Un’unica umanità

I diritti umani sono uguali per tutti? Impariamo a riconoscere la pari dignità
di ogni essere umano e a ritrovare il valore della comunità fraterna nella sua interezza.
Luisa Santelli Beccegato

Questa è una domanda a cui è possibile dare, paradossalmente, due risposte: una positiva e una negativa.
Come pedagogista – senza nessuna presunzione di poter entrare nel merito giuridico del discorso – mi pare infatti di poter distinguere tra letteratura del diritto, su cui abbiamo raggiunto punti importanti di elaborazione per sostenere l’uguaglianza di ogni persona nel rispetto delle differenze di genere, età, status, condizione economica, fisica, culturale, religiosa..., e civiltà del diritto dove tali principi si traducono in azioni di vita quotidiana.
Se sul piano della “letteratura”, pur a fronte delle conquiste prima richiamate, è necessario lavorare ancora (cfr. la richiesta di una normativa che estenda, nel nostro Paese, agli stranieri i diritti di cittadinanza a partire da quello di voto), sul piano della ‘civiltà’ c’è purtroppo molto più lavoro da fare per poterla riconoscere davvero: l’ignoranza degli stessi diritti si affianca a una mancanza di controlli, da parte delle autorità, di chi intenzionalmente rifiuta le regole e ciò porta a una società dove il rispetto dei diritti, sanciti nei diversi testi e trattati, è molto debole.
È necessario allora affrontare la questione dei diritti umani approfondendo sia la loro ragion d’essere, e quindi il senso che prospettano in una concezione dell’uomo “autenticamente umano” (M. Buber, L’io e il tu, trad. it., Bonomi, Bologna 1991), sia la richiesta di significati operativi in ordine a una possibilità di convivere, di un vivere insieme nella contiguità spaziale e temporale degli individui e dei popoli.
Sfida, questa, estremamente elevata e, purtroppo, ancora persa in maniera non infrequente in tante parti del mondo.
La tutela dei diritti dei soggetti più deboli all’interno delle comunità è la più evidente e urgente scelta di civiltà per la cui realizzazione è necessario un impegno forte e diffuso.
Molti i contributi che vengono dati in questa direzione. Tra gli altri, mi sembra opportuno ricordare quello di Joel Feinberg che connette il linguaggio dei diritti all’attività del rivendicare come forma di espressione della dignità umana (J. Feinberg, The Nature and Value of Rights, in Journal of Value Inquiry, 1970, 4, p. 252). Sulla base di quest’indicazione credo si possa comprendere in quale senso il linguaggio dei diritti sia adeguato ad assumere il punto di vista “dalla parte dei popoli” (N. Bobbio, L’età dei diritti, Einaudi, Torino 1990) e permetta così di tradurre giuridicamente quelle esigenze e quelle rivendicazioni che emergono dai diversi conflitti sociali: conflitti tra valori e pluralità degli ordinamenti normativi; conflitti tra gruppi sociali espressioni di interessi particolari; conflitti per il riconoscimento di identità.
Il pluralismo normativo può aiutare a dare un contributo rilevante alle dinamiche multi e interculturali del nostro tempo e a sostenere i soggetti più deboli e in difficoltà come gli stranieri e i minori stranieri in particolare.

