel 2002 è nato il Comitato per la promozione e protezione dei Diritti Umani, una rete di 86 associazioni e organizzazioni non governative italiane che con il supporto di un gruppo di esperti in diritti umani, è unita dalla convinzione della necessità di una Istituzione Indipendente per i Diritti Umani in Italia, in conformità con i cosiddetti Principi di Parigi, che stabiliscono precise regole atte a garantirne l’effettiva indipendenza che le permetta di svolgere a pieno la propria funzione.
Tutte queste parole possono decisamente sembrare un estetismo, inadatte a incidere sulla realtà che ci è propria. Parliamo immediatamente di diritti umani come extrema ratio davanti ai fatti più cruenti e gravi oppure quando sono in gioco equilibri geopolitici, ma parlare di diritti umani in un Paese che è caratterizzato da una diffusa illegalità, che investe anche le fondamentali norme di uno Stato democratico di diritto, e allo stesso tempo da un eccesso di norme stride, ancor di più in un momento in cui la politica sembra destinata a non essere in grado di incontrare i bisogni delle persone: bisogni e aspirazioni ai quali rispondono sempre più le associazioni e le organizzazioni non governative andando anche, ma non solo, a riempire vuoti istituzionali. Basti solo la rilevazione che il numero di italiani che fanno volontariato è triplicato dal 1993 al 2008 (ricerca 2011 dell’Osservatorio sull’economia sociale del CNEL).
Da queste esperienze e da questo lavoro, in forme e modi diversi, si rinforza la convinzione che porre regole e rispettarle sia la condizione necessaria affinchè la politica guadagni l’autonomia necessaria a rendere praticabile la convivenza, e non sia, invece, in balia di meccanismi impersonali che la regolano oggi, incapaci di riconoscere l’esistenza e l’essenza umana, inaridendo, di conseguenza, le possibilità e le aspirazioni di giustizia. Si cercano nuove fondamenta su cui fondare un nuovo sistema politico; si propongono forme di contaminazione fra movimenti e associazioni da una parte e partiti dall’altra; ci si interroga sul significato e sulle possibilità della democrazia; si cerca in buona sostanza un pensare e una pratica politica che incarni un avanzamento della democrazia: nel far questo la strada maestra è guardare con profondità ai diritti umani, capirne le radici, scoprirne l’intimità con i doveri umani. Così, nel perseguire il proprio obiettivo, il Comitato per la promozione e protezione dei Diritti Umani cerca di promuovere non i diritti umani ma, una cultura dei diritti umani.

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