Universali
L’estensione e l’intensificazione del dibattito sui diritti umani è un segno importante del progresso morale dell’umanità. Anche se da molti osservatori viene riconosciuta in proposito una matrice della cultura occidentale, uno studioso come A. Sen sottolinea i contributi che sono stati dati dalle culture orientali, e da quella indiana in particolare, nell’elaborazione della consapevolezza dell’universalità dei diritti (A. Sen, La democrazia degli altri. Perché la libertà non è un’invenzione dell’Occidente, trad. it., Mondatori, Milano 2004). Comunque, ciò che attualmente ha rilevanza è che l’esigenza dei diritti ha continuato e continua a diffondersi a livello planetario.
Certo il percorso è lungo e lenta la loro elaborazione per quanto riguarda la nozione dei diritti soggettivi e la progressiva estensione della loro titolarità.
Un decalogo in base al quale “tutti gli abitanti del mondo dispongono degli stessi precetti, per beneficiarne o, quando li vedano inattuali, per urlare la loro protesta” (A. Cassese, I diritti umani oggi, Laterza, Bari 2009). Sono questi i diritti umani nelle parole di A. Cassese: l’unico codice normativo universale in grado di controbilanciare il relativismo etico, religioso, politico e giuridico.
A. Cassese è un giurista. Ma è anche attraverso l’approfondimento degli studi giuridici che si può riuscire a rafforzare l’impegno formativo e proseguire nel cammino della convivenza civile.
Un cammino da fare in termini culturali, educativi, politici, giuridici prestando particolare attenzione a non scivolare mai nella ‘retorica’ dei diritti, nella loro funzione superficialmente ‘decorativa’. È necessario, pertanto, impegnarsi – nei vari contesti – per continuare ad affermare e valorizzare la loro carica liberatoria ed emancipativa (E. Resta, Il diritto fraterno, Laterza, Bari 2002).
Entrare in questa problematica in maniera dichiarata, elaborare un’analisi dei diritti umani comporta quindi assumerli in tutta la ricchezza dei loro significati. I diritti umani richiedono infatti comprensione della persona; un discorso non solo formale, di indagine critica, ma esplicitamente filosofico, pedagogico ed educativo in quanto rivolto a individuare il costituirsi teorico e pratico della pari dignità di ogni singola persona e quindi dell’intera umanità.

Forti e deboli
Un’osservazione di fondo riguarda i limiti dati da una divisione del mondo in parti diverse, i forti e i deboli e, dopo averlo diviso, tutelare sempre la parte dei più forti. Dividere, ad esempio, la società tra immigrati e autoctoni, tra cittadini e non, intendendo questi come parti diverse, è un modo di guardare alle dinamiche contemporanee non solo ingiusto, ma anche denso di potenziali conflittualità.
Il ruolo di chi si occupa di questioni formative è di diffondere una cultura dei diritti intendendo il termine ‘cultura’ in tutta l’ampiezza dei suoi significati valorizzando così in pieno quella ‘cultura educante’ che è innanzitutto la cultura del rispetto di sé e dell’altro in cui cerchiamo di riconoscerci.
La prospettiva comune è di rafforzare i legami della convivenza e promuovere una ricerca del bene di tutti, nessuno escluso.
Non è certo un’enfatizzazione da pedagogisti il riconoscere che è sul sistema della formazione che bisogna impegnarsi per cercare di rivitalizzare le dinamiche sociali, rafforzare la libertà di pensiero, riscoprire il piacere della fatica del sapere e del saper fare, la nobiltà di un comportamento serio, rigoroso e solidale, dove il rispetto dei diritti per tutti e per ciascuno si qualifica innanzitutto nella tutela dei più deboli.
I diritti, nelle nostre democrazie, se non hanno dalla loro parte una cultura viva entrata profondamente nel tessuto sociale e politico, diventano espressioni formali se non addirittura, a volte, terreno di conflitti. Abbiamo bisogno di un’educazione ai diritti, di una cultura diffusa per far agire questi saperi che aiutino nella quotidianità a realizzare percorsi di miglioramento personale e sociale.
L’impegno è di rafforzare i legami della convivenza e promuovere una ricerca del bene di tutti, nessuno escluso e tendere verso una società aperta e inclusiva.
A chi obietta che queste sono solo parole, si può rispondere che, è vero, sono parole. Ma che cosa possiamo fare se non pronunciarle, riconoscendo però quanto lontana ne sia la realtà? “Sono parole che si dicono con difficoltà, perché vediamo bene quanto difficili siano da mettere in pratica e che, se dette in presenza di tanti sfruttati ed emarginati, suonano irridenti e senza pudore. Eppure, esse indicano un ideale che deve essere perseguito, non per moralismo ma per non tradire noi stessi e ciò di cui andiamo fieri” (G. Zagrebelsky, La virtù del dubbio, Laterza, Bari 2007, p. 123).
Bisogna, quindi, impegnarsi su piani teorici e operativi perché alla domanda posta “i diritti umani sono uguali per tutti?” si possa rispondere positivamente con un buon margine di veridicità.
Solo così si potrà sperare di vivere in un mondo un po’ meno ingiusto dell’attuale.

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